La magia dell’aurora polare

Nei miei sogni di bambina c’era quello di scoprire il mondo e le terre lontane, nei miei sogni di viaggiatrice, c’è sempre stato quello di vedere l’aurora polare.. sapete, quando il cielo decide di illuminarsi improvvisamente di (quasi) tutti i colori?

E non a caso, il fenomeno dell’aurora accade ai poli del nostro pianeta, quei luoghi per me fra i più magici e che si stanno prendendo tutto il mio interesse, e molti dei miei voli aerei, da un pò. Aggiungiamo che è tutta questione di chimica, e potete immaginare quanto possa affascinarmi.

Mi sono spesso chiesta, da persona talmente appassionata di scienza da farne il suo lavoro, cosa devono aver pensato gli antichi, di fronte a questo fenomeno, che ti lascia senza parole, con un infinito oooooohhhhhhh, bloccato solo dal gelo che ti ghiaccia il fiato. Pensate che, fra i vari misteri della natura, beh.. l’aurora ha messo particolarmente a dura prova gli studiosi, che hanno impiegato 25 secoli per arrivare a definirla in modo preciso e corretto, solo dopo il 1900.

« … vi è qualcosa che pare sangue, e il più terribile fenomeno fra quelli che spaventano i mortali: un incendio che dal cielo cade sulla Terra, come avvenne al terzo anno della 107a Olimpiade (349 a.C.), mentre il re Filippo sconvolgeva la Grecia. Ora io penso che tutti questi eventi sorgano in tempi prefissati per forza naturale, come del resto ogni cosa, e non hanno quindi (come ritiene la maggior parte) motivazioni svariate, che si possono escogitare aguzzando la mente; è vero che sono stati forieri di disastri, ma io stimo non che i fatti siano accaduti perché quelle manifestazioni li avevano anticipati, ma, all’opposto, che quei fenomeni sono nati perché quei fenomeni stavano per verificarsi. Comunque la loro rarità ne oscura la comprensione, ed è per questo che le meteore non si conoscono nella misura in cui sono noti il sorgere delle stelle e le eclissi… e varie altre cose… », scriveva Plinio il Vecchio nel 77 d.C. (!) nelle Historiae naturalis (Liber II, 27)

O Seneca, fra il 62 e il 65 d.C. nelle Naturales Questiones (Liber I, XV 5-6):

« Tra questi fenomeni (meteore ingnee) puoi mettere anche ciò che spesso leggiamo nelle storie, cioè che il cielo è apparso infuocato e il suo fiammeggiare è talvolta così alto da sembrare proprio in mezzo alle stelle, talvolta così basso da avere l’aspetto di un incendio lontano. Sotto il regno di Tiberio Cesare (37 a.C.) le coorti (corpo dei vigili del fuoco, fondato da Augusto dopo l’incendio del 23 a.C.) accorsero in aiuto alla colonia di Ostia come se fosse in fiamme mentre si trattava di una vampa celeste brillante durata gran parte della notte, di un fuoco grasso e fumoso. Per queste meteore nessuno dubita che posseggano realmente la fiamma che mostrano: esse sono fatte di una sostanza ben determinata. »

Pare che uno dei primi a tentare una spiegazione scientifica dell’aurora sia stato Aristotele, nel 4° secolo a.C. Nella sua opera Meteorologia, attribuì le aurore boreali ai vapori che da terra salivano verso il cielo. Vi starete chiedendo come abbiano fatto questi filosofi greci e latini a poter vedere un fenomeno fondamentalmente rarissimo nelle zone in cui vivevano: la spiegazione è data probabilmente dal fatto che il polo magnetico terrestre, a quell’epoca, si trovasse molto più a sud di dove si trova ora. Gli antichi descrivevano l’aurora come “Luci del Nord” (come ancora oggi in inglese, Northern lights) ma il nome attuale invece, “Aurora Borealis”, lo dobbiamo a Galileo Galilei, che lo scelse per descriverla, unendo il nome della dea romana dell’alba, Aurora, a quello greco per il vento del nord, Borea (a quell’epoca si pensava fosse un fenomeno solo del nord del pianeta, quindi solo successivamente si definì aurora australe quella visibile nell’emisfero sud, per cui il termine più preciso per descrivere il fenomeno, in generale, è aurora polare).

Come si diceva prima, bisognerà attendere i primi del Novecento per avere una corretta e completa spiegazione scientifica dell’aurora polare, quando cioè venne chiarita la struttura dell’atomo (si, solo dopo il 1900!) e gli astronomi iniziarono a capire meglio la natura del Sole e le sue complesse interazioni con la Terra.

Ma quindi, che cosa dà vita a questa luce danzante che illumina i cieli freddi dei poli terrestri? Tutto inizia a circa 152 milioni di km dalla Terra, sul Sole, appunto, il quale, nei periodi di maggiore attività, produce delle esplosioni di materia elettromagnetica dalla corona solare, chiamate coronal mass ejection (CME), costituite da bilioni di tonnellate di particelle elettricamente cariche emesse a velocità che possono raggiungere gli 8 milioni di km/ora.

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Quando questo flusso di particelle, detto vento solare, si dirige verso il nostro pianeta, avremo un’aurora polare sulla Terra, tre o quattro notti dopo. Una volta percorsi 152 milioni di km, queste particelle cariche vengono per la maggior parte deviate da uno scudo invisibile, che è il campo magnetico terreste (magnetosfera), allontanandosi da noi, mentre solo alcune vengono catturate dai poli terrestri.

In realtà, la magnetosfera viene prima compressa, portando alla formazione di tunnel che permettono a queste “poche” particelle di raggiungere i poli terrestri nella parte illuminata della Terra, dando luogo ad aurore non visibili (per colpa della luce). Questa danza di campi magnetici, che si uniscono e deformano, fa si che successivamente, altre particelle vengano rimbalzate indietro, andando a colpire i poli nella parte buia della Terra, illuminando finalmente il cielo di verde, rosso, blu, e anche giallo e rosa. Ma i colori come si formano?

Il fenomeno coinvolto è lo stesso delle luci al neon, o dei materiali fluorescenti: le particelle elettromagnetiche, provenienti dal Sole, collidono con ossigeno e azoto, i gas più abbondanti dell’atmosfera terrestre, causando un evento, chiamato eccitazione: si tratta di questioni piuttosto complesse, che potete ascoltare nel dettaglio nelle mie lezioni di chimica all’Università! Qui possiamo cavarcela dicendo che, per “calmarsi”, gli atomi di ossigeno e azoto emettono energia sotto forma di luce colorata. I diversi colori dipendono dall’altitudine alla quale avviene la collisione fra vento solare e atmosfera terrestre, la cui composizione cambia, in tipologia di gas e concentrazione, a seconda dell’altitudine appunto.

Però la maggior parte delle aurore, comprese quelle che ho avuto la fortuna di ammirare, e che condividerò con voi fra poco, sono verdi, perché? Oltre all’altitudine alla quale avviene la collisione, c’è un altro motivo, legato al fatto che il verde è il colore più facilmente percepito dall’occhio umano, ed è per questo che, nelle foto di aurore, a volte si vedono dei colori che il fotografo, ad occhio nudo, non aveva percepito, e lo stesso vale per l’intensità, molto più forte in foto che ad occhio nudo (la telecamera rivela più luce del nostro occhio).

