Dove mangiare a Kiruna: lo Stejk

Un posto speciale dove mangiare a Kiruna (Lapponia svedese)

Nella splendida cittadina di Kiruna, in Lapponia Svedese, c’è uno street food da non perdersi assolutamente, dove mangiare burger speciali sotto una tenda Sámi! Il posto si chiama Stejk Street Food.

Dove mangiare a Kiruna, Lapponia svedese: lo Stejk Street Food.
Lo Stejk a Kiruna, Lapponia svedese

Hai mai mangiato la carne di renna o alce?

Questa per me era la prima volta, e l’ho trovata così buona solo al mercato di Bryggen. Qui si possono gustare deliziosi hamburger di renna e alce, accompagnati da salse, patatine fritte e cipolla! La carne è cucinata al momento, ed è di incredibile qualità. Ci sono anche piatti per vegani e vegetariani, e pane senza glutine. Qui al nord sono sempre molto attenti alle varie esigenze alimentari, e lo Stejk sta assolutamente al passo.

Ho trovato lo Stejk a caso, come mio solito… se state seguendo i miei viaggi, sapete che programmo molto poco, soprattutto quando viaggio da sola. Amo scoprire i luoghi per caso, anche perché ho uno speciale fiuto per le cose belle!

Amo trovare i posti per caso, e non perché li trovo scritti su una guida!

Mi trovavo a Kiruna, in attesa di prendere il treno per Abisko; passeggiavo per la cittadina, incappucciata per bene per sfidare un vento gelido a -15°C segnati dai termometri, percepiti un po’ di meno! Ad un certo punto vedo una tenda in perfetto stile Sámi, vicino ad una stazione di servizio; inizialmente penso a qualche struttura inerente la popolazione Sámi appunto, ma poi vicino scorgo una roulotte con scritto reeinder burger (carne di renna). È così che ho scoperto lo Stejk.

Quando mi sono avvicinata alla roulotte, una simpaticissima coppia svedese mi ha accolto con calore. Nonostante il clima decisamente rigido, sono rimasta lì fuori a parlare con loro parecchio, prima ancora di ordinare! Erano affascinati dal fatto che stavo viaggiando da sola, per cui hanno voluto sapere tutto dei miei viaggi in solitaria e della mia passione per l’Artico. E anche di come fosse Napoli!

Ero già bella che congelata, quando hanno capito che avevo decisamente bisogno di uno dei loro burger di renna, e di scaldarmi all’interno della Tipi (o Lavvu), la tipica tenda della popolazione Sámi.

L’interno della tenda è un luogo di incredibile calore, e non solo per il fuoco acceso: ci sono divanetti ricoperti di pelli, tavoli di legno, lucine appese. E’ davvero un luogo da cui non usciresti mai, e non solo per il tepore!

Come faccio spesso, ho chiesto loro di scegliere cosa prepararmi, ma mi pare che fosse l’Arctic Cheese Steak con carne di alce (moose).

Ecco dove trovare lo Stejk: Konduktörsgatan 22, Kiruna, Svezia.

Se passate da Kiruna, dovete assolutamente fermarvi a mangiare qui!

Cosa vedere a Oslo: la biblioteca Dechman Bjørvika

La biblioteca Dechman Bjørvika è un incredibile luogo di luce e incontro

Fra le cose da vedere a Oslo, capitale della Norvegia, non potete perdervi la biblioteca pubblica. Ogni anno, la Federazione internazionale delle associazioni e istituzioni bibliotecarie (International Federation of Library Associations and Institutions – IFLA), premia la biblioteca di nuova costruzione più bella del mondo, e nel 2021, il premio è stato vinto proprio dalla biblioteca pubblica di Oslo, la Dechman Bjørvika. In questo articolo, vi racconto cos’ha di speciale questo luogo.

La Biblioteca Dechman Bjørvika fra le cose da vedere a Oslo

Chiunque approdi per la prima volta nel nord del pianeta, rimane affascinato dalla luce. Si, perché la luce, a queste latitudini, è senza dubbio diversa da quella a cui siamo abituati noi, abitanti del sud dell’emisfero boreale. Beh, la Deichman Bjørvika è un inno alla luce nordica.

