Giorno 8 (ditelo con i troll)

Giorno 8 – 1 agosto 2021

Oggi si riparte presto, o comunque prima del solito (che è sempre comunque attorno alle 8 – e le chiamano vacanze! – ma c’è troppo da vedere, troppo da scoprire! ): ieri sera abbiamo deciso all’ultimo di provare a fare un hike di quelli belli e impegnativi, nonostante le previsioni non fossero delle migliori, ma tanto qui le previsioni valgono per quel che valgono, ed un cielo plumbeo e pieno di nuvole diventa blu prima ancora di poter anche solo pensare di lamentarti del tempo. Il punto di partenza del percorso è a Åndalsnes, circa a metà strada dell’itinerario di oggi: oggi infatti si punta al mare, al mare di Norvegia ovviamente. La strada da Eidsdal ad Åndalsnes è la solita road n.63, che abbiamo percorso in questi giorni in lungo e in largo: si chiama Gerianger-Trollstigen, è una 18 delle scenic route più belle della Norvegia (Gerianger-Trollstigen), e parte poco prima di Geiranger, a Langevatnet, passa per Eidsdal (dove abbiamo pernottato in questi giorni) e procede fino a Åndalsnes, per una lunghezza totale di 106 km. Poco prima della fine, la strada diventa un biscione impazzito, tendente alla girella: è la strada dei troll, Trollstigen appunto, 11 tornanti al 9% di pendenza, una strada per cui devo ancora decidere se sia stato più bello guardarla dall’alto o guidarla.

A fare compagnia ai troll, ci sono bellissime montagne, come Kongen (il Re), Dronningen (la Regina) e Bispen (il Vescovo).

Ma chi sono i troll? I troll abitano le terre norvegesi fin dai tempi antichi, quando erano ancora disabitate.. disabitate da essere umani, intendo. Perché queste creature misteriose e buffe (o perfide?) erano già lì ad aspettare i primi umani, a cui un pochino assomigliano. I troll non sono esattamente degli adoni, nel significato più classico del termine: nasone, piedi e mani con solamente quattro dita, pelle squamosa e una coda buffa e pelosa, sdentati. Capita che abbiano un unico occhio, o due teste, la certezza è che sono sempre più spettinati di me! Vivono più di cent’anni e possono essere grandi come le montagne o piccoli come gnomi. Non pensate sia facile vederli, ma in ogni caso il momento migliore è quando c’è buio totale, il buio delle notti artiche: i troll infatti sono la versione norvegese dei vampiri della Transilvania, odiano la luce! La odiano perché a contatto con essa si trasformano in pietra: vi sarà capitato di vedere una montagna o un sasso a forma di troll, no? Ecco, sarà stato di sicuro un troll che non ce l’ha fatta, troppo nottambulo per rientrare a casa prima del sorgere del sole. Sono inoltre molto timidi, si prendono amorevole cura della natura, quindi non vi azzardate a non rispettarla, si arrabbierebbero molto con voi, e nessuno vuole far arrabbiare un troll. Amano i bambini, e c’è chi dice che si facciano vedere solo da loro. Ma in ogni caso, sanno essere gentili, e se li rispettiamo e rispettiamo la natura, diventano dei grandi porta fortuna, da regalare a chi vogliamo bene. Appena arrivati a casa però, dovete mostrargli tutte le stanze e, la prima notte, tenerli in un luogo sicuro e al buio, così da farli sentire a casa e rasserenarli. Sono gli amici degli elfi islandesi, e come dico sempre, non potrete amare e gustarvi davvero l’Islanda senza credere agli elfi o la Norvegia senza credere ai troll!

Vi presento il mio troll, Edvard.