Immagine riadattata da https://www.theaurorazone.com/

Prima di portarvi con me a vedere le mie aurore, ovviamente sopra il 60° parallelo nord, vi racconto di alcune leggende ad esse legate: è un fenomeno talmente incredibile, pur conoscendo quasi tutto su di loro, da prestarsi perfettamente a storie di maghi, elfi e terre fatate.

Una delle mie preferite è quella dei fuochi della volpe, come vengono chiamate le aurore in finlandese (revontulet, che guarda caso, significa anche incantesimo). La leggenda narra di una volpe, non una qualunque, ma una volpe delle nevi, di nome Kettu, che viveva fra elfi, boschi e terre magiche. Qui si organizzava ogni anno una festa per l’arrivo dell’inverno, dove venivano addobbati boschi e foreste con lanterne colorate e luminose, con ghirlande di frutti e bacche, e con festosi campanelli per dare vita e colore a tutto ciò che li circondava. Kettu amava la festa per l’inverno e non se la sarebbe persa per nulla al mondo, ma tardò, per ammirare allo specchio il suo bellissimo manto candido. Quando si accorse del ritardo, iniziò a correre velocemente, tenendo la coda alta per andare più veloce, ma poi si stancò; non volendo fermarsi, continuò a correre ma lasciando che la sua lunga coda bianca e folta toccasse il morbido manto di neve per terra. Senza accorgersi, il tocco della sua coda provocò la formazione di piccole stelline di neve, che salirono verso l’alto illuminando l’infinitamente buia notte polare finlandese. Quando arrivò alla festa, tutti gli altri animali rimasero ammutoliti da quello spettacolo: dalla coda di Kettu partivano scie luminose di diversi incredibili colori, che illuminavano tutto il cielo.

Nella lingua Sami, la popolazione indigena che vive nelle parti settentrionali di Svezia, Finlandia e Norvegia, l’aurora ha diversi nomi (così come la neve), tra i quali “Guovssahas”, che significa “la luce che può essere udita”. Si dice infatti che quando inizia a danzare, l’aurora emetta un suono: io non ve lo so descrivere, ma so di aver sentito qualcosa, in mezzo al nulla infinito del silenzio delle notti polari artiche. Secondo un’altra leggenda Sami, non si deve far rumore, fischiare, applaudire o comunque richiamare l’attenzione dell’aurora boreale, quando sta danzando in cielo, per non disturbare gli spiriti, che potrebbero scendere e rapire i rumorosi. In ogni caso, tutto viene in mente, quando sei lì ad ammirarla, tranne fare rumore.

La mia prima volta è stata in Norvegia, gli ultimi giorni di gennaio, per la precisione nei boschi attorno a Tromsø, 69°40″N, che a quel tempo si presentava davvero come un una fiaba.

In questo periodo dell’anno, il momento più illuminato della giornata è blu, come vedete nelle prime foto, una luce che sembra impossibile da quanto è bella e inusuale, per noi sotto i 50°N. A fine gennaio, il sole sorge verso le 10 e tramonta verso le 14, ma in ogni caso, il momento migliore per l’aurora pare sia fra le 23 e l’una, quindi partiamo verso le 22 con una guida, che ci dice subito “per favore, non valutate male l’esperienza di stanotte se non vedremo l’aurora, perché decide solo lei se e quando e per quanto”. La stessa guida ci raccontò di aver visto aurore pazzesche con Kp* sotto il 2, e di non aver visto nulla con Kp a 4.

*Kp : indice dell’attività geomagnetica con valori da 0 a 9. Maggiore è il valore dell’indice, più elevato sarà il livello di energia solare e più possibilità ci saranno di vedere l’aurora boreale. Fondamentalmente, indica in che zona del mondo devi andare per avere buone probabilità (poi decide sempre e comunque lei) di vederla: con Kp di 9, ci sono buone probabilità di vederla in Francia!

Quella sera il Kp alla nostra latitudine era di poco più di 2, quindi siamo partiti comunque con poche speranze: guidiamo un’ora allontanandoci da Tromsø, ovviamente alla ricerca del buio (l’accoppiata imprescindibile per l’aurora è buio e freddo – nottate più limpide- ed il freddo certo non mancava – 22°C circa), ma poi la guida decide di allontanarsi ancora un pò di più rispetto all’idea originale per fermarsi in una baia, in attesa. Nonostante la calza di lana più seta, la calzamaglia e maglia della salute di lana merinos, i pantaloni imbottiti, il sottopile, il pile, la giacca imbottita, i guanti di seta più lana e forse solo gli occhi, liberi, dopo un’oretta gli arti erano persi chissà dove, senza dare segni di sensibilità.

Accendiamo il fuoco, per provare a riacquisire gli arti, e ci mangiamo pure qualche salamella notturna.

Ad un tratto, dopo quasi due ore di attesa e l’oscurità più buia mai vista, arriva la dama verde. Io ero girata di spalle, sento una voce gridare “It’s here! It’s here!” Forse anche i canali uditivi e i circuiti neuronali si erano ghiacciati insieme ai piedi, perché non sono riuscita a reagire immediatamente..dopo qualche secondo mi sono girata, ho guardato il cielo, e in molto meno, ho iniziato a piangere!

Perché è troppo, troppo per noi piccolissimi esseri umani, troppo!

Ho guardato il cielo e ho pensato a quanto fossi stata fortunata: la dama aveva deciso di farsi vedere da noi piccoli umani, e mentalmente le chiedevo di stare un pò ancora, di non andarsene subito. Ero immobile a guardarla (diciamo che il congelamento facilitava la questione) e mi sono dimenticata di fotografare. Mi sono dimenticata di tutto. Ha danzato davanti a noi per una buona mezz’ora, poi se ne è andata, senza salutare.

E nonostante fosse stata una giornata infinita, secondo voi sono riuscita a dormire quella notte?

Dopo qualche giorno raggiungiamo il mio sogno, le isole Svalbard, cioè la terra abitata più a nord del pianeta: ma a questa mia piccola gemma artica dedicherò un articolo tutto suo. Una notte (qui, a 78°N, è notte polare per 20 ore al giorno ad inizio febbraio, le altre 4 sono di quel blu, che sembra di essere sott’acqua ma senza bombole), eravamo in giro in motoslitta, e ad un certo punto la nostra guida si ferma, si gira a destra e accende la torcia, e ci troviamo due renne che dormono lì beate (in fondo eravamo solo a -30°C, percepiti meno molto di più, essendo in mezzo a nulla e ghiaccio), poi ci dice “ora guardate in cielo”. E c’era questo.

Scusate per la scarsa qualità delle foto, ma negli ultimi anni ho scoperto la bellezza del viaggiare leggera, e la macchina fotografica occupa troppo spazio/peso! Quindi cellulare e via: tanto è tutto tatuato dentro di me. E come saprete, per catturare più luce possibile nel buio totale, servono tempi di esposizione molto lunghi e quindi il cavalletto per fare foto nitide.

