Weekend di ottobre in Val Malenco e al Ghiacciaio Fellaria.

Amo la montagna e la montagna è il mio ambiente naturale, e dopo averla vista ad ottobre, inserisco l’autunno fra i momenti dell’anno in cui splende di più.

Siamo partiti un venerdì in tarda mattinata, dopo aver fatto un pit stop al volo per gomma non a terra, sotto terra, dolcemente aggiustata da due ragazzi ad una stazione di rifornimento nel milanese. Arriviamo al Rifugio Zoia prima delle 17, ed è già una cura per gli occhi e per l’anima.

Il Rifugio Zoia si trova in località Campo Moro, Lanzada (SO), in Val Malenco: si raggiunge un ampio parcheggio e poi si sale a piedi per qualche minuto, ma se proprio hai portato dei bagagli pesanti (che sconsiglio sempre! scegli di mettere nello zaino solo il necessario, e quando hai scelto, riguarda che tanto qualcosa di non necessario ci sarà ancora) e vuoi alleggerirti, ti aiuta la funicolare. Ti aspetta, lì davanti, il monte Disgrazia in tutta la sua bellezza, oggi 9 ottobre già coperto di neve, e quel bianco accanto ai colori caldi autunnali è davvero una coccola, ma nella passeggiata che faremo fra poco lo vedremo ancora meglio. Il Rifugio è bellissimo fuori quanto è accogliente all’interno, la stanza guarda verso le montagne attorno, il tetto (che bella la vista sui tetti), e un balcone dove si trova una sauna finlandese: ovviamente sto già pensando di tornarci quando sarà tutto, tutto bianco. Stanza vista montagna, questo è il mio mare.

Ci accoglie Emanuele, che dopo averci fatto accomodare, ci racconta di un menù valtellinese molto invitante per la sera, ma non prima di guadagnarci la cena con una passeggiata attorno al rifugio. Proprio alle spalle del rifugio, parte il sentiero per i Piani di Campagneda: poco più di un paio d’ore andata e ritorno su un sentiero perfettamente segnato e per nulla impegnativo, al tramonto, in ottobre, a più di 2000 metri, completamente sole. E’ questa la felicità? Diciamo l’inizio, con il gran finale davanti ad una delle opere della natura che più mi affascina, il ghiacciaio. Ma piano. sempre a correre sto.

Il sentiero arriva all’Alpe Campagneda, sovrastata dal Monte Disgrazia (3678 m), bello come il sole (di ottobre). Poco dopo si trova il Rifugio Ca Runcash (2170 m): siamo sempre sole e felici.

Scendendo e tornando verso il Rifugio Zoia, il cielo si accende di colori forti, da cui solo l’acquolina per la cena valtellinese ci può distogliere.

Ci addormentiamo così, pronte per il ghiaccio, domani.

Al mattino, al rifugio Zoia ci sono 4 meravigliosi gradi centigradi, temperatura perfetta per andare verso il ghiaccio. Ad un paio di km dal parcheggio sotto il rifugio, si trova un altro parcheggio, proprio sotto la diga dell’Alpe Gera, dove arriviamo verso le 9 e mezza, e dove troviamo solo qualche macchina: la mattinata parte benissimo. C’è un gruppo numeroso che arriva con noi, ma fortunatamente raggiungiamo la macchinetta per comprare il biglietto per il parcheggio (6 euro per tutto il giorno) subito dopo due di loro, che poi hanno quindi dovuto aspettare gli altri mille. Questo ci permette di iniziare la salita alla diga prima di loro e allontanarci dal loro casino e chiacchierio: la montagna è silenzio!

Salendo verso la diga, condivido (a bassa voce) con la mia compagna di camminata il fascino che le dighe hanno su di me, da lì si arriva a parlare di quella del Vajont e… ci rendiamo conto che oggi è il 9 ottobre, l’anniversario del terribile disastro del 1963: guardiamo la diga davanti a noi con ancora più rispetto.. ehi, resisti. La salita alla diga sale abbastanza rapidamente attraverso un sentiero alla sua destra (più ripido ma più breve di quello che sale alla sua sinistra), si attraversa tutto il muro della diga e poi si inizia la salita verso il Rifugio Bignami (2.401 m slm).

Al Rifugio Bignami troviamo la neve, la prima neve dell’anno, che è sempre un momento speciale.