Insieme agli amici troll, arriviamo ad Åndalsnes, dirigendoci all’ufficio turistico per capire se ci fosse un autobus in partenza verso il punto di inizio dell’hike di oggi, il Romsdalseggen Ridge. Dovunque si trovava la stessa indicazione: è possibile percorrere questo hike rigorosamente in un’unica direzione, dall’interno verso Åndalsnes, e assolutamente non in direzione opposta (da lassù ci sarebbe stato chiaro il motivo): raggiungere quindi il parcheggio di Vengedalen con un mezzo pubblico era fondamentale, essendo l’arrivo del percorso distante 12 km dalla partenza, e l’autobus rappresentava la soluzione più economica, per evitare il taxi. All’ufficio turistico ci avvisano che sta partendo l’ultimo autobus, quindi di affrettarsi e fare i biglietti on line. Saliamo di corsa sull’autobus in partenza, avvisando però l’autista che il sito web non ci permetteva di comprare il biglietto per quella corsa: l’autista ci invita a comprare il biglietto per la corsa serale e mostrarglielo, che differenza fa, in fondo (noi e le nostre italiche complicazioni). Arriviamo al parcheggio e iniziamo il percorso, segnalato e temporizzato fin troppo, con un cartello ogni km percorso (ansia!). Il percorso è anche carente di fonti d’acqua, per cui avvisano di rifornirsi dal torrente, dopo un paio di km dall’inizio, avvertendo essere l’ultima possibilità. Il tempo è norvegese, ma noi siamo attrezzati bene quindi, perché rinunciare?

Il percorso inizia con alcuni scalini e poi continua alla destra del fiume, per poi attraversarlo e continuare sulla sinistra: qui c’è ancora erba e vegetazione, che fra poco lasceremo alle spalle per i sassi lunari, e la salita è dolce, utile approfittarne per raccogliere fiato prima della parte di roccette, in cui le mani saranno piuttosto utili, tanto sarà la pendenza della parete.

La salita è dura (circa 700 metri di dislivello in un’ora e mezza), ma la vista da lassù dovrebbe valere la faticaccia, dico dovrebbe perché quando arriviamo alla fine della parete di roccette, su un piano che per un momento ci fa credere di essere in cima, siamo totalmente immersi nella nuvola. Si riparte, proseguendo per Mjølvafjellet. Qui si sale lungo la cresta, sempre fra le rocce, e per un parte di percorso, ci si deve aiutare con le catene presenti, senza guardare giù (se soffrite di vertigini). Finalmente si arriva in cima (1216 m), da cui a tratti siamo riusciti ad ammirare il meraviglioso scenario che si trovava attorno a noi: era come assistere ad un sipario che si apriva e chiudeva sul palcoscenico, un sipario fatto di nuvole.

Riposiamo le gambe, dopo circa 900 metri di dislivello, e facciamo pausa pranzo qui davanti al sipario di nuvole, inconsapevoli dell’infinita discesa che ci aspetta. Sappiamo di dover scendere per 1100 metri, ma la discesa inizia, e continua per diverso tempo, in modo troppo delicato..

La discesa infinita passa per l’arrivo della funivia, accanto al Rampestreken, una piattaforma che si sporge verso l’esterno per alcuni metri. Da qui, inizia forse la parte più impegnativa del percorso, infiniti scalini e poi ancora discesa ripida fra le radici degli alberi, fino ad arrivare giù in paese. Ginocchia e dita dei piedi chiedevano pietà.

Il percorso in totale ha richiesto circa 7 ore, con le pause, molto faticoso per il dislivello, ma molto bello sia per la vista, sia per le parti in cresta.

Ecco alcuni dettagli del percorso:

Distanza 10.3 km 

Durata 7:00 h 

Salita 960 m 

Discesa 1,202 m

Difficoltà Esperti

Aperto nei mesi di luglio agosto e settembre

Abbiamo ancora un’oretta di strada prima di raggiungere un luogo davvero magico, che ci ospiterà per la notte. Ve lo racconto domani.

“Because in the end, you won’t remember the time you spent working in the office or mowing your lawn. Climb that goddamn mountain.” Jack Kerouac

Giorno 7 – (di cascate, leggende e fattorie abbandonate)

Giorno 7 – 31 luglio 2021

Ci rimettiamo in viaggio, insieme alle pecore che ci accompagnano alla macchina, e imbocchiamo la road n.63 per raggiungere il Geirangerfjord, un fiordo piccolo, se confrontato con i suoi fratelli norvegesi: solo 15 km di lunghezza e 233 metri di profondità. Ma un fiordo di montagne imponenti, di luce che non arriva d’inverno al paese di Geiranger, lasciandolo immerso in quel blu cobalto, quello che ti fa sentire di essere sott’acqua ma senza bombole, tipico degli inverni al circolo polare artico. Il Geirangerfjord si trova nella parte settentrionale di quell’area che viene comunemente chiamata Norvegia dei fiordi, nella regione di Møre og Romsdal, ed è dichiarato patrimonio mondiale dell’Umanità dall’UNESCO, insieme al Nærøyfjord (di cui vi ho parlato qui). E’ già bello ancora prima di raggiungerlo, ammirandolo dall’alto, in questo punto sulla strada, chiamato Ørnesvingen (“La strada delle aquile”).

