Giorno 6 (un road trip è per sempre)

Giorno 6- 30 luglio 2021

Dopo una notte di Sturm und Drang (fuori e dentro di noi), ci svegliamo in una Lom assolata, ma di quel sole piacevole, freddo, che di sicuro non ti fa sudare, e che non è mai invadente, anche se fa le ore piccole. Oggi l’idea è di raggiungere il Geiranger, il fiordo dei fiordi. Ma davanti a noi ci si è messa una strada secondaria, una deviazione dall’itinerario che avevamo in mente, e queste sono esattamente le premesse per qualcosa di straordinario. Quindi, mentre procedevamo sulla road n.15, con l’intenzione di percorrerla fino al bivio con la n.63, che ci avrebbe portato a Geiranger, vediamo, all’altezza del Grotli Høyfjellshotell, uno di quei cartelli marroni con una specie di fiore, che indica Gamle Strynefjellsvegen sulla sinistra. Non guidavo io in quel momento, quindi dico a Paolo, gira gira, gira a sinistra! lui gira, poi mi chiede perché, io dico.. secondo me ne varrà la pena. Pur essendo inclusa fra le 18 scenic route più belle della Norvegia (https://www.nasjonaleturistveger.no/en/routes/gamle-strynefjellsvegen), mi era sfuggita in fase di preparazione dell’itinerario, quindi non avevo idea di cosa fosse, ma sapevo (non chiedetemi perché, il mago non svela i suoi trucchi..) che sarebbe stata bellissima. Ok, forse però, non potevo immaginare sarebbe stata così pazzesca! La Gamle Strynefjellsvegen è la road n.258, costruita alla fine del 19° secolo e a quei tempi sembra di stare quando la si percorre, ancora tutt’oggi. E’ uno di quegli esempi, di cui la Norvegia è piena, di strade meravigliose, che rappresentano la destinazione stessa, se proprio una destinazione si vuole trovare.

Ovviamente ci fermiamo ad ogni curva, siamo circondati da bellezza pura e non sappiamo come gestirla!

In un punto, ci incamminiamo un pò oltre la strada, verso un laghetto glaciale, ci sono tanti artic cotton che mi chiamano e io non posso passare senza portare loro un saluto.

Siamo completamente soli in un luogo magico, fatto di laghetto blu, montagne silenziose ma possenti, artic cotton, hytte minuscoli immersi in un paesaggio da fiaba, e, come spesso mi accade nei paesi artici, penso che la bellezza dei luoghi venga potenziata dall’assenza di esseri umani. Mando qualche foto ai miei, e mia mamma risponde: “ma è disabitata la Norvegia?”. E dico, si mamma, ci sono 5 milioni di persone in un’area grande il 25% in più dell’Italia, e soprattutto, i loro magnifici luoghi vengono lasciati intatti. Vi immaginate qui, con il bar che sforna birre medie e patatine e despacito a tutto volume? Oddio, oddio.

Aspetta, ritorno ad ascoltare quel silenzio così rumoroso, dentro di noi.

I miei compagni di viaggio sono estasiati quanto me, ma io detengo il ruolo di quella che ad un certo punto li richiama alla realtà.. so quanto ancora ci aspetta e non voglio perdermi nulla! E quindi solitamente, sbotto con un “andiamo ragazzi, the best is yet to come

Riprendiamo la strada, e guardate che strada.

Poi eccola, la neve! e non sulle montagne ma a bordo lago. Ovviamente, mi ci sono buttata come le api sul miele.

Guardate come siamo in estasi io e David (Bowie, ndr).

La meravigliosa Gamle Strynefjellsvegen termina poco prima del villaggio di Stryn (che si intravede in fondo alla valle, nella foto), un villaggio molto grande (misure norvegesi) con troppa gente, che attraversiamo solamente per arrivare al Lovatnet, un lago color smeraldo, ai piedi dello Jostedalsbreen, in particolare al ramo chiamato Kjendalsbreen.