“La neve è una poesia. Una poesia che cade dalle nuvole in fiocchi bianchi e leggeri”

(M. Fermine, Neve)

Poco dopo il Rifugio Bignami troviamo le indicazioni per il Sentiero Glaciologico L. Marson, che porta al ghiacciaio Fellaria. Qui troviamo anche la richiesta di Andrea, che ci dice che è stato qui e chiede di essere taggato, e mi sono dimenticata: scusa Andrea, provvedo subito.

Il sentiero glaciologico è intitolato a Luigi Marson, a cui si devono le prime descrizioni glaciologiche del versante lombardo che risalgono al 1899. Allora, il ghiacciaio aveva già abbandonato il piano di Alpe Gera e la lingua scendeva fino a circa 2300 m di quota (ora è al di sopra dei 2500 m slm). Da allora il ritiro è stato ahimè costante: negli anni Trenta è avvenuta la separazione delle due lingue, orientale ed occidentale. Il fronte ovest è ora completamente sparito, lasciando spazio ad un laghetto a circa 2750 m, mentre il fronte est è quello che raggiungeremo oggi. Nel 2006, il fronte est inizia a perdere continuità con la parte superiore del ghiacciaio, in corrispondenza del grande salto roccioso a circa 2900 m di quota. La parte inferiore, alimentata solo dal crollo del ghiaccio soprastante, inizia una notevole involuzione con l’assottigliamento progressivo della lingua glaciale e la comparsa di alcuni laghetti, che nel 2015 si sono uniti in un solo grande lago di contatto glaciale: il punto di arrivo del nostro percorso.

Dall’Alpe Fellaria, poco dopo il Rifugio Bignami e le indicazioni per il sentiero glaciologico, inizia un mondo in cui il ghiaccio riveste un ruolo fondamentale nell’evoluzione del paesaggio, e infatti si incontrano rocce montonate, solchi, massi erratici e rocce levigate, opere del passaggio ghiaccio in movimento. Si segue il sentiero, per tutto il tragitto ben indicato da disegni (omini?) o pallini o frecce blu.

Ad un certo punto inizierete a incontrare segnali del sentiero indicati con le lettere A, B o C: dal Bignami, seguendo per l’Alpe Fellaria, si segue il sentiero A che procede fino al bivio con i sentieri B+C. Il percorso A arriva al lato ovest del Fellaria, ma il panorama è sicuramente più bello arrivando al lato est attraverso il sentiero C, quello che abbiamo percorso noi.

Si continua a salire su un percorso ben segnato, in cresta, e circondato da uno scenario molto bello, di colori caldi e freddi, di neve e ottobre, fino all’arrivo al bivio fra il sentiero B ed il sentiero C: ricordate di tenere la destra seguendo il sentiero C.

Inizia poi una salita ripida su un sentiero di sassi, guardate bene perché a tratti sembra scomparire la segnaletica blu, in realtà c’è, magari nel sasso più avanti!

Alla fine della salita ripida, dopo un breve piano, compare il ghiacciaio.. e credetemi, potete aver visto mille foto su Instagram, ma scorgerlo così dal nulla è davvero emozionante.

Per raggiungerlo abbiamo impiegato 2 ore e mezzo circa di cammino. E’ ancora presto e non c’è praticamente nessuno, forse una sola coppia lontano da noi. Non è del tutto silenzioso però, c’è il rumore che si sente sempre quando si è vicino ai ghiacciai: quello scricchiolio del ghiaccio che si muove, che ti dice.. sono vivo. La temperatura è bassa (4 -5 °C), quindi attenzione a non partire impreparati anche se decidete di farlo in estate.

Ora faccio parlare le immagini, e soprattutto, i riflessi spettacolari che ho la fortuna di vedere!

Il tempo è coperto al nostro arrivo, ma dopo pochi minuti, le nuvole se ne vanno, il cielo è blu e come sempre, tutto cambia. Potete avvicinarvi al ghiacciaio, in sicurezza, cioè a qualche decina di metri almeno, seguendo la spiaggia. Ovviamente non salite sul ghiacciaio senza guida! Mentre siamo lì a giocare a bocce con i sassi sulla superficie ghiacciata di questo splendido lago di contatto glaciale, sentiamo un forte rumore sordo: un pezzo di ghiaccio si è staccato dalla parte superiore, divisa dal fronte davanti a noi, fronte che è alimentato proprio dal distacco di blocchi dall’alto: per un attimo ci siamo, decisamente, congelate (il rumore è stato davvero inquietante).