Ørnesvingen

Qui troviamo una cartina dell’area, che indica un’antica fattoria abbandonata, lungo il fiordo, e raggiungibile solo da un approdo via acqua. Arriviamo a Geiranger cercando una biglietteria in cui cambiare programma (avevamo comprato il giorno prima via web il biglietto per la crociera sul fiordo ma dall’altra parte): ovviamente nessun problema ma il traghetto è in partenza. Lo prendiamo al volo, sono circa le 11 e ancora poca la gente. Ci godiamo il fiordo e le grandi cascate ai nostri lati: per ogni cascata, c’è una leggenda.

Iniziamo dalla cascata delle Sette Sorelle (le sette sorelle piacciono molto ai norvegesi, ci sono anche le montagne delle sette sorelle, più a nord), così chiamata perché formata da sette diversi getti che scendono verso l’acqua del fiordo da circa 240 metri di altezza. Di fronte alle sette sorelle, c’è l’ “eterno pretendente”, cioè il Friaren (Friarfossen) che flirta incessantemente con loro, e di fianco c’è il velo da sposa, Brudesløret, che ai meno romantici sembra in realtà una bottiglia di birra.

Incantati dal fiordo, dalle sorelle con i loro pretendenti ed il velo da sposa, ci rendiamo conto troppo tardi di aver attraccato ad un molo (leggi piccolo scoglio) e di essere già ripartiti, peccato che quello scoglio fosse l’unico punto e approdo per raggiungere la vecchia fattoria.

Ma ehi, siamo in Norvegia, qui sono tutti come Mr. Wolf di Pulp Fiction: chiediamo allo staff della nave di poter rimanere su anche per il prossimo giro, promettendo di stare un attimo più attenti, e così facciamo, chiaramente senza che ci venisse chiesto di pagare l’altra corsa, figuriamoci. E stavolta riusciamo a scendere al “molo”. Ecco il molo:

Scendiamo ma iniziamo subito a salire, sì perché per arrivare alla vecchia fattoria abbandonata ci sono mille scalini spacca gambe che ti portano in quasi verticale a raggiungere i 250 metri slm di Skageflå . Dal sentiero però la vista è bellissima, forse superata solo da quella che si ammira dalla fattoria.

Arrivati in cima, il fiato manca ma la vista e la fattoria ripagano di tutto.

Mentre ci rilassiamo assorbendo ogni silenzio, leggiamo che la fattoria è stata utilizzata attivamente fino al 1918, ospitando 125 capre, 15-16 mucche e due cavalli. D’inverno, però, era fondamentalmente impossibile arrivare fin quassù, e si racconta che il contadino togliesse le scale dalle parti più ripide della salita, quando era atteso l’esattore delle tasse, che quindi, si narra, non arrivò mai a Skageflå. Ma ci arrivarono il re della Norvegia, Harald e la sua regina Sonia, che qui celebrarono le loro nozze d’argento nel 1993.

Avremmo voluto continuare a salire verso l’altra fattoria, Homlongsetra, a 540 mlsm, ma da lì a mezz’ora sarebbe passato l’ultimo traghetto, quindi abbiamo iniziato la discesa verso il molo.

Tornati a Geiranger, proseguiamo sulla road n.63, che si inerpica fino a 1500 m di altitudine per raggiungere la cima del monte Dalsnibba, il punto più alto d’Europa su un fiordo, raggiungibile via strada, da cui c’è una vista pazzesca, dicono. Nella foto quello che dicono ci sia, nel video quello che abbiamo visto noi. PS: qui la temperatura ha raggiunto il valore minimo del nostro viaggio, 3.5 °C.

Dalsnibba view point

Qui a Dalsnibba, immerso nella nebbia, c’era anche questo mezzo, che mi ha raccontato di strade attorno al mondo e storie che vorrei tanto vivere.