Arrivati a Lovatnet, abbiamo percorso tutto il perimetro percorribile del lago su quelle solite bellissime e strettissime stradine appiccicate al lato della montagna: il colore di quest’acqua è davvero verde artico-smeraldo, tutta colpa del ghiaccio!

Proseguendo ancora, si raggiunge la fine della stradina lungo lago, da cui o si torna indietro, oppure si imbocca una strada molto sterrata (!) che porta proprio davanti allo Kjendalsbreen, trovandosi fondamentalmente dalla parte opposta, rispetto a ieri, di questo enorme ghiacciaio che è lo Jostedalsbreen. Si raggiunge un parcheggio, con una cassettina, dove vengono chiesti 50 nok (circa 5 euro) per la conservazione del luogo.

Kjendalsbreen

Dal parcheggio, si cammina una ventina di minuti fino a trovarsi proprio sotto di lui, ed è il solito vento forte e freddo ad aprirci la porta.

La giornata è quasi finita, ci dirigiamo verso Eidsdal, dove rimarremo questa notte. A Stryn sbagliamo strada, ed invece che riprendere la n.15 e salire verso Geiranger, imbocchiamo la n. 60, e va bene così, perché abbiamo guadagnato 2 ore di strada diversa! Ad un certo punto ci accorgiamo che ops, ci sono non uno ma ben due traghetti da prendere: that’s Norway!

Nel frattempo, superiamo il 62° parallelo nord!

Su uno di questi due traghetti, accade una cosa incredibile: scendo al bar a prendere una Coca, ma non c’è nessuno. Attendo. Ad un certo punto, arriva un ragazzo, si prende un panino dallo scaffale e…paga alla cassa automatica. Tutto libero, tutti onesti.

L’hytte di stanotte sarà l’unico, in tutto il viaggio, ad ospitarci per due sere consecutive, ed è una piccola gemma, dove rintanarsi e riprendersi il bello di noi stessi: si chiama Hesthaug Gard, in mezzo alle montagne sopra il Geiranger e tante pecore.

La temperatura è sotto i dieci gradi, e dentro l’hytte manca solo Nonna Papera.

Solo i demoni percorrono strade diritte.

(Antoni Gaudi)

Giorno 3 (di vichinghi e artic cotton)

Giorno 3 – 27 luglio 2021

Dopo una ricca colazione fuori dal nostro hytte, dutante la quale prendo nota di questa ricetta norvegese per preparare la cioccolata calda con cannella e peperoncino, la carovana riparte!

Prossima tappa: Gudvangen, alla fine (o inizio) del fiordo più stretto della Norvegia, il NÆRØYFJORD: lungo 17 km, nel punto più stretto, è largo solo 250 m! E’ forse il ramo più selvaggio del Sognefjord, con montagne alte 1200 m a picco nelle sue acque blu ed un particolare sistema per la protezione dalle valanghe, proprio sopra il villaggio. Qui la leggenda locale narra che le valanghe più rovinose possano trascinare un gregge di capre dall’altra parte del fiordo! A Gudvangen, la visione sul fiordo è limitata, proprio perché su un punto stretto di un fiordo stretto, che sicuramente dall’alto appare in tutta la sua meraviglia. C’è un villaggio vichingo che decidiamo di visitare, quei posti da dove sarei fuggita in tempi normali, con tanta gente dentro, ma siamo in tipo tre persone più noi per cui ci facciamo un giro, decidendo di ascoltare la guida “vichinga”: e facciamo bene, perché ci racconta cose interessanti, anche se la gallina del villaggio sta covando e fa una confusione pazzesca.

Ed ecco le prime rivelazioni: i vichinghi non indossavano elmi con le corna! Pare venisse indossato solo durante cerimonie e feste, mentre gozzovigliavano sorseggiando il sidro, ma per colpa di alcuni pittori, che iniziarono a dipingerli in questo modo, nacque l’equivoco. Erano sicuramente protetti dal capo ai piedi, ma soprattutto armati: coltelli, asce, lance.