Iniziamo la discesa verso l’una, e incontriamo davvero tanta, troppa gente in salita. La discesa è a tratti scivolosa, quindi ponete attenzione e partite con scarpe adeguate. Il dislivello dal Rifugio Zoia è di circa 600 metri, che noi abbiamo percorso in 4 ore e mezza in totale (andata e ritorno), con un buon passo.

Vi consiglio assolutamente di passare la notte prima al Rifugio Zoia, o al Bignami se è aperto: oltre alla bellezza unica di poter assaporare la montagna all’ora del tramonto, in solitudine, e di passare la notte in rifugio, avete anche la possibilità di farvi una bella dormita e comunque raggiungere presto il ghiacciaio e credetemi, ammirarlo con duemila persone attorno è molto meno speciale.

Lettura consigliata: Neve, di Maxence Fermine

In alta montagna non vi è posto per il fantastico, perché la realtà vi è di per se stessa meravigliosa, più di qualsiasi cosa l’uomo possa immaginare. E’ possibile fantasticare di gnomi, giganti, idre, catoblepi tali da rivaleggiare in potenza e in mistero con un ghiacciaio, con il più piccolo ghiacciaio?
(René Daumal)

Giorno 5 (ice ice baby)

Giorno 5 – 29 luglio 2021

Ho trascorso la notte in mezzo alla mia tempesta (fuori il tempo era calmo, Thor forse non aveva nulla da dire o era assopito, ma io no). Non vi ho ancora confessato una cosa dei miei viaggi: dormo pochissimo, e considerando tutte le cose che faccio di giorno, torno stanchissima! ma in realtà ricostruita, restaurata, nuova, più bella (per dormire ho l’eternità, mentre per vivere, come intendo io, ho davvero poco, quindi perché sprecare tempo quando il mondo è grandissimo e ancora di più, meraviglioso?) La stessa cosa mi capitò durante la mia prima (di due, per ora) esperienze di volontariato in un ospedale in Tanzania: esperienza che mi ha rivoltato come un calzino, segnata (come i tatoo, ma senza inchiostro), radicalmente smossa. In ogni caso (difficile non iniziare a parlare di Bukumbi..), la sera, quando mi coricavo dopo 12-14 ore di lavoro ininterrotto, posando la testa sul cuscino risalivano violentemente tutti i pensieri sulle cose fantastiche che avevo fatto quel giorno, tutte le persone che avevo realmente aiutato, curato, i sorrisi che avevo creato, le cose che avevo imparato, il modo in cui quella giornata mi aveva cambiato. Inoltre, la casa in cui dormivo aveva grandi finestre provviste solo di zanzariera, e molto poco muro, ed il mondo animale là fuori, nel nulla pieno di tutto, si faceva delle gran feste tutta la notte, insieme ai miei pensieri. In viaggio succede un po’ la stessa cosa: quando mi fermo, i pensieri mi raggiungono: in viaggio non aiuto né curo nessuno, mi occupo solo di me stessa, nel modo per me più efficace.

Inoltre, esattamente come la notte di Santa Lucia, in cui sbirciavo costantemente per scovarla mentre mi portava i regali, con la stessa trepida attesa aspettavo il nuovo giorno perché sarei tornata sul signor ghiacciaio, per la seconda volta, dopo il Vatnajökull in Islanda. E’ il mio posto, il mio clima, il mio regale rifugio.

La strada verso Gjerde, ai piedi dello Jostedalsbreen (breen = ghiacciaio), una volta lasciato il Lustrafjord, diventa la road 604, che scava la montagna fino ad arrivare ad uno dei bracci glaciali, il Nigardsbreen, meta del Blue ice hike che stiamo per fare oggi! Lo Jostedalsbreen è il ghiacciaio più grande della Norvegia ma anche dell’intera Europa continentale e costituisce ciò che resta dell’enorme ghiacciaio che circa 10.000 anni fa copriva l’intera Scandinavia: in alcuni punti, lo spessore arriva a 600 m, anche se viene mantenuto più dalle abbondanti precipitazioni nevose che dalle basse temperature, ahimè.