Non c’è due senza tre (ma per l’aurora non è mai abbastanza), quindi faccio il tris ad Abisko, in Lapponia svedese, poco prima di Natale di quello stesso 2019, poco prima che la pandemia sconvolgesse le nostre vite. Dopo 20 minuti, forse 25, di funivia ghiacciata (cioè lei era ghiacciata, figuriamoci noi), sbuco sopra le nuvole e già la intravedo sopra gli alberi!

Sopra i 60°N è appena iniziato il periodo più bello dell’anno, quello dell’aurora appunto! Già a settembre c’è abbastanza buio per riuscire a vederla, e proprio in questi giorni è prevista un’elevata probabilità di assistere a questa magia: nel week end infatti c’è stata una forte eruzione solare, che si aggiunge al fenomeno del solar tsunami, accaduto il 26 agosto 2021: onde d’urto di larga scala, sulla corona solare, causate da forti eruzioni solari.

Insomma, come in ognuno dei 365 giorni dell’anno, vorrei essere sopra il 60° parallelo NORD.

Noi vagabondi, sempre in cerca della via più solitaria, non iniziamo mai un giorno dove abbiamo finito il precedente, e nessuna aurora ci trova dove il tramonto ci ha lasciati.

Kahlil Gibran, Il profeta, 1923

Giorno 5 (ice ice baby)

Giorno 5 – 29 luglio 2021

Ho trascorso la notte in mezzo alla mia tempesta (fuori il tempo era calmo, Thor forse non aveva nulla da dire o era assopito, ma io no). Non vi ho ancora confessato una cosa dei miei viaggi: dormo pochissimo, e considerando tutte le cose che faccio di giorno, torno stanchissima! ma in realtà ricostruita, restaurata, nuova, più bella (per dormire ho l’eternità, mentre per vivere, come intendo io, ho davvero poco, quindi perché sprecare tempo quando il mondo è grandissimo e ancora di più, meraviglioso?) La stessa cosa mi capitò durante la mia prima (di due, per ora) esperienze di volontariato in un ospedale in Tanzania: esperienza che mi ha rivoltato come un calzino, segnata (come i tatoo, ma senza inchiostro), radicalmente smossa. In ogni caso (difficile non iniziare a parlare di Bukumbi..), la sera, quando mi coricavo dopo 12-14 ore di lavoro ininterrotto, posando la testa sul cuscino risalivano violentemente tutti i pensieri sulle cose fantastiche che avevo fatto quel giorno, tutte le persone che avevo realmente aiutato, curato, i sorrisi che avevo creato, le cose che avevo imparato, il modo in cui quella giornata mi aveva cambiato. Inoltre, la casa in cui dormivo aveva grandi finestre provviste solo di zanzariera, e molto poco muro, ed il mondo animale là fuori, nel nulla pieno di tutto, si faceva delle gran feste tutta la notte, insieme ai miei pensieri. In viaggio succede un po’ la stessa cosa: quando mi fermo, i pensieri mi raggiungono: in viaggio non aiuto né curo nessuno, mi occupo solo di me stessa, nel modo per me più efficace.

Inoltre, esattamente come la notte di Santa Lucia, in cui sbirciavo costantemente per scovarla mentre mi portava i regali, con la stessa trepida attesa aspettavo il nuovo giorno perché sarei tornata sul signor ghiacciaio, per la seconda volta, dopo il Vatnajökull in Islanda. E’ il mio posto, il mio clima, il mio regale rifugio.

La strada verso Gjerde, ai piedi dello Jostedalsbreen (breen = ghiacciaio), una volta lasciato il Lustrafjord, diventa la road 604, che scava la montagna fino ad arrivare ad uno dei bracci glaciali, il Nigardsbreen, meta del Blue ice hike che stiamo per fare oggi! Lo Jostedalsbreen è il ghiacciaio più grande della Norvegia ma anche dell’intera Europa continentale e costituisce ciò che resta dell’enorme ghiacciaio che circa 10.000 anni fa copriva l’intera Scandinavia: in alcuni punti, lo spessore arriva a 600 m, anche se viene mantenuto più dalle abbondanti precipitazioni nevose che dalle basse temperature, ahimè.

Dopo circa 40 km, iniziamo a scorgere il Nigardsbreen! Che potenza.

Poco prima del punto in cui lasciare la macchina e iniziare l’hike, troviamo il Breheimsenteret Glacier center, sede di esposizioni di foto del ghiacciaio, di un bar e ristorante, e dove abbiamo ritirato il pranzo, da portarci sul ghiacciaio. Noi abbiamo fatto l’hike con la Jostedalen Breførarlag, con cui ci siamo trovati benissimo, quindi affidatevi a loro e godetevi il ghiaccio, anche se ne avete un po’ timore. Io lo avevo già fatto in Islanda, appunto, poi rivelatasi una passeggiatina sul lungomare rispetto a questo, mentre per il mio compagno di hike era la prima volta, ma con Michel è stato tutto semplice. Già, Michel, una di quelle belle anime che entrano nella mia vita in viaggio, e so che non ne usciranno più. Michel è stata la nostra guida per queste sei ore indimenticabili, e si è preso cura di noi in ogni aspetto e istante, peraltro eravamo solo noi due quindi è stato ancora più fantastico. Appena arrivato, abbiamo iniziato a verificare l’attrezzatura: quando si prenota, viene specificato di dover essere forniti di abbigliamento e scarpe adeguate, ma in realtà avevano di tutto da fornire, in caso di bisogno. Recuperiamo ramponi, casco, piccozza e corde e siamo pronti per andare!

Si inizia con una signora caronte che ci traghetta verso il ghiacciaio, sul lago che si forma dal suo scioglimento, inesistente fino a 10 anni fa (meditate..). Poi si inizia ad avvicinarsi al ghiaccio, su un sentiero ricavato dalla roccia rimasta, man mano che il ghiaccio si è ritirato: la roccia è a tratti molto liscia, per effetto dei detriti che hanno agito sulle sue pareti. Attraversiamo un ponticello bellissimo, sotto di noi l’acqua proveniente dal ghiacciaio è non poco arrabbiata. E non solo l’acqua, perché man mano che ci avviciniamo, si alza il vento del nord, si alza un vento freddo che senti eccome, non puoi non accorgertene.. un po’ come dire, ehi, ti sto aprendo le porte di casa mia, ma rispetto, neh.

E poi arriviamo ai suoi piedi: non so voi, ma il ghiacciaio è una delle cose pazzesche della natura che più mi affascina. Ok, io non provo nulla di fronte ad una foresta tropicale o ad una spiaggia di un’isola deserta, mentre mi si accende il cuore davanti ad una montagna, magari immersa nell’oceano, o davanti alla neve. Ma accensioni di cuore a parte, il ghiacciaio mi induce timore reverenziale e profondo rispetto: resistere ad un pianeta forno come il nostro, con la manopola dei gradi sempre un po’ più girata verso l’alto, è da fighi. Punto. E quindi mi trovo lì, con un piede sulla montagna e uno sul primo suo lembo di ghiaccio, lo zerbino di casa Nigardsbreen, insomma, e già tremo un po’ nel mettere i ramponi e l’imbrago (e non di paura).