Avevano imparato a costruire le loro imbarcazioni con maestria e sapienza uniche per quell’era, così da ottenere barche agili, per essere condotte anche in solitaria, ma abbastanza resistenti, per scorrazzare in Gran Bretagna, Francia, Sicilia e non solo: vengono riconosciuti come i primi europei a raggiungere il NordAmerica (parliamo dell’epoca compresa fra l’anno 793 e l’anno 1066!).

Non vestivano sempre di colori grigi e tristi, così come vengono rappresentati nelle serie televisive, ma amavano colorare la loro lana, e pettinarla. Ottenevano le lane colorate per infusione in sorta di tisane al gusto di varie specie vegetali, ma per il colore blu c’era un solo metodo, l’ammoniaca. Purtroppo, non si trovava in vendita nei supermercati, per cui utilizzavano, come fonte di ammoniaca, l’urina, con immersioni a 70°C, che emanavano un olezzo tale da essere relegate alle estremità del villaggio. Sono anche noti come popolazione estremamente pulita, si lavavano più di qualsiasi altra a quell’epoca (si dice almeno un bagno a settimana).

Ho provato a lanciare con l’arco (mai fatto prima), e scoperto che non è semplice come sembra: o forse ero solo troppo distratta dal vichingo maestro, di cui mi sono un po’ innamorata.

Ripartiamo da Gudvangen, ci aspettano un altro hiking e un’altra delle scenic route, scelte dal sito di cui vi ho già parlato (https://www.nasjonaleturistveger.no/en/routes). Imbocchiamo quindi la E16 e raggiungiamo lo Stegastein, viewpoint molto famoso (una piattaforma che si allontana dalla montagna per 30 metri, a 650 metri di altezza sull’ Aurlandsfjord): ci fermiamo giusto perché è sulla strada verso i nostri obiettivi. E la sensazione è quella prevista: vista bellissima, senza dubbio, ma non certo all’altezza di quella che avremo, più tardi, dopo due ore di salita toglifiato! Prima di tutto, perché allo Stegastein c’è il mondo (una ventina di persone sulla piattafiorma, quando siamo arrivati noi), mentre lungo l’hiking abbiamo incontrato 5 persone, ma in direzione opposta, quindi in cima eravamo solo noi, il fiordo, la montagna e la bandiera norvegese; secondariamente, perché ottenere qualcosa di così spettacolare con la fatica è il livello pro delle meraviglie. Io sto con Kerouac, sempre (a lui dedicata la frase di fine articolo).

IL punto di partenza dell’hiking al monte Prest è qui, e quando arriviamo noi, ci sono solo un paio di macchine: il percorso promette già bene. Il tempo meno (pioviggina e il cielo è grigio scuro), ma non è certo una ragione sufficiente per non salire! Come dicono da queste parti, “ non esiste il tempo brutto, ma solo l’abbigliamento sbagliato”, e noi abbiamo quello giusto, indispensabile, a queste latitudini, per non perdersi nulla per colpa di un po’ di pioggia (sarebbe un peccato mortale). Dopo una ventina di minuti di salita, l’altezza è tale per iniziare a scorgere l’Aurlandsfjord, sotto di noi: poi il sentiero si inerpica, ripido e in costa, e più manca il fiato, più la vista è pazzesca. La pioggia a tratti aumenta di intensità, a tratti smette, in cima il vento è forte, e anche noi lo siamo un po’ di più, dopo aver raggiunto la vetta. Che magia.

Qui alcune info pratiche sull’hiking al monte Prest: https://www.outdooractive.com/en/route/hiking-route/aurland/prest/56037545/#dmdtab=oax-tab1, straconsigliato!

Scesi dalla cima, ripartiamo. La giornata non è ancora finita, e per fortuna che in questo periodo la luce non manca mai: questo ci permette di fare tante imperdibili esperienze.