Dopo circa 40 km, iniziamo a scorgere il Nigardsbreen! Che potenza.

Poco prima del punto in cui lasciare la macchina e iniziare l’hike, troviamo il Breheimsenteret Glacier center, sede di esposizioni di foto del ghiacciaio, di un bar e ristorante, e dove abbiamo ritirato il pranzo, da portarci sul ghiacciaio. Noi abbiamo fatto l’hike con la Jostedalen Breførarlag, con cui ci siamo trovati benissimo, quindi affidatevi a loro e godetevi il ghiaccio, anche se ne avete un po’ timore. Io lo avevo già fatto in Islanda, appunto, poi rivelatasi una passeggiatina sul lungomare rispetto a questo, mentre per il mio compagno di hike era la prima volta, ma con Michel è stato tutto semplice. Già, Michel, una di quelle belle anime che entrano nella mia vita in viaggio, e so che non ne usciranno più. Michel è stata la nostra guida per queste sei ore indimenticabili, e si è preso cura di noi in ogni aspetto e istante, peraltro eravamo solo noi due quindi è stato ancora più fantastico. Appena arrivato, abbiamo iniziato a verificare l’attrezzatura: quando si prenota, viene specificato di dover essere forniti di abbigliamento e scarpe adeguate, ma in realtà avevano di tutto da fornire, in caso di bisogno. Recuperiamo ramponi, casco, piccozza e corde e siamo pronti per andare!

Si inizia con una signora caronte che ci traghetta verso il ghiacciaio, sul lago che si forma dal suo scioglimento, inesistente fino a 10 anni fa (meditate..). Poi si inizia ad avvicinarsi al ghiaccio, su un sentiero ricavato dalla roccia rimasta, man mano che il ghiaccio si è ritirato: la roccia è a tratti molto liscia, per effetto dei detriti che hanno agito sulle sue pareti. Attraversiamo un ponticello bellissimo, sotto di noi l’acqua proveniente dal ghiacciaio è non poco arrabbiata. E non solo l’acqua, perché man mano che ci avviciniamo, si alza il vento del nord, si alza un vento freddo che senti eccome, non puoi non accorgertene.. un po’ come dire, ehi, ti sto aprendo le porte di casa mia, ma rispetto, neh.

E poi arriviamo ai suoi piedi: non so voi, ma il ghiacciaio è una delle cose pazzesche della natura che più mi affascina. Ok, io non provo nulla di fronte ad una foresta tropicale o ad una spiaggia di un’isola deserta, mentre mi si accende il cuore davanti ad una montagna, magari immersa nell’oceano, o davanti alla neve. Ma accensioni di cuore a parte, il ghiacciaio mi induce timore reverenziale e profondo rispetto: resistere ad un pianeta forno come il nostro, con la manopola dei gradi sempre un po’ più girata verso l’alto, è da fighi. Punto. E quindi mi trovo lì, con un piede sulla montagna e uno sul primo suo lembo di ghiaccio, lo zerbino di casa Nigardsbreen, insomma, e già tremo un po’ nel mettere i ramponi e l’imbrago (e non di paura).

Non puoi spiegare un ghiacciaio a chi non ha gli occhi pieni di stupore, neve e gratitudine.

(F. Caramagna)

Siamo sul ghiaccio! E ci rimarremo più di 4 ore ore pazzesche. Perché questa volta non è stato come passeggiare sul lungomare, sul Vatnajökull, qui abbiamo camminato vicino a crepacci, buchi, formazioni incredibili, siamo saliti fino in cima, alla fine della esse che si scorgeva da lontano, e lì abbiamo pranzato, completamente soli. Solo il rumore sotto di noi, perché non c’è nulla di più vivo del ghiaccio. Io lassù ho dimenticato tutto, perché ero felice.

La fuga nel paesaggio è sospetta. I ghiacciai sono troppo grandi, perché vi si riesca a pensare quanto sono piccoli gli uomini. Ma gli uomini sono sufficientemente piccoli perché in mezzo a loro si riesca a pensare quanto sono grandi i ghiacciai. Bisogna usare gli uomini per questo e non i ghiacciai per quell’altro fine.