Scendiamo e percorriamo un po’ di strade lì attorno, prima di tornare alla nostra cabin fiabesca all’ Hesthaug Gard , unico luogo del viaggio che ci ospiterà per due notti consecutive.

Qual è la tua strada amico?… la strada del santo, la strada del pazzo, la strada dell’arcobaleno, la strada dell’imbecille, qualsiasi strada. È una strada in tutte le direzioni per tutti gli uomini in tutti i modi.
(Jack Kerouac)

Giorno 3 (di vichinghi e artic cotton)

Giorno 3 – 27 luglio 2021

Dopo una ricca colazione fuori dal nostro hytte, dutante la quale prendo nota di questa ricetta norvegese per preparare la cioccolata calda con cannella e peperoncino, la carovana riparte!

Prossima tappa: Gudvangen, alla fine (o inizio) del fiordo più stretto della Norvegia, il NÆRØYFJORD: lungo 17 km, nel punto più stretto, è largo solo 250 m! E’ forse il ramo più selvaggio del Sognefjord, con montagne alte 1200 m a picco nelle sue acque blu ed un particolare sistema per la protezione dalle valanghe, proprio sopra il villaggio. Qui la leggenda locale narra che le valanghe più rovinose possano trascinare un gregge di capre dall’altra parte del fiordo! A Gudvangen, la visione sul fiordo è limitata, proprio perché su un punto stretto di un fiordo stretto, che sicuramente dall’alto appare in tutta la sua meraviglia. C’è un villaggio vichingo che decidiamo di visitare, quei posti da dove sarei fuggita in tempi normali, con tanta gente dentro, ma siamo in tipo tre persone più noi per cui ci facciamo un giro, decidendo di ascoltare la guida “vichinga”: e facciamo bene, perché ci racconta cose interessanti, anche se la gallina del villaggio sta covando e fa una confusione pazzesca.

Ed ecco le prime rivelazioni: i vichinghi non indossavano elmi con le corna! Pare venisse indossato solo durante cerimonie e feste, mentre gozzovigliavano sorseggiando il sidro, ma per colpa di alcuni pittori, che iniziarono a dipingerli in questo modo, nacque l’equivoco. Erano sicuramente protetti dal capo ai piedi, ma soprattutto armati: coltelli, asce, lance.

Avevano imparato a costruire le loro imbarcazioni con maestria e sapienza uniche per quell’era, così da ottenere barche agili, per essere condotte anche in solitaria, ma abbastanza resistenti, per scorrazzare in Gran Bretagna, Francia, Sicilia e non solo: vengono riconosciuti come i primi europei a raggiungere il NordAmerica (parliamo dell’epoca compresa fra l’anno 793 e l’anno 1066!).

Non vestivano sempre di colori grigi e tristi, così come vengono rappresentati nelle serie televisive, ma amavano colorare la loro lana, e pettinarla. Ottenevano le lane colorate per infusione in sorta di tisane al gusto di varie specie vegetali, ma per il colore blu c’era un solo metodo, l’ammoniaca. Purtroppo, non si trovava in vendita nei supermercati, per cui utilizzavano, come fonte di ammoniaca, l’urina, con immersioni a 70°C, che emanavano un olezzo tale da essere relegate alle estremità del villaggio. Sono anche noti come popolazione estremamente pulita, si lavavano più di qualsiasi altra a quell’epoca (si dice almeno un bagno a settimana).

Ho provato a lanciare con l’arco (mai fatto prima), e scoperto che non è semplice come sembra: o forse ero solo troppo distratta dal vichingo maestro, di cui mi sono un po’ innamorata.

Ripartiamo da Gudvangen, ci aspettano un altro hiking e un’altra delle scenic route, scelte dal sito di cui vi ho già parlato (https://www.nasjonaleturistveger.no/en/routes). Imbocchiamo quindi la E16 e raggiungiamo lo Stegastein, viewpoint molto famoso (una piattaforma che si allontana dalla montagna per 30 metri, a 650 metri di altezza sull’ Aurlandsfjord): ci fermiamo giusto perché è sulla strada verso i nostri obiettivi. E la sensazione è quella prevista: vista bellissima, senza dubbio, ma non certo all’altezza di quella che avremo, più tardi, dopo due ore di salita toglifiato! Prima di tutto, perché allo Stegastein c’è il mondo (una ventina di persone sulla piattafiorma, quando siamo arrivati noi), mentre lungo l’hiking abbiamo incontrato 5 persone, ma in direzione opposta, quindi in cima eravamo solo noi, il fiordo, la montagna e la bandiera norvegese; secondariamente, perché ottenere qualcosa di così spettacolare con la fatica è il livello pro delle meraviglie. Io sto con Kerouac, sempre (a lui dedicata la frase di fine articolo).