La meta finale di oggi è Lærdalsøyri, ma è poco importante (come lo è ogni meta): la cosa bella è la strada spettacolare che ci aspetta ora, la 5627, detta Aurlandsfjellet (fjellet, in  norvegese, significa montagna, e in wolfese significa che sarà bellissimo). 50 km di rara bellezza, fatta di una strada stretta in mezzo al nulla, riempito di montagne, artic cotton e neve (tre macchine incrociate). La strada infatti è chiamata anche snow road (Snovegen, vegen è la strada norvegese), in quanto la neve resiste tutta l’estate, resiste al nostro pianeta surriscaldato. Il punto più alto è a 1306 metri, ed è una strada chiusa d’inverno. Cos’è l’artic cotton? Semplicemente il mio fiore preferito. Sbuca dalla neve che si scioglie, è tipico dei paesi artici ma si trova anche sule nostre Alpi. E’ detto anche cottongrass, ma non c’entra nulla né con il cotone né con l’erba. Prospera in ambienti difficili (mi piace anche per questo), contando anche sulla mancanza di concorrenza, e all’inizio è solo un insignificante bocciolo verde che poi esplode in ciuffi bianchi morbidissimi. Veniva usato dagli Inuit per curare le ferite: ad oggi, può essere usato come avvertimento, per evitare di finire immersi fino alla cinta nell’acqua gelida del ghiacciaio, in quanto cresce tanto da mascherare zone acquose o terreni morbidi. Lo incontrai per la prima volta in Islanda, da cui iniziai a chiamarlo la barba degli elfi (perché gli elfi esistono, o l’artico è molto meno bello di quanto sia realmente). Di seguito potrete toccare con mano (con occhio diciamo, almeno per ora!) le meravigliose sensazioni che vi dà questa strada, e vedere me, che cerco la neve e l’artic cotton come il sacro graal.. e mi sento, incredibilmente, a casa.

Il pezzo di strada dopo Flotane è un pochino meno pazzesco, e ci porta fino al villaggio che ci ospiterà stasera, Lærdalsøyri: la giornata è stata già incredibile, ma il villaggio è una piccola gemma di case di legno del 1700, dove riusciamo addirittura a trovare un ristorante aperto alle 19.30.


Siamo in Norvegia da 2 giorni e qualche ora, ma sembrano settimane: troppe sensazioni forti da gestire.

Qui sotto, la mappa dell’itinerario di oggi e della road n. 5627.

Because in the end, you won’t remember the time you spent in the office or moving your lawn. Climb that goddamn mountain. – Jack Kerouac

Giorno 2 (i silenzi)

Giorno 2 – 26 luglio 2021

Dopo un colazione infinita a Ulvik camping (https://www.hardangerguesthouse.no), ci rimettiamo in strada, direzione Flåm, un villaggio di circa 500 abitanti, nella parte finale dell’Aurlandsfjord, una diramazione del Sognefjord, contea di Vestland. Flåm è conosciuto per le sue profonde vallate, create ad opera dello spesso strato di ghiaccio che è rimasto in questa zona per milioni di anni: l’erosione del ghiacciaio ha fatto sprofondare il terreno, creando queste bellissime gole. Qui è stata costruita una delle linee ferroviarie più ripide del mondo, nota anche come uno dei tratti ferroviari più belli al mondo. Durante il tragitto, ci fermiamo per la spesa, entriamo nel supermercato, e: “oh no! abbiamo dimenticato la mascherina!” “ah no, non si mette qui” (sarà la prima di ennemila volte in qui si ripresenterà questa scena durante il viaggio). I supermercati norvegesi sono pieni di cose deliziose e ipercolesterolemiche, come la maionese al lime e jalapenos, della quale siamo diventati profondi sostenitori, ma la mia attenzione si rivolge immediatamente alla ricerca dei rotolini morbidi alla cannella (Gifflar), di cui sono totalmente dipendente, senza speranza di uscirne, e da cui ero in crisi d’astinenza, dopo che all’Ikea non arrivano più! C’è pure la mia birra preferita. (poi ok, ci sono pure improbabili formaggi all’ananas, al bacon in tubetto, amatriciana in lattina, che non ho avuto il coraggio di fotografare).