Non puoi spiegare un ghiacciaio a chi non ha gli occhi pieni di stupore, neve e gratitudine.

(F. Caramagna)

Siamo sul ghiaccio! E ci rimarremo più di 4 ore ore pazzesche. Perché questa volta non è stato come passeggiare sul lungomare, sul Vatnajökull, qui abbiamo camminato vicino a crepacci, buchi, formazioni incredibili, siamo saliti fino in cima, alla fine della esse che si scorgeva da lontano, e lì abbiamo pranzato, completamente soli. Solo il rumore sotto di noi, perché non c’è nulla di più vivo del ghiaccio. Io lassù ho dimenticato tutto, perché ero felice.

La fuga nel paesaggio è sospetta. I ghiacciai sono troppo grandi, perché vi si riesca a pensare quanto sono piccoli gli uomini. Ma gli uomini sono sufficientemente piccoli perché in mezzo a loro si riesca a pensare quanto sono grandi i ghiacciai. Bisogna usare gli uomini per questo e non i ghiacciai per quell’altro fine.

(K. Kraus)

E poi ho anche scalato una piccola parete! Prima volta nella vita, ma con un istruttore come Michel sembrava tutto semplice: è tedesco, e ha studiato per diventare guida artica alle Svalbard, direi che non c’è da aggiungere altro. Michel quindi ci spiega: gambe larghe, piede a triangolo per puntare bene il rampone sul ghiaccio, picconata a destra, poi a sinistra, poi gamba destra/sinistra.. e sono arrivata sino in cima.

E poi, che bellezza lasciarsi andare nel vuoto, per scendere. Michel, Can I do it again? And again? Alla terza volta non sentivo più le braccia ma tutto il resto urlava di bello.

Purtroppo arriva l’ora di salutare il ghiaccio, togliere i ramponi e l’imbrago, e pure la giacca, perché fa caldo, senza ghiaccio. Ok ciao, me ne vado.. ma solo fino alla prossima volta.

Risaliamo in macchina, salutando Michel (fino al prossimo ghiacciaio). E penso: se anche il viaggio dovesse finire stasera, con questa giornata sarei già molto felice e soddisfatta, vale un viaggio! Ehi ma.. non finisce domani! ed in realtà nemmeno la giornata è finita, figuriamoci. Qui siamo accesi finché c’è luce, siamo sincroni con il sole, che non va praticamente mai a dormire, appunto. Stasera dormiremo a Lom, ma oramai lo sapete.. avevamo ancora molta strada da fare, davanti a noi, senza valige ammucchiate sul marciapiede, ma zaini nel baule, quindi c’è vita. E la vita di stasera è la road n.55, un’altra delle 18 scenic route più belle della Norvegia, la Sognefjellet, che porta al passo più alto dell’Europa del Nord, 1434 metri. C’è la neve qui, anche d’estate. E d’inverno ne cade talmente tanta che le enormi masse che si formano rendono impossibile percorrerla, quindi viene chiusa fino all’inizio della primavera, ed in questo periodo è delimitata ai lati da muri di neve alti più di 10 metri. Quindi dovrò assolutamente tornare per vederla in questo periodo, e per ripercorrerla nel senso opposto, perché, ok.. è tutto uguale, ma anche tutto diverso. Capite perché non ami i viaggi compulsivi, quelli della ring road in Islanda e sei già soddisfatto, e puoi mettere la spunta sul numero di paesi visti, o quelli stile Vietnam-Cambogia-Laos in 20 giorni? Le terre vanno conosciute a fondo, le persone anche di più, per coglierne i dettagli, non il riassunto! (imo, ovviamente). All’inizio della 55, poco dopo Fortun, troviamo un bel gruppo di pecore, e io amo le pecore.. vuoi passare senza salutare? ma va. Solitamente, le pecore incontrate qui al nord sono diffidenti, ti studiano molto, si avvicinano a fatica.. questa mamma pecora mi ha limonato per ..sempre, fino a quando sono scappata in macchina!

Sognefjellet

E anche i due cuccioli non erano da meno. Quindi, in Islanda le pecore girano sempre in gruppi di tre (mamma e due cuccioli), in Norvegia pure ma sono molto più coccolosi.

Dopo essere fuggiti dalla pecore affettuose, saliamo ancora, ed ecco qui: ci sono 5-6° C e tanta bellezza.

Lungo la strada si trovano molti di quei dolmen di pietre, e dovunque c’è scritto di non distruggerli (serve scriverlo??) né di costruirne di nuovi, perché sono molto antichi: i contadini e i mercanti che volevano attraversare la Sognefjellet nei tempi addietro, dovevano mettere in conto di avere a che fare con i molti nomadi e vagabondi, un po’ briganti, che vivevano quassù, per cui i dolmen più alti servivano alle persone per nascondersi.

Quindi, esistevano pure i briganti norvegesi..

Arriviamo a Lom, e il nostro hytte di stasera è degno della giornata: inerpicato alla fine di una ripida strada sterrata, oltre il quale puoi solo pensare ci sia nulla, e invece.

Stanotte Thor è davvero furioso, e io mi godo tutta la pioggia torrenziale dentro questo piccolo hytte, tanto.. chi dorme dopo una giornata così?

Il giorno dopo, come spesso accade a queste latitudini, ci siamo svegliati in un luogo diverso.

Viaggiare è essere infedeli. Siatelo senza rimorsi. Dimenticate i vostri amici per degli sconosciuti.

(P. Morand)

Giorno 4 (dillo con i fiordi)

Giorno 4 – 28 luglio 2021

Lærdalsøyri ci aveva molto colpito, ma eravamo troppo affamati, senza cibo in macchina e troppo in ritardo sugli orari norvegesi delle cene fuori (ore 18, se fanno le ore piccole raggiungono le 19) per gustarcelo come meritava, quindi ci siamo tornati il mattino dopo, e direi che è stata una scelta saggia. Non è delizioso? Un pò Far West, ma decisamente meno caldo. 161 case di legno, costruite fra il 1700 ed il 1800, regolarmente abitate.

Si riparte, destinazione: godersi il fiordo, il Sognefjord in particolare: esso è definito il re dei fiordi, dai norvegesi (Fjordenes konge), essendo il più lungo della Norvegia. Nel mondo, solo il Scoresby Sund in Groenlandia lo batte in lunghezza (350 km). Il Sognefjord è anche il più profondo della Norvegia, con un numero impressionante: milletrecentootto metri di profondità!