IL punto di partenza dell’hiking al monte Prest è qui, e quando arriviamo noi, ci sono solo un paio di macchine: il percorso promette già bene. Il tempo meno (pioviggina e il cielo è grigio scuro), ma non è certo una ragione sufficiente per non salire! Come dicono da queste parti, “ non esiste il tempo brutto, ma solo l’abbigliamento sbagliato”, e noi abbiamo quello giusto, indispensabile, a queste latitudini, per non perdersi nulla per colpa di un po’ di pioggia (sarebbe un peccato mortale). Dopo una ventina di minuti di salita, l’altezza è tale per iniziare a scorgere l’Aurlandsfjord, sotto di noi: poi il sentiero si inerpica, ripido e in costa, e più manca il fiato, più la vista è pazzesca. La pioggia a tratti aumenta di intensità, a tratti smette, in cima il vento è forte, e anche noi lo siamo un po’ di più, dopo aver raggiunto la vetta. Che magia.

Qui alcune info pratiche sull’hiking al monte Prest: https://www.outdooractive.com/en/route/hiking-route/aurland/prest/56037545/#dmdtab=oax-tab1, straconsigliato!

Scesi dalla cima, ripartiamo. La giornata non è ancora finita, e per fortuna che in questo periodo la luce non manca mai: questo ci permette di fare tante imperdibili esperienze.

La meta finale di oggi è Lærdalsøyri, ma è poco importante (come lo è ogni meta): la cosa bella è la strada spettacolare che ci aspetta ora, la 5627, detta Aurlandsfjellet (fjellet, in  norvegese, significa montagna, e in wolfese significa che sarà bellissimo). 50 km di rara bellezza, fatta di una strada stretta in mezzo al nulla, riempito di montagne, artic cotton e neve (tre macchine incrociate). La strada infatti è chiamata anche snow road (Snovegen, vegen è la strada norvegese), in quanto la neve resiste tutta l’estate, resiste al nostro pianeta surriscaldato. Il punto più alto è a 1306 metri, ed è una strada chiusa d’inverno. Cos’è l’artic cotton? Semplicemente il mio fiore preferito. Sbuca dalla neve che si scioglie, è tipico dei paesi artici ma si trova anche sule nostre Alpi. E’ detto anche cottongrass, ma non c’entra nulla né con il cotone né con l’erba. Prospera in ambienti difficili (mi piace anche per questo), contando anche sulla mancanza di concorrenza, e all’inizio è solo un insignificante bocciolo verde che poi esplode in ciuffi bianchi morbidissimi. Veniva usato dagli Inuit per curare le ferite: ad oggi, può essere usato come avvertimento, per evitare di finire immersi fino alla cinta nell’acqua gelida del ghiacciaio, in quanto cresce tanto da mascherare zone acquose o terreni morbidi. Lo incontrai per la prima volta in Islanda, da cui iniziai a chiamarlo la barba degli elfi (perché gli elfi esistono, o l’artico è molto meno bello di quanto sia realmente). Di seguito potrete toccare con mano (con occhio diciamo, almeno per ora!) le meravigliose sensazioni che vi dà questa strada, e vedere me, che cerco la neve e l’artic cotton come il sacro graal.. e mi sento, incredibilmente, a casa.

Il pezzo di strada dopo Flotane è un pochino meno pazzesco, e ci porta fino al villaggio che ci ospiterà stasera, Lærdalsøyri: la giornata è stata già incredibile, ma il villaggio è una piccola gemma di case di legno del 1700, dove riusciamo addirittura a trovare un ristorante aperto alle 19.30.


Siamo in Norvegia da 2 giorni e qualche ora, ma sembrano settimane: troppe sensazioni forti da gestire.

Qui sotto, la mappa dell’itinerario di oggi e della road n. 5627.

Because in the end, you won’t remember the time you spent in the office or moving your lawn. Climb that goddamn mountain. – Jack Kerouac