La strada chiamata Helgelandskysten: montagne, ghiacciai e isole da fiaba.

Giorno 12 – 5 agosto 2021

Siamo nel Nordland, la regione della Norvegia che comprende le isole Lofoten: qui, poco prima di incrociare il Circolo Polare Artico, inizia una strada degna di essere percorsa in ogni sua parte, un impeto di meraviglia continuo. I road trip in Norvegia sono la quintessenza del viaggio, e la Helgelandskysten una delle protagoniste in assoluto.

Forse non è molto conosciuta, e questo la rende ancora più affascinante: di solito il flusso turistico viaggia a blocchi, quindi i fiordi del sud-ovest, o le isole Lofoten, o l’estremo nord. Ma credetemi, percorrere questa strada è un’avventura incredibile: non c’è un’attrazione particolare, ci sono montagne, ghiacciai, isolette da sogno, tutto insieme e quando meno te l’aspetti. Ci sono scenari splendidi che ti trovi davanti quando ti sei solo fermato per andare in bagno alle soste di servizio, o scendendo pochi metri verso l’acqua, dalla strada asfaltata. Non ti resta che.. esplorare.

La strada rappresenta un detour rispetto alla E6 per salire verso nord e, se avete il tempo, scegliete sempre i detour! E’ la più lunga delle 18 strade panoramiche della Norvegia (650 km), che trovate tutte ben descritte a questo link, e va da Holm a Bodø, seguendo la costa con vista oceano continua.

Per percorrerla, vi serviranno 6 traghetti e tutto il tempo necessario per fermarsi ad ogni caletta, e ad ogni area di servizio! Perché anche queste riservano sempre sorprese.

Una di queste si chiama Ureddplassen, dove troverete una terrazza larga nove metri di fronte all’oceano e a quello che viene defnito “Lofoten wall” (Lofotveggen): una serie di picchi montuosi che fuoriescono dall’acqua, e che a distanza sembrano formare una linea diritta. Essi sono formati da roccia granitica e vulcanica, emersi dall’oceano dopo l’ultima era glaciale. Ureddplassen è anche un memoriale per celebrare le persone rimaste uccise quando il sottomarino Uredd colpì una mina nel Fugløyfjorden durante la seconda guerra mondiale.

Um altro incredibile posto trovato per caso è questa insenatura nel Tjongsfjord: dalla strada non si vedeva assolutamente nulla, in quanto posizionata in alto rispetto all’acqua, ma mentre la percorrevo, qualcosa mi diceva che, fermando la macchina e camminando a piedi verso l’acqua, ci sarebbe stato qualcosa di speciale. E quanto avevo ragione! Camminando nell’erba alta, pian piano è comparsa la piccola casetta rossa in legno, quel rorbu di pescatori che vedete in foto : un piccolo gioiello, che come sempre immaginavo immerso nella neve. E poi i riflessi, dei riflessi pazzeschi, come avessero capovolto il mondo. Un luogo speciale, un luogo magico: nessuna guida te lo indicherà mai (per fortuna).

Fra i 6 traghetti che si incontrano lungo la strada, quello che unisce Kilboghamn a Jektvik attraversa il Circolo Polare Artico, a 66° 33 ” N.

Attraversando il Circolo Polare Artico.

Nel villaggio di Jektvik abbiamo dormito in una splendida cabin vista oceano, e cavalli, e silenzio: lo Sjåvik vacation, situato in questo minuscolo villaggio, dove alle 17 estive chiude tutto. A tratti ricordava il far-west!

Sulla Helgelandskysten, anche un semplice attracco di traghetto, come può essere quello di Ågskardet, verso Forøy, può trasformarsi in meraviglia.

Ågskardet

Altri luoghi da visitare lungo questa strada sono:

  • Torghatten e l’area di SømnaSømna, di cui vi ho parlato qui
  • le spiaggie di Bjørnvika e Storvika
  • Tjotta
  • l’incredibile ghiacciaio di Svartisen, che merita un articolo tutto suo

..e ogni altro angolo non indicato in nessuna lista o guida.

