Giorno 5 (ice ice baby)

Giorno 5 – 29 luglio 2021

Ho trascorso la notte in mezzo alla mia tempesta (fuori il tempo era calmo, Thor forse non aveva nulla da dire o era assopito, ma io no). Non vi ho ancora confessato una cosa dei miei viaggi: dormo pochissimo, e considerando tutte le cose che faccio di giorno, torno stanchissima! ma in realtà ricostruita, restaurata, nuova, più bella (per dormire ho l’eternità, mentre per vivere, come intendo io, ho davvero poco, quindi perché sprecare tempo quando il mondo è grandissimo e ancora di più, meraviglioso?) La stessa cosa mi capitò durante la mia prima (di due, per ora) esperienze di volontariato in un ospedale in Tanzania: esperienza che mi ha rivoltato come un calzino, segnata (come i tatoo, ma senza inchiostro), radicalmente smossa. In ogni caso (difficile non iniziare a parlare di Bukumbi..), la sera, quando mi coricavo dopo 12-14 ore di lavoro ininterrotto, posando la testa sul cuscino risalivano violentemente tutti i pensieri sulle cose fantastiche che avevo fatto quel giorno, tutte le persone che avevo realmente aiutato, curato, i sorrisi che avevo creato, le cose che avevo imparato, il modo in cui quella giornata mi aveva cambiato. Inoltre, la casa in cui dormivo aveva grandi finestre provviste solo di zanzariera, e molto poco muro, ed il mondo animale là fuori, nel nulla pieno di tutto, si faceva delle gran feste tutta la notte, insieme ai miei pensieri. In viaggio succede un po’ la stessa cosa: quando mi fermo, i pensieri mi raggiungono: in viaggio non aiuto né curo nessuno, mi occupo solo di me stessa, nel modo per me più efficace.

Inoltre, esattamente come la notte di Santa Lucia, in cui sbirciavo costantemente per scovarla mentre mi portava i regali, con la stessa trepida attesa aspettavo il nuovo giorno perché sarei tornata sul signor ghiacciaio, per la seconda volta, dopo il Vatnajökull in Islanda. E’ il mio posto, il mio clima, il mio regale rifugio.

La strada verso Gjerde, ai piedi dello Jostedalsbreen (breen = ghiacciaio), una volta lasciato il Lustrafjord, diventa la road 604, che scava la montagna fino ad arrivare ad uno dei bracci glaciali, il Nigardsbreen, meta del Blue ice hike che stiamo per fare oggi! Lo Jostedalsbreen è il ghiacciaio più grande della Norvegia ma anche dell’intera Europa continentale e costituisce ciò che resta dell’enorme ghiacciaio che circa 10.000 anni fa copriva l’intera Scandinavia: in alcuni punti, lo spessore arriva a 600 m, anche se viene mantenuto più dalle abbondanti precipitazioni nevose che dalle basse temperature, ahimè.

Dopo circa 40 km, iniziamo a scorgere il Nigardsbreen! Che potenza.

Poco prima del punto in cui lasciare la macchina e iniziare l’hike, troviamo il Breheimsenteret Glacier center, sede di esposizioni di foto del ghiacciaio, di un bar e ristorante, e dove abbiamo ritirato il pranzo, da portarci sul ghiacciaio. Noi abbiamo fatto l’hike con la Jostedalen Breførarlag, con cui ci siamo trovati benissimo, quindi affidatevi a loro e godetevi il ghiaccio, anche se ne avete un po’ timore. Io lo avevo già fatto in Islanda, appunto, poi rivelatasi una passeggiatina sul lungomare rispetto a questo, mentre per il mio compagno di hike era la prima volta, ma con Michel è stato tutto semplice. Già, Michel, una di quelle belle anime che entrano nella mia vita in viaggio, e so che non ne usciranno più. Michel è stata la nostra guida per queste sei ore indimenticabili, e si è preso cura di noi in ogni aspetto e istante, peraltro eravamo solo noi due quindi è stato ancora più fantastico. Appena arrivato, abbiamo iniziato a verificare l’attrezzatura: quando si prenota, viene specificato di dover essere forniti di abbigliamento e scarpe adeguate, ma in realtà avevano di tutto da fornire, in caso di bisogno. Recuperiamo ramponi, casco, piccozza e corde e siamo pronti per andare!

Si inizia con una signora caronte che ci traghetta verso il ghiacciaio, sul lago che si forma dal suo scioglimento, inesistente fino a 10 anni fa (meditate..). Poi si inizia ad avvicinarsi al ghiaccio, su un sentiero ricavato dalla roccia rimasta, man mano che il ghiaccio si è ritirato: la roccia è a tratti molto liscia, per effetto dei detriti che hanno agito sulle sue pareti. Attraversiamo un ponticello bellissimo, sotto di noi l’acqua proveniente dal ghiacciaio è non poco arrabbiata. E non solo l’acqua, perché man mano che ci avviciniamo, si alza il vento del nord, si alza un vento freddo che senti eccome, non puoi non accorgertene.. un po’ come dire, ehi, ti sto aprendo le porte di casa mia, ma rispetto, neh.

E poi arriviamo ai suoi piedi: non so voi, ma il ghiacciaio è una delle cose pazzesche della natura che più mi affascina. Ok, io non provo nulla di fronte ad una foresta tropicale o ad una spiaggia di un’isola deserta, mentre mi si accende il cuore davanti ad una montagna, magari immersa nell’oceano, o davanti alla neve. Ma accensioni di cuore a parte, il ghiacciaio mi induce timore reverenziale e profondo rispetto: resistere ad un pianeta forno come il nostro, con la manopola dei gradi sempre un po’ più girata verso l’alto, è da fighi. Punto. E quindi mi trovo lì, con un piede sulla montagna e uno sul primo suo lembo di ghiaccio, lo zerbino di casa Nigardsbreen, insomma, e già tremo un po’ nel mettere i ramponi e l’imbrago (e non di paura).