A proposito di fiordi: fjord in norvegese, o fjörður in islandese, significa “approdo”, e fara in norreno significa “andare, viaggiare”. C’è anche chi dice che significhi “passare attraverso”: per tutti, è un braccio di mare che si insinua profondamente nella costa, anche per vari chilometri, fino a più di 200 in Norvegia, appunto, inondando un’antica valle glaciale. In sostanza, il ghiacciaio che si estende al di sotto dell’attuale livello del mare, quando si ritrae, lascia lo spazio al mare, che riempie la vallata incisa dal ghiacciaio, con la tipica valle a forma di U. Spesso le montagne che lo circondano sono maestose, e lo spettacolo che ne deriva pazzesco: pensate in inverno, quando succede anche che si ghiaccino (fenomeno raro per le acque marine), data anche la scarsa quantità di sale presente e anche perché alcuni sono sempre in ombra. In Norvegia ci sono 1190 fiordi! La vista migliore di questi incredibili regali della Natura è dall’alto (come avete visto nell’hiking di ieri), e come sempre, Kerouac aveva ragione: climb that goddam mountain!

Zoomando sulla mappa potete rendervi conto della lunghezza di questo incredibile fiordo, che noi abbiamo percorso fino a Balestrand. Già, Balestrand.

road n.55 – Sognefjord

Non ricordo dove abbia letto di Balestrand, che non trovate menzionato, come luogo particolare, nelle normali guide. Ma fortunatamente, da qualche parte l’ho letto, perché in questo piccolo villaggio di poco più di 1000 abitanti, io ho trovato un pò di magia. Ma andiamo con ordine. Come vedete dalla cartina, per raggiungere Balestrand, da Lærdalsøyri, è necessario prendere un traghetto, una decina di km dopo, per attraversare un ramo del Sognefjord: i traghetti qui sono frequenti come la U-bahn a Berlino, a parte alcuni tratti. Del mondo dei traghetti, che sono un pò la continuazione ideale delle strade, in una terra con più di 1000 fiordi, vi parlerò a fine itinerario, in un articolo in cui troverete tutte le info pratiche, per viaggiare come me, anche senza di me! Il tratto di road n.55 è una piccola striscia di asfalto sulla roccia, e la segue in ogni sua curva. Ah, le strade qui sono fantastiche, la strada è il viaggio.

Qui sotto vi mostro una delle casette dove ho lasciato il cuore (ma alla fine ne ho scelta una, vedrete): fortunati Britt, Hanna e Marte!

Arriviamo a Balestrand: cosa c’è di bello da vedere li? Nei miei luoghi, questa domanda ha davvero poco senso. Amo i luoghi dove non ci sono per forza cose da vedere, ma dove ci sono cose da sentire, luoghi da annusare, sensazioni da percepire, silenzi da ammirare.

E cosa ti rispondo?

Molo di Balestrand

Qui ero sola, se con solitudine descriviamo l’assenza di esseri umani.

Ma questi sono i miei luoghi.

Inutile dire che a Balestrand ho lasciato uno dei miei pezzettini di cuore.

Ma in realtà, tornando verso la macchina, abbiamo trovato ancora un pò di magia.

Entriamo in quella che sembra una galleria d’arte (molti artisti, non solo norvegesi, si sono ritrovati qui a Balestrand, negli anni, a dipingere l’incanto che ti circonda, qui). Ed in effetti, è una galleria d’arte, nel piano di sotto, mentre al piano di sopra ospita antichi oggetti fra i quali diari, vecchi mobili, cartoline, pezzi di vita trovati nell’area e in questa casa stessa, dagli artisti Bjørg Bjøberg & Arthur Adamsone, che scelsero di rilevarla: è detta golden house (è infatti una costruzione gialla in legno), con una cupola di vetro in cima, costruita per vedere bene tutto il fiordo attorno.

Mentre curiosiamo in questa strana casa, una signora ci viene incontro, ci chiede cosa ne pensiamo, inizia a raccontarci (è la moglie di uno dei due artisti), le chiediamo come salire alla cupola, perché non trovavamo la scala, ci risponde: di qui. E apre una porta segreta, con una chiave, che porta ad un piccolo angolo pieno di lambicchi e vetreria chimica! La casa infatti, prima di essere una galleria d’arte, ospitava una farmacia.

In questo piccolo angolo chimico, c’è questa anta di legno, con la scritta dell’antica farmacia, che la signora apre, e ti aspetti un armadietto e invece..e invece da li ho messo in tasca il telefono e vissuto la magia di porte invisibili che si aprivano, portandoti in luoghi pieni di stelle e bacchette magiche, e chiavi da cercare.

Andateci!

Qui sotto la foto della cupola di vetro, e come al solito io immagino questi posti d’inverno.

Ripartiamo, la meta di oggi è Solvorn, sul Lustrafjord, il ramo più interno e lontano dal mare del Sognefjord. Ma come sapete, prima della meta ci sono tante strade e stasera entriamo nel mondo delle Stavkirke! Se durante il Medioevo in molte parti d’Europa vennero costruite immense cattedrali di pietra, in Norvegia si utilizzò una tecnica simile per le costruzioni in legno, visto che i vichinghi erano così bravi nel maneggiarlo, ed esse sono un simbolo di questo paese (fra i vari). Stav indica i pali angolari, che le caratterizza, oltre al legno ovviamente. Risalendo il fiordo, come potete vedere dalla mappa alla fine dell’articolo, raggiungiamo Solvorn, dal quale si prende un rapidissimo traghetto (10 minuti) per raggiungere l’altra sponda del fiordo, dove si trova la stavkirke di Urnes, la più antica tra le chiese di legno della Norvegia. Urnes, che è inclusa nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’ UNESCO, venne costruita intorno al 1130. Da qualche parte consigliano di noleggiare la bici, traghettare in bici e raggiungere la chiesa. Noi arriviamo un pò tardi (come sempre), 15 minuti prima dell’ultimo traghetto verso Urnes, un’ora e 20 prima dell’ultimo per il ritorno. Le bici si noleggiano presso questo ostello, dove ci consigliano di rimandare al giorno dopo, visti i tempi ristretti e vista soprattutto la salita alla stavkirke, che definiscono demanding. Ma noi stoici, soprattutto con un sacco di cose da fare il giorno dopo, non ascoltiamo i saggi consigli norvegesi e procediamo. Risultato: fatta la salita tutta a piedi, perché anche con il cambio più basso era impossibile! (per me)

Come ho fatto a dubitare dei norvegesi, come.

La giornata è, forse, finita, non ci rimane che raggiungere la nostra casetta di stasera..ma.. troviamo uno dei posti più incantevoli del viaggio, e non solo! Hytte bellissimo, posizione e vista..da non voler mai più andarsene (e per chi non sta mai fermo come me è una sensazione strana!).

Ecco il Lyngmo Hytter, ad Hafslo, affacciato su Hafslovatnet (vatnet = lago). Non so quanto sia rimasta lì fuori seduta, non so.

„Tutto bene?, chiese l’uomo. Il bambino annuì. Poi si incamminarono sull’asfalto in una luce di piombo, strusciando i piedi nella cenere, l’uno il mondo intero dell’altro.“

Giorno 3 (di vichinghi e artic cotton)

Giorno 3 – 27 luglio 2021

Dopo una ricca colazione fuori dal nostro hytte, dutante la quale prendo nota di questa ricetta norvegese per preparare la cioccolata calda con cannella e peperoncino, la carovana riparte!