Le strade sono fatte per i viaggi, non per le destinazioni (Confucio)

Il luogo più bello deve ancora arrivare (the best is yet to come)

Giorno 10 e 11 – 3/4 agosto 2021

Stamattina visitiamo Trondheim, sono stata incerta fino all’ultimo se inserire o meno questa “città” nell’itinerario del mio roadtrip norvegese, perché preferisco la natura ai luoghi abitati, ma senza storia proprio! Oramai lo sapete! Però leggendo qua e là mi aveva incuriosito a sufficienza per dedicarle almeno qualche ora.

E ho fatto bene! Da non perdere l’area di Bakklandet, vicino al ponte vecchio della città, quello da cui si ha la classica immagine iconica di Trondheim con tutte le casette colorate sul fiordo, per intenderci. E’ un quartiere dall’aria bohemian, con pochi turisti ed un vibe speciale. Ricco di cafè originali, casette antiche in legno colorate e fiori dai colori intonati alle porte! Lungo la Bakklandet trovate uno dei cafè per me più belli che abbia mai visto: è l’Antikvariatet, un cafè in una biblioteca dall’atmosfera incredibile, sia all’interno sia nel cortile esterno. Io l’ho visto in estate, ma ovviamente lo immaginavo con la neve fuori, il vento gelido del nord e un bel caffè fumante più un morbido kanelbullar davanti (#winterteam sempre!).

Attraversate quindi il vecchio ponte (Gamle Bybro or Bybroa) soprattutto per scattare una foto alle casette colorate che si affacciano sul fiordo.

C’è anche qualche traccia di street art niente male! E anche, ma di questo ci sono parecchi esempi, della splendida fiducia nordica nella gente: in Norvegia poche proprietà private sono recintate, e le aree non costruite sono libere di essere fruite da tutti, rispettando la Natura, i luoghi e le persone. E’ l’Allemannsretten, di cui vi ho parlato qui.

Ma anche in città si vedono esempi del rispetto che i nordici hanno per il bene comune, per le persone, per tutto: questa sedia e tavolino erano davanti ad una delle casette colorate, assolutamente accessibile a tutti, con scritto privato: se non è mia, non mi ci siedo, facile.. no?

Lasciata Trondheim, proseguiamo sulla E6, fino ad arrivare al traghetto che collega fra Holm e Vennesund: sapete che, soprattutto in Norvegia, in queste zone, si pigliano i traghetti come gli autobus, con la stessa semplicità e praticità! A questo proposito, quando noleggiate il mezzo, è compresa una quota per l’AutoPASS for ferje, un pass stile telepass con cui pagare i biglietti dei ferry. A volte sui ferry trovate i kanelbulle più buoni che a terra!

Ecco alcune foto fatte durante il tragitto verso Holm.

Poco dopo Vennesund e poco prima del luogo che avevo scelto per la notte, mentre guido, su una strada senza particolari paesaggi, vedo la freccia con quella specie di fiore, che (di solito) porta a luoghi interessanti: indicava un luogo che non avevo mai sentito, quindi ovviamente sterzo, e imbocco questa stradina che ad un certo punto diventa sterrata. Poco dopo, si apre un sogno, difficilmente descrivibile a parole, a parole conosciute almeno: un luogo dove acqua e cielo sono la stessa cosa, non si vede orizzonte a separarli, talmente limpido è il cielo e l’acqua in cui si specchia, ci sono le nuvole in acqua! Io amo i riflessi, appena li scovo parte la ricerca della foto più bella, da fare in posizioni improbabilIi! E’ già sera, il sole è ancora alto, e la luce è una meraviglia. Sono rimasta ad ammirare questo oceano misto cielo per non so quanto, uno degli scenari più belli, nella sua semplicità, che abbia mai visto. Ah, ovviamente non c’era anima viva.

In Norvegia, ci sono mille luoghi così, dietro l’angolo, dietro la curva: esplorate sempre, esplorate ogni cosa: the best is yet to come. La freccia con il fiore indicava Gravhaug, che per me era un nome di luogo, ma che in realtà su maps non esiste (o meglio non esiste in questa zona): il traduttore mi dice significare tumulo funerario. Ora, io non ho visto tumuli, ma ho visto l’oceano misto cielo!

Vi lascio le coordinate: 65.245648, 12.102187 (Heståsveien 58920 Sømna, Norvegia).

Come si fa a spiegare la bellezza della Norvegia?? Come?