(K. Kraus)

E poi ho anche scalato una piccola parete! Prima volta nella vita, ma con un istruttore come Michel sembrava tutto semplice: è tedesco, e ha studiato per diventare guida artica alle Svalbard, direi che non c’è da aggiungere altro. Michel quindi ci spiega: gambe larghe, piede a triangolo per puntare bene il rampone sul ghiaccio, picconata a destra, poi a sinistra, poi gamba destra/sinistra.. e sono arrivata sino in cima.

E poi, che bellezza lasciarsi andare nel vuoto, per scendere. Michel, Can I do it again? And again? Alla terza volta non sentivo più le braccia ma tutto il resto urlava di bello.

Purtroppo arriva l’ora di salutare il ghiaccio, togliere i ramponi e l’imbrago, e pure la giacca, perché fa caldo, senza ghiaccio. Ok ciao, me ne vado.. ma solo fino alla prossima volta.

Risaliamo in macchina, salutando Michel (fino al prossimo ghiacciaio). E penso: se anche il viaggio dovesse finire stasera, con questa giornata sarei già molto felice e soddisfatta, vale un viaggio! Ehi ma.. non finisce domani! ed in realtà nemmeno la giornata è finita, figuriamoci. Qui siamo accesi finché c’è luce, siamo sincroni con il sole, che non va praticamente mai a dormire, appunto. Stasera dormiremo a Lom, ma oramai lo sapete.. avevamo ancora molta strada da fare, davanti a noi, senza valige ammucchiate sul marciapiede, ma zaini nel baule, quindi c’è vita. E la vita di stasera è la road n.55, un’altra delle 18 scenic route più belle della Norvegia, la Sognefjellet, che porta al passo più alto dell’Europa del Nord, 1434 metri. C’è la neve qui, anche d’estate. E d’inverno ne cade talmente tanta che le enormi masse che si formano rendono impossibile percorrerla, quindi viene chiusa fino all’inizio della primavera, ed in questo periodo è delimitata ai lati da muri di neve alti più di 10 metri. Quindi dovrò assolutamente tornare per vederla in questo periodo, e per ripercorrerla nel senso opposto, perché, ok.. è tutto uguale, ma anche tutto diverso. Capite perché non ami i viaggi compulsivi, quelli della ring road in Islanda e sei già soddisfatto, e puoi mettere la spunta sul numero di paesi visti, o quelli stile Vietnam-Cambogia-Laos in 20 giorni? Le terre vanno conosciute a fondo, le persone anche di più, per coglierne i dettagli, non il riassunto! (imo, ovviamente). All’inizio della 55, poco dopo Fortun, troviamo un bel gruppo di pecore, e io amo le pecore.. vuoi passare senza salutare? ma va. Solitamente, le pecore incontrate qui al nord sono diffidenti, ti studiano molto, si avvicinano a fatica.. questa mamma pecora mi ha limonato per ..sempre, fino a quando sono scappata in macchina!

Sognefjellet

E anche i due cuccioli non erano da meno. Quindi, in Islanda le pecore girano sempre in gruppi di tre (mamma e due cuccioli), in Norvegia pure ma sono molto più coccolosi.

Dopo essere fuggiti dalla pecore affettuose, saliamo ancora, ed ecco qui: ci sono 5-6° C e tanta bellezza.

Lungo la strada si trovano molti di quei dolmen di pietre, e dovunque c’è scritto di non distruggerli (serve scriverlo??) né di costruirne di nuovi, perché sono molto antichi: i contadini e i mercanti che volevano attraversare la Sognefjellet nei tempi addietro, dovevano mettere in conto di avere a che fare con i molti nomadi e vagabondi, un po’ briganti, che vivevano quassù, per cui i dolmen più alti servivano alle persone per nascondersi.

Quindi, esistevano pure i briganti norvegesi..

Arriviamo a Lom, e il nostro hytte di stasera è degno della giornata: inerpicato alla fine di una ripida strada sterrata, oltre il quale puoi solo pensare ci sia nulla, e invece.

Stanotte Thor è davvero furioso, e io mi godo tutta la pioggia torrenziale dentro questo piccolo hytte, tanto.. chi dorme dopo una giornata così?

Il giorno dopo, come spesso accade a queste latitudini, ci siamo svegliati in un luogo diverso.

Viaggiare è essere infedeli. Siatelo senza rimorsi. Dimenticate i vostri amici per degli sconosciuti.

(P. Morand)