Prossima tappa: Gudvangen, alla fine (o inizio) del fiordo più stretto della Norvegia, il NÆRØYFJORD: lungo 17 km, nel punto più stretto, è largo solo 250 m! E’ forse il ramo più selvaggio del Sognefjord, con montagne alte 1200 m a picco nelle sue acque blu ed un particolare sistema per la protezione dalle valanghe, proprio sopra il villaggio. Qui la leggenda locale narra che le valanghe più rovinose possano trascinare un gregge di capre dall’altra parte del fiordo! A Gudvangen, la visione sul fiordo è limitata, proprio perché su un punto stretto di un fiordo stretto, che sicuramente dall’alto appare in tutta la sua meraviglia. C’è un villaggio vichingo che decidiamo di visitare, quei posti da dove sarei fuggita in tempi normali, con tanta gente dentro, ma siamo in tipo tre persone più noi per cui ci facciamo un giro, decidendo di ascoltare la guida “vichinga”: e facciamo bene, perché ci racconta cose interessanti, anche se la gallina del villaggio sta covando e fa una confusione pazzesca.

Ed ecco le prime rivelazioni: i vichinghi non indossavano elmi con le corna! Pare venisse indossato solo durante cerimonie e feste, mentre gozzovigliavano sorseggiando il sidro, ma per colpa di alcuni pittori, che iniziarono a dipingerli in questo modo, nacque l’equivoco. Erano sicuramente protetti dal capo ai piedi, ma soprattutto armati: coltelli, asce, lance.

Avevano imparato a costruire le loro imbarcazioni con maestria e sapienza uniche per quell’era, così da ottenere barche agili, per essere condotte anche in solitaria, ma abbastanza resistenti, per scorrazzare in Gran Bretagna, Francia, Sicilia e non solo: vengono riconosciuti come i primi europei a raggiungere il NordAmerica (parliamo dell’epoca compresa fra l’anno 793 e l’anno 1066!).

Non vestivano sempre di colori grigi e tristi, così come vengono rappresentati nelle serie televisive, ma amavano colorare la loro lana, e pettinarla. Ottenevano le lane colorate per infusione in sorta di tisane al gusto di varie specie vegetali, ma per il colore blu c’era un solo metodo, l’ammoniaca. Purtroppo, non si trovava in vendita nei supermercati, per cui utilizzavano, come fonte di ammoniaca, l’urina, con immersioni a 70°C, che emanavano un olezzo tale da essere relegate alle estremità del villaggio. Sono anche noti come popolazione estremamente pulita, si lavavano più di qualsiasi altra a quell’epoca (si dice almeno un bagno a settimana).

Ho provato a lanciare con l’arco (mai fatto prima), e scoperto che non è semplice come sembra: o forse ero solo troppo distratta dal vichingo maestro, di cui mi sono un po’ innamorata.

Ripartiamo da Gudvangen, ci aspettano un altro hiking e un’altra delle scenic route, scelte dal sito di cui vi ho già parlato (https://www.nasjonaleturistveger.no/en/routes). Imbocchiamo quindi la E16 e raggiungiamo lo Stegastein, viewpoint molto famoso (una piattaforma che si allontana dalla montagna per 30 metri, a 650 metri di altezza sull’ Aurlandsfjord): ci fermiamo giusto perché è sulla strada verso i nostri obiettivi. E la sensazione è quella prevista: vista bellissima, senza dubbio, ma non certo all’altezza di quella che avremo, più tardi, dopo due ore di salita toglifiato! Prima di tutto, perché allo Stegastein c’è il mondo (una ventina di persone sulla piattafiorma, quando siamo arrivati noi), mentre lungo l’hiking abbiamo incontrato 5 persone, ma in direzione opposta, quindi in cima eravamo solo noi, il fiordo, la montagna e la bandiera norvegese; secondariamente, perché ottenere qualcosa di così spettacolare con la fatica è il livello pro delle meraviglie. Io sto con Kerouac, sempre (a lui dedicata la frase di fine articolo).

IL punto di partenza dell’hiking al monte Prest è qui, e quando arriviamo noi, ci sono solo un paio di macchine: il percorso promette già bene. Il tempo meno (pioviggina e il cielo è grigio scuro), ma non è certo una ragione sufficiente per non salire! Come dicono da queste parti, “ non esiste il tempo brutto, ma solo l’abbigliamento sbagliato”, e noi abbiamo quello giusto, indispensabile, a queste latitudini, per non perdersi nulla per colpa di un po’ di pioggia (sarebbe un peccato mortale). Dopo una ventina di minuti di salita, l’altezza è tale per iniziare a scorgere l’Aurlandsfjord, sotto di noi: poi il sentiero si inerpica, ripido e in costa, e più manca il fiato, più la vista è pazzesca. La pioggia a tratti aumenta di intensità, a tratti smette, in cima il vento è forte, e anche noi lo siamo un po’ di più, dopo aver raggiunto la vetta. Che magia.

Qui alcune info pratiche sull’hiking al monte Prest: https://www.outdooractive.com/en/route/hiking-route/aurland/prest/56037545/#dmdtab=oax-tab1, straconsigliato!

Scesi dalla cima, ripartiamo. La giornata non è ancora finita, e per fortuna che in questo periodo la luce non manca mai: questo ci permette di fare tante imperdibili esperienze.

La meta finale di oggi è Lærdalsøyri, ma è poco importante (come lo è ogni meta): la cosa bella è la strada spettacolare che ci aspetta ora, la 5627, detta Aurlandsfjellet (fjellet, in  norvegese, significa montagna, e in wolfese significa che sarà bellissimo). 50 km di rara bellezza, fatta di una strada stretta in mezzo al nulla, riempito di montagne, artic cotton e neve (tre macchine incrociate). La strada infatti è chiamata anche snow road (Snovegen, vegen è la strada norvegese), in quanto la neve resiste tutta l’estate, resiste al nostro pianeta surriscaldato. Il punto più alto è a 1306 metri, ed è una strada chiusa d’inverno. Cos’è l’artic cotton? Semplicemente il mio fiore preferito. Sbuca dalla neve che si scioglie, è tipico dei paesi artici ma si trova anche sule nostre Alpi. E’ detto anche cottongrass, ma non c’entra nulla né con il cotone né con l’erba. Prospera in ambienti difficili (mi piace anche per questo), contando anche sulla mancanza di concorrenza, e all’inizio è solo un insignificante bocciolo verde che poi esplode in ciuffi bianchi morbidissimi. Veniva usato dagli Inuit per curare le ferite: ad oggi, può essere usato come avvertimento, per evitare di finire immersi fino alla cinta nell’acqua gelida del ghiacciaio, in quanto cresce tanto da mascherare zone acquose o terreni morbidi. Lo incontrai per la prima volta in Islanda, da cui iniziai a chiamarlo la barba degli elfi (perché gli elfi esistono, o l’artico è molto meno bello di quanto sia realmente). Di seguito potrete toccare con mano (con occhio diciamo, almeno per ora!) le meravigliose sensazioni che vi dà questa strada, e vedere me, che cerco la neve e l’artic cotton come il sacro graal.. e mi sento, incredibilmente, a casa.