Stasera ci fermiamo in questo piccolissimo villaggio, Kirkevn, al Sømna Kro & Gjestegård, un posto molto carino e gestito da un gruppo di ragazzi deliziosi, dove c’è anche un ottimo ristorante: fortunati stasera, visto che come al solito non abbiamo nulla da mangiare e a quest’ora è tutto chiuso da un po’! Domani ci aspetta un trekking, ma che dico un trekking, due!

La mattina si parte per il Torghatten Camping, la base di partenza del primo trekking di oggi. Primo si, perché l’infinita luce dei paesi del Nord d’estate permette anche di partire per un trekking quando nel sud Europa si deve già pensare a rientrare al rifugio… fra un po’ vi dico! La strada per raggiungere Torghatten attraversa isolotti e paesaggi limpidi, inoltre in un punto, su alcune rovine, abbiamo trovato alcune simpatiche amiche!

Il trekking di Torghatten è conosciuto per condurre alla montagna bucata, come una porta verso un mondo successivo, e ovviamente in questa terra di leggende, ce ne è una anche per Torghatten.

E così va la storia… Quando il troll, Hestmannen, posò gli occhi sulla bella Lekamøya, decise che l’avrebbe rapita quella notte. Hestmannen montò quindi a cavallo per inseguire il suo sogno, la sua bella, ma Lekamøya riuscì a fuggire, vanificando il suo tentativo. Nel frattempo, il re dei troll di Sømna stava osservando la situazione da non molto lontano. Quando la notte si trasformò in mattina, il deluso e respinto Hestmannen incoccò una freccia al suo arco, e la puntò contro la disperata Lekamøya. Tuttavia, il re dei troll di Sømna scagliò il suo cappello sulla traiettoria della freccia, il cappellò si bucò, ma fu abbastanza per salvare Lekamøya da morte certa. Il cappello cadde a terra e in quel momento il sole trapassò l’orizzonte trasformando tutto in pietra. E così nacque la leggenda di Torghatten o del “buco nella montagna”. Tradotto letteralmente, Torghatten significa “cappello quadrato”.

Torghatten o il “buco nella montagna” è geologicamente più antico dei vichinghi stessi. In realtà, molto molto più vecchio. La scienza ci dice che, durante l’era glaciale, il continuo disfacimento della montagna di granito ha aperto il buco che possiamo vedere oggi. Il buco può sembrare minuscolo da lontano, ma è lungo circa 160 metri per 20 metri di larghezza e 35 metri di altezza: stando lì sotto è davvero gigante! La leggenda norrena sulla nascita di Torghatten è molto più avvincente, forse.. lascio a voi la scelta della storia che preferite.

Iniziamo quindi a salire, sbaglio strada (come quasi sempre, troppo intenta a meravigliarmi di ciò che ho attorno) e qui non si vede nessun Torghatten.. boh. Quindi torniamo indietro e iniziamo a salire verso la parte opposta: sali sali sali, ma nessun enorme buco nella montagna. Ma, ad un certo punto…..

Si scavalla un piano, dopo una bella ripida salita, e si apre questa meraviglia. Il foro è davvero imponente, e la vista, oltre, è infinita. La maggior parte delle persone si fermava lì, sotto il foro, ma oltre c’era un sentiero che procedeva giù per la montagna dalla parte opposta, e una bella spiaggia in lontananza: secondo voi, posso aver deciso di non andare a scoprire cosa c’era laggiù?? La discesa è molto ripida, e sbuca in un campo dall’erba alta, che porta ad una delle tipiche spiagge norvegesi, che tanto amo! Festeggio infatti, con un bel kanelbulle!

Dopo la sosta in spiaggia, senza bagno però (!), si ritorna indietro per la stessa strada: non c’è modo di tornare alla macchina, infatti, se non con una barca.

Info sul trekking:

  • Partenza: Torghatten camping, a 15 km da Brønnøysund Trovate il parcheggio qui
  • Durata: un’ora circa per salire al foro, su un sentiero ben segnato (quando si arriva ad una specie di bivio, tenete la sinistra: la montagna bucata è lì, anche se non sembra!)
  • Difficoltà: semplice

Ci si rimette alla guida, destinazione Horn, dove tanto per cambiare prendiamo un traghetto per Tjotta dal quale si inizia ad assaporare il nord Nord!