Arriviamo a Flåm, che è davvero un villaggio sonnolente e delizioso, e ci dirigiamo alla piccola stazione, dove prendiamo i biglietti per la prossima corsa: in questo momento non ci sono molti viaggiatori, per cui ci sono posti a sufficienza e non è stato necessario prenotare (www.visitflam.com) . Il treno sembra un pò l’oriente express.

Una volta partito il treno, appare subito fondamentale scegliersi un finestrino, tirarlo giù completamente e rimanere appesi lì, incollati per ammirare questa valle meravigliosa all’interno della quale il treno passa, come Giona nel ventre della balena.

Il percorso si snoda su per 867 metri di dislivello in un’ora circa, con una pendenza del 5.5% per circa l’80% del viaggio, fino alla stazione di Myrdal, da dove passa anche la linea Oslo – Bergen.

Il National Geographic ha nominato la Flåmsbana come una delle 10 linee ferroviarie più belle del mondo, mentre la Lonely Planet l’ha definita nel 2014 come LA linea ferroviaria più spettacolare e credetemi, le foto non riescono a rendere la bellezza di questo viaggio. Durante il percorso, c’è anche una sosta per ammirare una cascata (niente di che), dove una ballerina spunta dall’alto vestita di rosso muovendosi al ritmo di un pezzo bucolico: non vale la discesa dal treno, e infatti sono rimasta su e, approfittando del fatto che fossero tutti scesi, mi sono accaparrata un finestrino migliore!

Rientrati a Flåm, iniziamo il primo dei (nonlihocontati) hiking del viaggio: la Norvegia dall’alto è imperdibile! Ho trovato spunti interessantissimi, relativamente agli hiking, su questo sito: https://www.outdooractive.com : troverete descrizione precise in termini di pendenza, tempo di percorrenza, difficoltà e indicazioni precise del punto di partenza, molto utile per quei percorsi poco battuti (i miei preferiti),per i quali il punto di partenza è un certo albero, lì giù dalla strada, 3 metri e mezzo a sinistra del sassolino a forma di alce. E non c’è un parcheggio pieno che può aiutarvi a capire!

Anche in questo caso, sbagliamo direzione un paio di volte prima di imboccare la strada giusta, che inizia con una piccola strada locale, poco trafficata per poi congiungersi ad una pista ciclabile, che costeggia il fiordo. La passeggiata è tranquilla e senza dislivello, se escludiamo la salita finale. Siamo soli, sensazione pazzesca e comune in Norvegia, se si sta lontani dai vari Preikestolen e affini. Il cielo è grigio, il fiordo sembra una lastra metallica, è tutto fermo, tranne dentro di me! Soprattutto quando vedo le casette fantastiche, isolate, quadrate, di legno a picco sul fiordo.

Dopo la salita finale, si arriva alla Otternes Farmyard, un’antica fattoria norvegese con casette risalenti al 1700, apparentemente abbandonata, ma che (scopriremo troppo tardi) invece ospita un ristorante last minute, nel senso che funziona solo su prenotazione e per 2/4 ospiti al massimo. Da qui la vista è fantastica, la pace norvegese mi invade, mi siedo lì davanti al bello e non vorrei più scendere.

Ad un certo punto, forse solo la fame riesce a smuoverci da questo primo di mille luoghi magici che la Norvegia ci regalerà, per cui rientriamo alla base, che stasera sarà il Flåm camping (https://www.flaam-camping.no/), e guardate che bella casetta abbiamo! Il fiordo è un pò distante, ma siamo immersi fra le montagne, i gradi Celsius superano di poco i 10 e le persone attorno a noi non fanno rumore: il camping è quasi pieno, eppure nessuno osa infrangere il silenzio.

La maggior parte delle sistemazioni che sceglieremo sono hytta: con questo termine, i norvegesi indicano la loro casa delle vacanze, situata di solito sulla costa o fra le montagne. Fino a pochi anni fa, hytta era rigorosamente una casetta spartana, senza acqua né elettricità, quasi sempre raggiungibile solo percorrendo un tratto a piedi, con il bagno esterno (utedass) e completamente immerse nella natura, dimensione essenziale per i norvegesi. I nostri hytter sono esattamente così, a parte l’elettricità e la macchina vicina. E questo ci permette di comprendere appieno la vera passione dei norvegesi per la vita all’aria aperta. “Ut på tur, aldri sur“, dicono, che in italiano diventerebbe qualcosa come “Zaino in spalla, andiamo in gita! Ci sorride già la vita”: come posso non amarli follemente?