Il pezzo di strada dopo Flotane è un pochino meno pazzesco, e ci porta fino al villaggio che ci ospiterà stasera, Lærdalsøyri: la giornata è stata già incredibile, ma il villaggio è una piccola gemma di case di legno del 1700, dove riusciamo addirittura a trovare un ristorante aperto alle 19.30.


Siamo in Norvegia da 2 giorni e qualche ora, ma sembrano settimane: troppe sensazioni forti da gestire.

Qui sotto, la mappa dell’itinerario di oggi e della road n. 5627.

Because in the end, you won’t remember the time you spent in the office or moving your lawn. Climb that goddamn mountain. – Jack Kerouac

Giorno 2 (i silenzi)

Giorno 2 – 26 luglio 2021

Dopo un colazione infinita a Ulvik camping (https://www.hardangerguesthouse.no), ci rimettiamo in strada, direzione Flåm, un villaggio di circa 500 abitanti, nella parte finale dell’Aurlandsfjord, una diramazione del Sognefjord, contea di Vestland. Flåm è conosciuto per le sue profonde vallate, create ad opera dello spesso strato di ghiaccio che è rimasto in questa zona per milioni di anni: l’erosione del ghiacciaio ha fatto sprofondare il terreno, creando queste bellissime gole. Qui è stata costruita una delle linee ferroviarie più ripide del mondo, nota anche come uno dei tratti ferroviari più belli al mondo. Durante il tragitto, ci fermiamo per la spesa, entriamo nel supermercato, e: “oh no! abbiamo dimenticato la mascherina!” “ah no, non si mette qui” (sarà la prima di ennemila volte in qui si ripresenterà questa scena durante il viaggio). I supermercati norvegesi sono pieni di cose deliziose e ipercolesterolemiche, come la maionese al lime e jalapenos, della quale siamo diventati profondi sostenitori, ma la mia attenzione si rivolge immediatamente alla ricerca dei rotolini morbidi alla cannella (Gifflar), di cui sono totalmente dipendente, senza speranza di uscirne, e da cui ero in crisi d’astinenza, dopo che all’Ikea non arrivano più! C’è pure la mia birra preferita. (poi ok, ci sono pure improbabili formaggi all’ananas, al bacon in tubetto, amatriciana in lattina, che non ho avuto il coraggio di fotografare).

Arriviamo a Flåm, che è davvero un villaggio sonnolente e delizioso, e ci dirigiamo alla piccola stazione, dove prendiamo i biglietti per la prossima corsa: in questo momento non ci sono molti viaggiatori, per cui ci sono posti a sufficienza e non è stato necessario prenotare (www.visitflam.com) . Il treno sembra un pò l’oriente express.

Una volta partito il treno, appare subito fondamentale scegliersi un finestrino, tirarlo giù completamente e rimanere appesi lì, incollati per ammirare questa valle meravigliosa all’interno della quale il treno passa, come Giona nel ventre della balena.

Il percorso si snoda su per 867 metri di dislivello in un’ora circa, con una pendenza del 5.5% per circa l’80% del viaggio, fino alla stazione di Myrdal, da dove passa anche la linea Oslo – Bergen.

Il National Geographic ha nominato la Flåmsbana come una delle 10 linee ferroviarie più belle del mondo, mentre la Lonely Planet l’ha definita nel 2014 come LA linea ferroviaria più spettacolare e credetemi, le foto non riescono a rendere la bellezza di questo viaggio. Durante il percorso, c’è anche una sosta per ammirare una cascata (niente di che), dove una ballerina spunta dall’alto vestita di rosso muovendosi al ritmo di un pezzo bucolico: non vale la discesa dal treno, e infatti sono rimasta su e, approfittando del fatto che fossero tutti scesi, mi sono accaparrata un finestrino migliore!

Rientrati a Flåm, iniziamo il primo dei (nonlihocontati) hiking del viaggio: la Norvegia dall’alto è imperdibile! Ho trovato spunti interessantissimi, relativamente agli hiking, su questo sito: https://www.outdooractive.com : troverete descrizione precise in termini di pendenza, tempo di percorrenza, difficoltà e indicazioni precise del punto di partenza, molto utile per quei percorsi poco battuti (i miei preferiti),per i quali il punto di partenza è un certo albero, lì giù dalla strada, 3 metri e mezzo a sinistra del sassolino a forma di alce. E non c’è un parcheggio pieno che può aiutarvi a capire!

Anche in questo caso, sbagliamo direzione un paio di volte prima di imboccare la strada giusta, che inizia con una piccola strada locale, poco trafficata per poi congiungersi ad una pista ciclabile, che costeggia il fiordo. La passeggiata è tranquilla e senza dislivello, se escludiamo la salita finale. Siamo soli, sensazione pazzesca e comune in Norvegia, se si sta lontani dai vari Preikestolen e affini. Il cielo è grigio, il fiordo sembra una lastra metallica, è tutto fermo, tranne dentro di me! Soprattutto quando vedo le casette fantastiche, isolate, quadrate, di legno a picco sul fiordo.

Dopo la salita finale, si arriva alla Otternes Farmyard, un’antica fattoria norvegese con casette risalenti al 1700, apparentemente abbandonata, ma che (scopriremo troppo tardi) invece ospita un ristorante last minute, nel senso che funziona solo su prenotazione e per 2/4 ospiti al massimo. Da qui la vista è fantastica, la pace norvegese mi invade, mi siedo lì davanti al bello e non vorrei più scendere.

Ad un certo punto, forse solo la fame riesce a smuoverci da questo primo di mille luoghi magici che la Norvegia ci regalerà, per cui rientriamo alla base, che stasera sarà il Flåm camping (https://www.flaam-camping.no/), e guardate che bella casetta abbiamo! Il fiordo è un pò distante, ma siamo immersi fra le montagne, i gradi Celsius superano di poco i 10 e le persone attorno a noi non fanno rumore: il camping è quasi pieno, eppure nessuno osa infrangere il silenzio.

La maggior parte delle sistemazioni che sceglieremo sono hytta: con questo termine, i norvegesi indicano la loro casa delle vacanze, situata di solito sulla costa o fra le montagne. Fino a pochi anni fa, hytta era rigorosamente una casetta spartana, senza acqua né elettricità, quasi sempre raggiungibile solo percorrendo un tratto a piedi, con il bagno esterno (utedass) e completamente immerse nella natura, dimensione essenziale per i norvegesi. I nostri hytter sono esattamente così, a parte l’elettricità e la macchina vicina. E questo ci permette di comprendere appieno la vera passione dei norvegesi per la vita all’aria aperta. “Ut på tur, aldri sur“, dicono, che in italiano diventerebbe qualcosa come “Zaino in spalla, andiamo in gita! Ci sorride già la vita”: come posso non amarli follemente?

Ecco il percorso (breve) di oggi

PS: se volete far bella figura con i norvegesi e soprattutto farvi capire, ricordate che la å, che è l’ultima lettera del loro alfabeto, si legge o, quindi oggi siamo stati a Flom.

Quando vivi in un luogo a lungo, diventi cieco perché non osservi più nulla. Io viaggio per non diventare cieco.