Da Tjotta guidiamo fino a Sandnessjøen, dove ci aspetta un altro traghetto! Si, un altro ancora. Questo ci porterà sull’isola di Dønna, per il nostro breve trekking serale: cose che si possono fare solo quassù! (senza torcia, intendo). Il trekking si chiama Åkvikfjellet , si raggiunge la cima a 287 metri con un’oretta di cammino, ma una bellissima vista sulle isolette (mille!) della costa e sulle Seven Sisters, le montagne a sette cime famose della Helgeland, la zona in cui ci troviamo.

Attenzione che l’inizio del percorso è indicato male: dall’arrivo del traghetto a Bjørn dovete seguire la strada 828, superare la baia di Åkvikbukta e cercare il parcheggio (che si trova qui) poche centinaia di metri in direzione sud-ovest. Quando la strada si divide in due, tieni la sinistra. 200 metri più avanti, il sentiero è segnalato. Da qui, segui i segni rossi fino in cima. Il sentiero, da qui, è ben battuto e facile da seguire, e si può godere, oltre alla vista davvero suggestiva, una sorta di monumento a forma di spartito.

Il pernottamento di stasera sarà in un hotel anonimo, che quindi non vi consiglio (pulito, con tutti i comfort ma in uno stabile troppo cittadino e senza vista!)

Siamo a 66° 03′ …. domani supereremo il Circolo Polare Artico (66°33″): ovviamente non è la mia prima volta, ma questo passaggio ha sempre un grande fascino su di me, grande davvero.

Ho cercato di non barcollare; ho fatto passi falsi lungo il cammino. Ma ho imparato che solo dopo aver scalato una grande collina, uno scopre che ci sono molte altre colline da scalare. Mi sono preso un momento per ammirare il panorama glorioso che mi circondava, per dare un’occhiata da dove ero venuto. Ma posso riposarmi solo un momento, perché con la libertà arrivano le responsabilità e non voglio indugiare, il mio lungo cammino non è finito.
(Nelson Mandela)

Un altro pazzo giorno (on a road trip)

Giorno 9 – 2 agosto 2021

Dopo le nostre 7 ore di trekking, guidiamo ancora un pò per raggiungere il mare di Norvegia, nei dintorni di Farstad, dove alloggeremo in un luogo davvero incantevole (ogni tanto alziamo il budget previsto per le accomodation): la Gjestegård (guesthouse) Hustadvika (dal nome di questa bellissima baia). Arriviamo stanchissimi, giusto il tempo di mangiare qualcosa al volo (dalle scorte rimaste in macchina) e siamo già tutti in branda. Ma la mattina dopo, il desiderio di esplorare quel luogo incantevole, solo assaporato la sera prima, mi fa alzare prestissimo e, come dicono gli inglesi, the early bird catches the worm!

Guardate cosa ho vissuto:

A colazione, mangiando aringhe e salmone (adoro la colazione norvegese!) con vista arcobaleno, ho fatto amicizia con una coppia di viaggiatori norvegesi over 70, tenerissimi e molto innamorati (anche dell’Italia), con un inglese perfetto: loro a parlare di quanto amassero il nostro paese, io il loro! Poi, il viaggio on the road continua: da qui, nessuna meta in particolare, se non Bodø, lassù nel Nordland, a 1000 km di distanza (fra qualche giorno, ovviamente).

E la Norvegia è davvero una mostra d’arte a cielo aperto, basta andare e ammirare.

Poco distante dalla guesthouse troviamo, per caso, questa zona, chiamata Aksvågen, letteralmente baia della cenere: qui le alghe venivano fatte seccare al sole, e poi bruciate in forni di pietra costruiti sulla spiaggia. La cenere ottenuta costituiva una fonte importante di carbonato di calcio (soda ash), usato per la preparazione del vetro, per esempio. Più tardi venne utilizzata per estrarre lo iodio, di cui le alghe del nord sono più ricche di quelle del sud. Questo utilizzo fu abbandonato quando divennero disponibili metodi più semplici e veloci per estrarre lo iodio, ma ancora adesso l’alga è usata per la ricchezza di principi nutritivi in esso contenuti.