Non puoi spiegare un ghiacciaio a chi non ha gli occhi pieni di stupore, neve e gratitudine.

(F. Caramagna)

Siamo sul ghiaccio! E ci rimarremo più di 4 ore ore pazzesche. Perché questa volta non è stato come passeggiare sul lungomare, sul Vatnajökull, qui abbiamo camminato vicino a crepacci, buchi, formazioni incredibili, siamo saliti fino in cima, alla fine della esse che si scorgeva da lontano, e lì abbiamo pranzato, completamente soli. Solo il rumore sotto di noi, perché non c’è nulla di più vivo del ghiaccio. Io lassù ho dimenticato tutto, perché ero felice.

La fuga nel paesaggio è sospetta. I ghiacciai sono troppo grandi, perché vi si riesca a pensare quanto sono piccoli gli uomini. Ma gli uomini sono sufficientemente piccoli perché in mezzo a loro si riesca a pensare quanto sono grandi i ghiacciai. Bisogna usare gli uomini per questo e non i ghiacciai per quell’altro fine.

(K. Kraus)

E poi ho anche scalato una piccola parete! Prima volta nella vita, ma con un istruttore come Michel sembrava tutto semplice: è tedesco, e ha studiato per diventare guida artica alle Svalbard, direi che non c’è da aggiungere altro. Michel quindi ci spiega: gambe larghe, piede a triangolo per puntare bene il rampone sul ghiaccio, picconata a destra, poi a sinistra, poi gamba destra/sinistra.. e sono arrivata sino in cima.

E poi, che bellezza lasciarsi andare nel vuoto, per scendere. Michel, Can I do it again? And again? Alla terza volta non sentivo più le braccia ma tutto il resto urlava di bello.

Purtroppo arriva l’ora di salutare il ghiaccio, togliere i ramponi e l’imbrago, e pure la giacca, perché fa caldo, senza ghiaccio. Ok ciao, me ne vado.. ma solo fino alla prossima volta.

Risaliamo in macchina, salutando Michel (fino al prossimo ghiacciaio). E penso: se anche il viaggio dovesse finire stasera, con questa giornata sarei già molto felice e soddisfatta, vale un viaggio! Ehi ma.. non finisce domani! ed in realtà nemmeno la giornata è finita, figuriamoci. Qui siamo accesi finché c’è luce, siamo sincroni con il sole, che non va praticamente mai a dormire, appunto. Stasera dormiremo a Lom, ma oramai lo sapete.. avevamo ancora molta strada da fare, davanti a noi, senza valige ammucchiate sul marciapiede, ma zaini nel baule, quindi c’è vita. E la vita di stasera è la road n.55, un’altra delle 18 scenic route più belle della Norvegia, la Sognefjellet, che porta al passo più alto dell’Europa del Nord, 1434 metri. C’è la neve qui, anche d’estate. E d’inverno ne cade talmente tanta che le enormi masse che si formano rendono impossibile percorrerla, quindi viene chiusa fino all’inizio della primavera, ed in questo periodo è delimitata ai lati da muri di neve alti più di 10 metri. Quindi dovrò assolutamente tornare per vederla in questo periodo, e per ripercorrerla nel senso opposto, perché, ok.. è tutto uguale, ma anche tutto diverso. Capite perché non ami i viaggi compulsivi, quelli della ring road in Islanda e sei già soddisfatto, e puoi mettere la spunta sul numero di paesi visti, o quelli stile Vietnam-Cambogia-Laos in 20 giorni? Le terre vanno conosciute a fondo, le persone anche di più, per coglierne i dettagli, non il riassunto! (imo, ovviamente). All’inizio della 55, poco dopo Fortun, troviamo un bel gruppo di pecore, e io amo le pecore.. vuoi passare senza salutare? ma va. Solitamente, le pecore incontrate qui al nord sono diffidenti, ti studiano molto, si avvicinano a fatica.. questa mamma pecora mi ha limonato per ..sempre, fino a quando sono scappata in macchina!

Sognefjellet

E anche i due cuccioli non erano da meno. Quindi, in Islanda le pecore girano sempre in gruppi di tre (mamma e due cuccioli), in Norvegia pure ma sono molto più coccolosi.

Dopo essere fuggiti dalla pecore affettuose, saliamo ancora, ed ecco qui: ci sono 5-6° C e tanta bellezza.

Lungo la strada si trovano molti di quei dolmen di pietre, e dovunque c’è scritto di non distruggerli (serve scriverlo??) né di costruirne di nuovi, perché sono molto antichi: i contadini e i mercanti che volevano attraversare la Sognefjellet nei tempi addietro, dovevano mettere in conto di avere a che fare con i molti nomadi e vagabondi, un po’ briganti, che vivevano quassù, per cui i dolmen più alti servivano alle persone per nascondersi.

Quindi, esistevano pure i briganti norvegesi..

Arriviamo a Lom, e il nostro hytte di stasera è degno della giornata: inerpicato alla fine di una ripida strada sterrata, oltre il quale puoi solo pensare ci sia nulla, e invece.

Stanotte Thor è davvero furioso, e io mi godo tutta la pioggia torrenziale dentro questo piccolo hytte, tanto.. chi dorme dopo una giornata così?

Il giorno dopo, come spesso accade a queste latitudini, ci siamo svegliati in un luogo diverso.

Viaggiare è essere infedeli. Siatelo senza rimorsi. Dimenticate i vostri amici per degli sconosciuti.

(P. Morand)