(Josef Koudelka)

Giorno 1 (ciao, sono tornata, per la terza volta)

Giorno 1 – 25 luglio 2021

Atterrare nel nord è sempre un’esperienza fantastica. Atterrare a Bergen significa vedere tante briciole di terra buttate da qualcuno, lassù in cielo, nell’oceano. Siamo (di nuovo) in Norvegia.

Subito rimaniamo stupiti, ma non troppo (vista l’analoga esperienza dell’anno scorso), dal vedere le persone in aeroporto, viaggiatori e vari operatori, senza mascherina. Ovviamente a nessun essere pensante può venire in mente che in Norvegia non vengano rispettate le regole, e scopriremo quindi che qui la mascherina non è più obbligatoria nemmeno nei luoghi pubblici al chiuso (lo sarà mai stata?). Ma attenzione, sono maniacali nel rispettare le distanze, nella disinfezione delle mani e nei bagni simpatici.

Se vi capiterà di incontrare, in Norvegia, delle persone vicine fra loro, senza mascherina, saprete di sicuro essere conviventi. Inoltre, il concetto di starsi addosso l’uno all’altro non esiste nella cultura norvegese, profondo rispetto per lo spazio vitale di ognuno (la signora che all’Esselunga ti sta così addosso da leggerti i messaggi sul tuo telefono, e annusarti l’alito, muta).

Cerchiamo la Hertz: è chiusa, saracinesca abbassata, bigliettino sulla parete: “per ritirare la macchina, chiamateci a questo numero” (quelle cose che ci fanno capire una cosa bellissima, e cioè che i viaggiatori saranno pochi, e mai dubitare di un disservizio… viene da ridere solo al pensiero!). 4’27” dopo, si presenta l’operatrice: a differenza di quanto viene segnalato dal sito di Rental Cars, ci danno la possibilità di pagare con una carta di credito diversa da quella utilizzata per la prenotazione e non per forza appartenente al driver principale. Però.. non accettano il pagamento se non con codice (quello usato per prelevare contante, per intenderci), quindi partite muniti di codice! Come anche l’anno scorso, la macchina è di gran lunga migliore di quanto scelto in fase di prenotazione (cioè sempre quella che costa meno): più grande, cambio automatico, 5 e non 3 porte. Si parte per Bergen, distante circa 20 km dall’aeroporto. Ci sono quasi 30°C (anche se senza umidità) e io sono un po’ scioccata. Ci immergiamo in Bryggen (“molo” in norvegese), lo storico quartiere antico, costituito da 280 casette di legno colorato, una accanto all’altra, che avrete tutti visto su qualche foto.

Nel 1702 ci fu un incendio che distrusse gran parte dell’area, per cui gli edifici vennero ricostruiti ma circa un quarto di essi sono ancora gli originali. Bryggen è stato classificato dall’UNESCO tra i patrimoni dell’umanità. In effetti è molto piacevole, così come il fishmarket che incontriamo, dove pranziamo con un panino con l’alce davvero squisito e preparato al momento (non puoi avere fretta, in Norvegia, non esiste qui, la fretta).

A proposito di alce e lingue straniere, il venerdì i norvegesi dicono “God helg!” – buon weekend – ma attenzione, nel caso vogliate imitarli, ad accentuare l’acca aspirata, onde evitare di augurare loro “buon alce”. Un po’ come l’acca aspirata inglese, che, se non pronunciata, vi fa dire che avete mangiato i gatti invece di dire che li odiate (I hate/ate cats). Qui le bandiere arcobaleno superano quelle norvegesi, e chi li conosce sa che se la porterebbero attaccati al polso sempre.

Ci accontentiamo di un paio d’ore per visitare Bryggen, ansiosi, come sempre, di fuggire dalle “città” (diciamo un quartiere del Milanese) ed immergerci nella natura. E qui parte il vero viaggio: quella luce che solo a queste latitudini splende così, di cui ne vorresti un po’ anche fra il cemento di Milano, o sulle nostre montagne, ma è solo qui, oltre il 60° parallelo nord (probabilmente anche sud, ma lo devo ancora verificare con i miei occhi). E poi il silenzio, il rumore più bello della Norvegia. E il vero viaggio inizia quando ti sei appena allacciata le cinture e già vorresti fermarti (e ti fermi ovviamente), perché di sicuro lì dietro, o laggiù, c’è qualcosa di cui vale la pena avere esperienza. Un viaggio in macchina a singhiozzo, ma non puoi perderti mondi del genere.

Percorriamo la Fv7 road, ma soprattutto le scenic route (fra le 18 più belle della Norvegia, trovi le altre qui https://nasjonaleturistveger.no/en/routes) n. 79 e 550 lungo il nostro primo fiordo del sud-ovest, l’Hardangerfjord. It’s not the destination, it’s the journey, scriveva Emerson: o l’ho sempre pensata allo stesso modo, ma qui in Norvegia questo pensiero rimbomba.

Dopo qualche ora di journey, raggiungiamo Ulvik, dove pernotteremo stanotte. L’idea iniziale era di prendere un paio di traghetti per raggiungere Odda, ma l’idea non era compatibile con gli orari dei traghetti, che in alcune tratte sono davvero numerosi quanto la metro rossa milanese, mentre in altri sono solo 3-4 corse al giorno (ve ne parlerò più avanti). Prendiamo quindi la via da Granvin, attraversando uno dei vari tunnel dentro le montagne che incontreremo, lunghi anche decine di km: questo, il Tunsberg tunnelen, ci regala uno spettacolo di luci all’interno, che spezza un po’ la monotonia scura. Raggiungiamo poi la parte opposta dell’Hardangerfjord attraversando l’Hardangerbrua (bru/bro significa ponte in norvegese), il più lungo ponte sospeso della Norvegia, che si fionda diritto nella montagna.

A Ulvik, abbiamo una casetta magnifica a metri 12 dal fiordo, con la bandiera norvegese davanti e un sole che non tramonta mai.

Siamo all’Ulvik camping (https://hardangerguesthouse.no), che fa parte dell’Hardanger GH, ma è la versione più economica (e soprattutto più vicina al fiordo!). Qui viene servita una colazione squisita e abbondante, ovviamente alla norvegese, quindi affettati, verdure, formaggi, pane di ogni tipo, uova, salmone, aringhe, ma anche yogurt e dei mini croissant da urlo. NB: l’Hardangerfjord è famoso per due luoghi iconici (pure troppo) della Norvegia: il Trolltunga, uno stretto dito roccioso sospeso nel vuoto, sopra il Lago Ringedalsvatnet e il Preikestolen (Pulpito di Roccia) una versione ridotta dell’omonimo belvedere sopra il Lysefjord, vicino a Stavanger. Ma questi posti così osannati e triti/ritriti non mi attirano mai, preferisco il trekking spettacolare che nessuno osanna (a parte quelli come me).

La giornata finisce, anche se non arriva il buio, così come fatica ad arrivare il sonno: sono già troppo felice.

Qui il percorso di oggi.

Una volta che hai viaggiato, il viaggio non finisce mai, ma si ripete infinite volte negli angoli più silenziosi della mente. La mente non sa separarsi dal viaggio.

(Pat Conroy)