Siamo sull’ Atlanterhavsvegen, la strada atlantica, di cui è molto conosciuto solo il pezzo finale (road n.64) ed in particolare il ponte di Storseisundet (che compare su tutte le foto e viene indicato come il tratto più pericoloso del mondo, quando il mare è mosso) ma questa strada in realtà inizia a Bud e finisce a Kårvåg, per un totale di 36 km di bellezza (è infatti una delle scenic route norvegesi). Essa scorre davvero vicinissima all’oceano (praticamente lo potete quasi toccare sporgendo il braccio dal finestrino!), seguendo il profilo delle varie isolette, con ponti incredibili, e comprende le roads 64, 242, 663, 238 e 235. Nella zona di Aksvågen abbiamo trovato delle antiche fattorie abbandonate dal fascino incredibile! Guardate qui

Hustadvika invece è una zona (la stessa dell’alloggio dove siamo stati) in cui l’acqua del mare è molto bassa, con mille scogli e isolette di pochi metri di terra, e qui i venti e le correnti sono molto forti. Queste caratteristiche la rendono la zona di mare più temuta di tutta la costa norvegese! Nel corso degli anni, anche recenti, molte imbarcazioni sono arenate qui. Anche Bud, all’inizio della strada, merita una visita, un piccolissimo e affascinante villaggio di pescatori.

Bud, contea di Møre og Romsdal

Proseguiamo sull’Atlanterhavsvegen, e poco prima del tratto famoso, ci imbattiamo in una di quelle esperienze che mi fanno amare così tanto i paesi del nord. Vedo dalla strada una piccola casetta sul mare, molto colorata e tutta dipinta, con alcune sculture fuori, fiori, cose belle che avevano attratto la mia curiosità. Così mi fermo, e vado a vederla da vicino. Era aperta, senza nessuno lì dentro ma senza nessuno a vista d’occhio pure fuori. Era una sorta di mostra d’arte, che esponeva bei pezzi di artigianato locale, fra cui alcuni elfi e gnomi che volevo assolutamente comprare! Ma non c’era nessuno, quindi guardo ancora bene fuori, lì attorno, ma nulla. Poi guardo con più attenzione e vedo un cartello, scritto in norvegese ed in inglese, che diceva sostanzialmente “se ti piace la mia arte, lascia un’offerta, quella che ritieni giusta, oppure quella che io ritengo giusta, che è scritta sotto il prodotto”. Si poteva pagare anche con paypall: ci credete? un negozio di cose bellissime, ma senza personale, libero di fidarsi dell’onestà delle persone. Nonostante abbia viaggiato in nord Europa spesso, queste cose ogni volta mi lasciano sbalordita, e.. felice, felice che esistano dei luoghi sulla Terra così speciali. Ho ovviamente comprato elfi e gnomi per tutta la famiglia, e pagato via paypall.

Dopo queste esperienze che mi scaldano sempre tanto il cuore, riprendiamo il nostro viaggio, e arriviamo al famoso tratto dell’Atlantic Road, quello del ponte più alto, lo Storseisundet: è sicuramente un ponte impressionante, sembra più un tratto delle montagne russe, e guidarci sopra è stato bellissimo! L’abbiamo fatto varie volte avanti e indietro. L’intera Atlantic Road è stata anche definita la strada più bella del mondo, ed eletta costruzione norvegese del secolo nel 2005.