Ecco il percorso (breve) di oggi

PS: se volete far bella figura con i norvegesi e soprattutto farvi capire, ricordate che la å, che è l’ultima lettera del loro alfabeto, si legge o, quindi oggi siamo stati a Flom.

Quando vivi in un luogo a lungo, diventi cieco perché non osservi più nulla. Io viaggio per non diventare cieco.

(Josef Koudelka)

Giorno 1 (ciao, sono tornata, per la terza volta)

Giorno 1 – 25 luglio 2021

Atterrare nel nord è sempre un’esperienza fantastica. Atterrare a Bergen significa vedere tante briciole di terra buttate da qualcuno, lassù in cielo, nell’oceano. Siamo (di nuovo) in Norvegia.

Subito rimaniamo stupiti, ma non troppo (vista l’analoga esperienza dell’anno scorso), dal vedere le persone in aeroporto, viaggiatori e vari operatori, senza mascherina. Ovviamente a nessun essere pensante può venire in mente che in Norvegia non vengano rispettate le regole, e scopriremo quindi che qui la mascherina non è più obbligatoria nemmeno nei luoghi pubblici al chiuso (lo sarà mai stata?). Ma attenzione, sono maniacali nel rispettare le distanze, nella disinfezione delle mani e nei bagni simpatici.

Se vi capiterà di incontrare, in Norvegia, delle persone vicine fra loro, senza mascherina, saprete di sicuro essere conviventi. Inoltre, il concetto di starsi addosso l’uno all’altro non esiste nella cultura norvegese, profondo rispetto per lo spazio vitale di ognuno (la signora che all’Esselunga ti sta così addosso da leggerti i messaggi sul tuo telefono, e annusarti l’alito, muta).

Cerchiamo la Hertz: è chiusa, saracinesca abbassata, bigliettino sulla parete: “per ritirare la macchina, chiamateci a questo numero” (quelle cose che ci fanno capire una cosa bellissima, e cioè che i viaggiatori saranno pochi, e mai dubitare di un disservizio… viene da ridere solo al pensiero!). 4’27” dopo, si presenta l’operatrice: a differenza di quanto viene segnalato dal sito di Rental Cars, ci danno la possibilità di pagare con una carta di credito diversa da quella utilizzata per la prenotazione e non per forza appartenente al driver principale. Però.. non accettano il pagamento se non con codice (quello usato per prelevare contante, per intenderci), quindi partite muniti di codice! Come anche l’anno scorso, la macchina è di gran lunga migliore di quanto scelto in fase di prenotazione (cioè sempre quella che costa meno): più grande, cambio automatico, 5 e non 3 porte. Si parte per Bergen, distante circa 20 km dall’aeroporto. Ci sono quasi 30°C (anche se senza umidità) e io sono un po’ scioccata. Ci immergiamo in Bryggen (“molo” in norvegese), lo storico quartiere antico, costituito da 280 casette di legno colorato, una accanto all’altra, che avrete tutti visto su qualche foto.

Nel 1702 ci fu un incendio che distrusse gran parte dell’area, per cui gli edifici vennero ricostruiti ma circa un quarto di essi sono ancora gli originali. Bryggen è stato classificato dall’UNESCO tra i patrimoni dell’umanità. In effetti è molto piacevole, così come il fishmarket che incontriamo, dove pranziamo con un panino con l’alce davvero squisito e preparato al momento (non puoi avere fretta, in Norvegia, non esiste qui, la fretta).