Dopo aver pranzato su una delle isolette unite dall’Atlantic Road, iniziamo il viaggio verso la meta per la notte, Trondheim. Qui avevo scelto un alloggio fuori “città”, per quanto chiamare città Trondheim non sia propriamente corretto! Ma volevo stare nella natura, vicino al mare. Di solito ho fiuto con le accomodation, con i luoghi in generale, e questo posto ha mantenuto la tradizione dei miei colpacci! L’ingresso mi aveva fatto pensare al contrario, era in una zona un pò diciamo urban abandoned, che amo, ma mi pareva di aver scelto un posto vicino al mare! Ma quando siamo entrati, abbiamo scoperto tutto: la grande casa era super hippie, con mobili di stili diversi messi insieme, che ricorda tanto lo stile dei bar berlinesi, foto dovunque (come a casa mia!), una sala accogliente che dava su un grande patio, con vista oceano che era una meraviglia. La signora che ci accoglie è di una tenerezza squisita, ci mostra la camera, con un balcone sempre vista fiordo, a fianco alla sua, e con il bagno in comune, insomma si sta in questo posto come in una grande famiglia, grande anche perché comprende Baltasar, che vedete nella foto, un cagnolone tanto grande quanto coccolone e il micino Charles. La signora ci ha cucinato un piatto tipico di sua nonna, e poi io sono rimasta fuori con Balstasar e Charles, sul patio, per ore, ad ammirare il tramonto meraviglioso sul fiordo, tramonto che è avvenuto verso le 22.30, con un sole splendido, non invadente, la musica country, un libro. Si può anche dormire nella Tipi (la tenda). Il posto si chiama Strandheimen, ed è sicuramente uno di quei posti dove sarebbe stato bello fermarsi un attimo!

Fermarmi? Io?

Domani si riparte, si sale ancora un pò di più verso il Nordland.

Oh, I’m sleeping under strange, strange skies
Just another mad, mad day on the road
My dreams is fading down the railway line
I’m just about a moonlight mile down the road, yeah, yeah

Moonlight Mile – The Rolling Stones

Giorno 5 (ice ice baby)

Giorno 5 – 29 luglio 2021

Ho trascorso la notte in mezzo alla mia tempesta (fuori il tempo era calmo, Thor forse non aveva nulla da dire o era assopito, ma io no). Non vi ho ancora confessato una cosa dei miei viaggi: dormo pochissimo, e considerando tutte le cose che faccio di giorno, torno stanchissima! ma in realtà ricostruita, restaurata, nuova, più bella (per dormire ho l’eternità, mentre per vivere, come intendo io, ho davvero poco, quindi perché sprecare tempo quando il mondo è grandissimo e ancora di più, meraviglioso?) La stessa cosa mi capitò durante la mia prima (di due, per ora) esperienze di volontariato in un ospedale in Tanzania: esperienza che mi ha rivoltato come un calzino, segnata (come i tatoo, ma senza inchiostro), radicalmente smossa. In ogni caso (difficile non iniziare a parlare di Bukumbi..), la sera, quando mi coricavo dopo 12-14 ore di lavoro ininterrotto, posando la testa sul cuscino risalivano violentemente tutti i pensieri sulle cose fantastiche che avevo fatto quel giorno, tutte le persone che avevo realmente aiutato, curato, i sorrisi che avevo creato, le cose che avevo imparato, il modo in cui quella giornata mi aveva cambiato. Inoltre, la casa in cui dormivo aveva grandi finestre provviste solo di zanzariera, e molto poco muro, ed il mondo animale là fuori, nel nulla pieno di tutto, si faceva delle gran feste tutta la notte, insieme ai miei pensieri. In viaggio succede un po’ la stessa cosa: quando mi fermo, i pensieri mi raggiungono: in viaggio non aiuto né curo nessuno, mi occupo solo di me stessa, nel modo per me più efficace.

Inoltre, esattamente come la notte di Santa Lucia, in cui sbirciavo costantemente per scovarla mentre mi portava i regali, con la stessa trepida attesa aspettavo il nuovo giorno perché sarei tornata sul signor ghiacciaio, per la seconda volta, dopo il Vatnajökull in Islanda. E’ il mio posto, il mio clima, il mio regale rifugio.

La strada verso Gjerde, ai piedi dello Jostedalsbreen (breen = ghiacciaio), una volta lasciato il Lustrafjord, diventa la road 604, che scava la montagna fino ad arrivare ad uno dei bracci glaciali, il Nigardsbreen, meta del Blue ice hike che stiamo per fare oggi! Lo Jostedalsbreen è il ghiacciaio più grande della Norvegia ma anche dell’intera Europa continentale e costituisce ciò che resta dell’enorme ghiacciaio che circa 10.000 anni fa copriva l’intera Scandinavia: in alcuni punti, lo spessore arriva a 600 m, anche se viene mantenuto più dalle abbondanti precipitazioni nevose che dalle basse temperature, ahimè.

Dopo circa 40 km, iniziamo a scorgere il Nigardsbreen! Che potenza.

Poco prima del punto in cui lasciare la macchina e iniziare l’hike, troviamo il Breheimsenteret Glacier center, sede di esposizioni di foto del ghiacciaio, di un bar e ristorante, e dove abbiamo ritirato il pranzo, da portarci sul ghiacciaio. Noi abbiamo fatto l’hike con la Jostedalen Breførarlag, con cui ci siamo trovati benissimo, quindi affidatevi a loro e godetevi il ghiaccio, anche se ne avete un po’ timore. Io lo avevo già fatto in Islanda, appunto, poi rivelatasi una passeggiatina sul lungomare rispetto a questo, mentre per il mio compagno di hike era la prima volta, ma con Michel è stato tutto semplice. Già, Michel, una di quelle belle anime che entrano nella mia vita in viaggio, e so che non ne usciranno più. Michel è stata la nostra guida per queste sei ore indimenticabili, e si è preso cura di noi in ogni aspetto e istante, peraltro eravamo solo noi due quindi è stato ancora più fantastico. Appena arrivato, abbiamo iniziato a verificare l’attrezzatura: quando si prenota, viene specificato di dover essere forniti di abbigliamento e scarpe adeguate, ma in realtà avevano di tutto da fornire, in caso di bisogno. Recuperiamo ramponi, casco, piccozza e corde e siamo pronti per andare!

Si inizia con una signora caronte che ci traghetta verso il ghiacciaio, sul lago che si forma dal suo scioglimento, inesistente fino a 10 anni fa (meditate..). Poi si inizia ad avvicinarsi al ghiaccio, su un sentiero ricavato dalla roccia rimasta, man mano che il ghiaccio si è ritirato: la roccia è a tratti molto liscia, per effetto dei detriti che hanno agito sulle sue pareti. Attraversiamo un ponticello bellissimo, sotto di noi l’acqua proveniente dal ghiacciaio è non poco arrabbiata. E non solo l’acqua, perché man mano che ci avviciniamo, si alza il vento del nord, si alza un vento freddo che senti eccome, non puoi non accorgertene.. un po’ come dire, ehi, ti sto aprendo le porte di casa mia, ma rispetto, neh.

E poi arriviamo ai suoi piedi: non so voi, ma il ghiacciaio è una delle cose pazzesche della natura che più mi affascina. Ok, io non provo nulla di fronte ad una foresta tropicale o ad una spiaggia di un’isola deserta, mentre mi si accende il cuore davanti ad una montagna, magari immersa nell’oceano, o davanti alla neve. Ma accensioni di cuore a parte, il ghiacciaio mi induce timore reverenziale e profondo rispetto: resistere ad un pianeta forno come il nostro, con la manopola dei gradi sempre un po’ più girata verso l’alto, è da fighi. Punto. E quindi mi trovo lì, con un piede sulla montagna e uno sul primo suo lembo di ghiaccio, lo zerbino di casa Nigardsbreen, insomma, e già tremo un po’ nel mettere i ramponi e l’imbrago (e non di paura).

Non puoi spiegare un ghiacciaio a chi non ha gli occhi pieni di stupore, neve e gratitudine.

(F. Caramagna)

Siamo sul ghiaccio! E ci rimarremo più di 4 ore ore pazzesche. Perché questa volta non è stato come passeggiare sul lungomare, sul Vatnajökull, qui abbiamo camminato vicino a crepacci, buchi, formazioni incredibili, siamo saliti fino in cima, alla fine della esse che si scorgeva da lontano, e lì abbiamo pranzato, completamente soli. Solo il rumore sotto di noi, perché non c’è nulla di più vivo del ghiaccio. Io lassù ho dimenticato tutto, perché ero felice.

La fuga nel paesaggio è sospetta. I ghiacciai sono troppo grandi, perché vi si riesca a pensare quanto sono piccoli gli uomini. Ma gli uomini sono sufficientemente piccoli perché in mezzo a loro si riesca a pensare quanto sono grandi i ghiacciai. Bisogna usare gli uomini per questo e non i ghiacciai per quell’altro fine.