A proposito di alce e lingue straniere, il venerdì i norvegesi dicono “God helg!” – buon weekend – ma attenzione, nel caso vogliate imitarli, ad accentuare l’acca aspirata, onde evitare di augurare loro “buon alce”. Un po’ come l’acca aspirata inglese, che, se non pronunciata, vi fa dire che avete mangiato i gatti invece di dire che li odiate (I hate/ate cats). Qui le bandiere arcobaleno superano quelle norvegesi, e chi li conosce sa che se la porterebbero attaccati al polso sempre.

Ci accontentiamo di un paio d’ore per visitare Bryggen, ansiosi, come sempre, di fuggire dalle “città” (diciamo un quartiere del Milanese) ed immergerci nella natura. E qui parte il vero viaggio: quella luce che solo a queste latitudini splende così, di cui ne vorresti un po’ anche fra il cemento di Milano, o sulle nostre montagne, ma è solo qui, oltre il 60° parallelo nord (probabilmente anche sud, ma lo devo ancora verificare con i miei occhi). E poi il silenzio, il rumore più bello della Norvegia. E il vero viaggio inizia quando ti sei appena allacciata le cinture e già vorresti fermarti (e ti fermi ovviamente), perché di sicuro lì dietro, o laggiù, c’è qualcosa di cui vale la pena avere esperienza. Un viaggio in macchina a singhiozzo, ma non puoi perderti mondi del genere.

Percorriamo la Fv7 road, ma soprattutto le scenic route (fra le 18 più belle della Norvegia, trovi le altre qui https://nasjonaleturistveger.no/en/routes) n. 79 e 550 lungo il nostro primo fiordo del sud-ovest, l’Hardangerfjord. It’s not the destination, it’s the journey, scriveva Emerson: o l’ho sempre pensata allo stesso modo, ma qui in Norvegia questo pensiero rimbomba.

Dopo qualche ora di journey, raggiungiamo Ulvik, dove pernotteremo stanotte. L’idea iniziale era di prendere un paio di traghetti per raggiungere Odda, ma l’idea non era compatibile con gli orari dei traghetti, che in alcune tratte sono davvero numerosi quanto la metro rossa milanese, mentre in altri sono solo 3-4 corse al giorno (ve ne parlerò più avanti). Prendiamo quindi la via da Granvin, attraversando uno dei vari tunnel dentro le montagne che incontreremo, lunghi anche decine di km: questo, il Tunsberg tunnelen, ci regala uno spettacolo di luci all’interno, che spezza un po’ la monotonia scura. Raggiungiamo poi la parte opposta dell’Hardangerfjord attraversando l’Hardangerbrua (bru/bro significa ponte in norvegese), il più lungo ponte sospeso della Norvegia, che si fionda diritto nella montagna.

A Ulvik, abbiamo una casetta magnifica a metri 12 dal fiordo, con la bandiera norvegese davanti e un sole che non tramonta mai.

Siamo all’Ulvik camping (https://hardangerguesthouse.no), che fa parte dell’Hardanger GH, ma è la versione più economica (e soprattutto più vicina al fiordo!). Qui viene servita una colazione squisita e abbondante, ovviamente alla norvegese, quindi affettati, verdure, formaggi, pane di ogni tipo, uova, salmone, aringhe, ma anche yogurt e dei mini croissant da urlo. NB: l’Hardangerfjord è famoso per due luoghi iconici (pure troppo) della Norvegia: il Trolltunga, uno stretto dito roccioso sospeso nel vuoto, sopra il Lago Ringedalsvatnet e il Preikestolen (Pulpito di Roccia) una versione ridotta dell’omonimo belvedere sopra il Lysefjord, vicino a Stavanger. Ma questi posti così osannati e triti/ritriti non mi attirano mai, preferisco il trekking spettacolare che nessuno osanna (a parte quelli come me).

La giornata finisce, anche se non arriva il buio, così come fatica ad arrivare il sonno: sono già troppo felice.

Qui il percorso di oggi.

Una volta che hai viaggiato, il viaggio non finisce mai, ma si ripete infinite volte negli angoli più silenziosi della mente. La mente non sa separarsi dal viaggio.

(Pat Conroy)