(K. Kraus)

E poi ho anche scalato una piccola parete! Prima volta nella vita, ma con un istruttore come Michel sembrava tutto semplice: è tedesco, e ha studiato per diventare guida artica alle Svalbard, direi che non c’è da aggiungere altro. Michel quindi ci spiega: gambe larghe, piede a triangolo per puntare bene il rampone sul ghiaccio, picconata a destra, poi a sinistra, poi gamba destra/sinistra.. e sono arrivata sino in cima.

E poi, che bellezza lasciarsi andare nel vuoto, per scendere. Michel, Can I do it again? And again? Alla terza volta non sentivo più le braccia ma tutto il resto urlava di bello.

Purtroppo arriva l’ora di salutare il ghiaccio, togliere i ramponi e l’imbrago, e pure la giacca, perché fa caldo, senza ghiaccio. Ok ciao, me ne vado.. ma solo fino alla prossima volta.

Risaliamo in macchina, salutando Michel (fino al prossimo ghiacciaio). E penso: se anche il viaggio dovesse finire stasera, con questa giornata sarei già molto felice e soddisfatta, vale un viaggio! Ehi ma.. non finisce domani! ed in realtà nemmeno la giornata è finita, figuriamoci. Qui siamo accesi finché c’è luce, siamo sincroni con il sole, che non va praticamente mai a dormire, appunto. Stasera dormiremo a Lom, ma oramai lo sapete.. avevamo ancora molta strada da fare, davanti a noi, senza valige ammucchiate sul marciapiede, ma zaini nel baule, quindi c’è vita. E la vita di stasera è la road n.55, un’altra delle 18 scenic route più belle della Norvegia, la Sognefjellet, che porta al passo più alto dell’Europa del Nord, 1434 metri. C’è la neve qui, anche d’estate. E d’inverno ne cade talmente tanta che le enormi masse che si formano rendono impossibile percorrerla, quindi viene chiusa fino all’inizio della primavera, ed in questo periodo è delimitata ai lati da muri di neve alti più di 10 metri. Quindi dovrò assolutamente tornare per vederla in questo periodo, e per ripercorrerla nel senso opposto, perché, ok.. è tutto uguale, ma anche tutto diverso. Capite perché non ami i viaggi compulsivi, quelli della ring road in Islanda e sei già soddisfatto, e puoi mettere la spunta sul numero di paesi visti, o quelli stile Vietnam-Cambogia-Laos in 20 giorni? Le terre vanno conosciute a fondo, le persone anche di più, per coglierne i dettagli, non il riassunto! (imo, ovviamente). All’inizio della 55, poco dopo Fortun, troviamo un bel gruppo di pecore, e io amo le pecore.. vuoi passare senza salutare? ma va. Solitamente, le pecore incontrate qui al nord sono diffidenti, ti studiano molto, si avvicinano a fatica.. questa mamma pecora mi ha limonato per ..sempre, fino a quando sono scappata in macchina!

Sognefjellet

E anche i due cuccioli non erano da meno. Quindi, in Islanda le pecore girano sempre in gruppi di tre (mamma e due cuccioli), in Norvegia pure ma sono molto più coccolosi.

Dopo essere fuggiti dalla pecore affettuose, saliamo ancora, ed ecco qui: ci sono 5-6° C e tanta bellezza.

Lungo la strada si trovano molti di quei dolmen di pietre, e dovunque c’è scritto di non distruggerli (serve scriverlo??) né di costruirne di nuovi, perché sono molto antichi: i contadini e i mercanti che volevano attraversare la Sognefjellet nei tempi addietro, dovevano mettere in conto di avere a che fare con i molti nomadi e vagabondi, un po’ briganti, che vivevano quassù, per cui i dolmen più alti servivano alle persone per nascondersi.

Quindi, esistevano pure i briganti norvegesi..

Arriviamo a Lom, e il nostro hytte di stasera è degno della giornata: inerpicato alla fine di una ripida strada sterrata, oltre il quale puoi solo pensare ci sia nulla, e invece.

Stanotte Thor è davvero furioso, e io mi godo tutta la pioggia torrenziale dentro questo piccolo hytte, tanto.. chi dorme dopo una giornata così?

Il giorno dopo, come spesso accade a queste latitudini, ci siamo svegliati in un luogo diverso.

Viaggiare è essere infedeli. Siatelo senza rimorsi. Dimenticate i vostri amici per degli sconosciuti.

(P. Morand)