Inaugurata nel mese di giugno 2020, e situata nel porto della città, è sviluppata in verticale su diversi piani. C’è poi un imponente quarto piano a sbalzo che sporge di circa 20 metri sopra la piazza (quartiere Bjørvika, appunto), dove si trova l’ingresso dell’edificio.

Perché la biblioteca pubblica deve essere assolutamente presente nella lista delle cose da vedere a Oslo

All’interno, la Deichman Bjørvika è altrettanto incredibile. La biblioteca si sviluppa su sei piani, tutti inondati di luce grazie alle numerose finestre, anch’esse verticali, e ai tre enormi lucernari geometrici. L’arredamento è angolare e i toni tenui forniscono l’atmosfera tranquilla che ci si aspetta da una biblioteca. I piani e le varie aree sono tematici, e ci sono ovunque angoli di lettura uno diverso dall’altro, di stili diversi ma in perfetta sintonia. Aggirandosi per questo luogo, si ha una curiosità infinita di vedere dietro l’angolo, di scoprire cosa c’è di più bello un po’ più in là.

Sebbene sia ovviamente dedicato alla letteratura, i diversi piani di Deichman Bjørvika ospitano molto più che libri. C’è un intero piano dedicato ai bambini, oltre ad una caffetteria, un ristorante al primo piano, un cinema e un auditorium al piano interrato.

Ma non è finita qui: alla Deichman Bjørvika i creativi si possono sbizzarrire fra stampanti 3D, macchine da cucire e studi musicali e sonori.

Avere una buona biblioteca è una delle cose più importanti che possiamo fare per l’uguaglianza e per ispirare le persone a vivere una vita di qualità. Vogliamo che ancora più persone scoprano quanto è bello usare le biblioteche e voglio ringraziare Deichman per aver vinto sia i premi che il cuore delle persone”, ha affermato il vicesindaco di Oslo per la cultura e lo sport, Omar Samy Gamal.

Nel 2021, 32 biblioteche nel mondo hanno partecipato al concorso, e la Deichman Bjørvika si è contesa il premio con altre quattro: la Marrickville Library in Australia, la Het Predikheren in Belgio, la Ningbo New Library in Cina, e la  Forum Groningen in Olanda.

Ancora una volta, i norvegesi dimostrano di avere a cuore la felicità dei propri cittadini e dei propri visitatori, non perdendo mai occasione di vivere e diffondere l’Hygge, quel concetto tutto scandinavo (ma la parola trova origine proprio nel norvegese antico) dello stare bene, del benessere, delle sensazioni belle, di cui la vita deve essere colma.

Se passi per Oslo, includi la biblioteca Bjørvika nella lista delle cose imperdibili da vedere!

Ci sei già stato?

“Perché ti meravigli tanto se viaggiando ti sei annoiato? Portandoti dietro te stesso hai finito col viaggiare proprio con l’individuo dal quale volevi fuggire” (Socrate)

Neve, renne e zenzero nei proverbi finlandesi

Lo sappiamo tutti, i proverbi riflettono perfettamente le abitudini, le tradizioni e le caratteristiche del paese da cui provengono. E basta dare loro un’occhiata per avere già una prima idea del paese in questione.

In quelli finlandesi, non potevano mancare alcuni valori fondamentali, come la neve, la slitta e lo zenzero!

Eccovene alcuni:

#1 E’ andato tutto come il pan di zenzero!

/hommat meni pipariksi/

Si usa quando le cose non sono andate secondo i piani.

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#2 Andiamo, su! Disse la nonna bloccata nella neve

/Eteenpäin, sanoi mummo lumessa/

Si usa come sprono a non mollare quando le cose si mettono male.

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#3 Sta nevicando in casa!

/Nyt tulee lunta tupaan/

Per indicare che c’è un intoppo, un imprevisto.

#4 Il giorno (o la cosa) è nella slitta

/Homma on pulkassa/

Questo detto viene usato per indicare che un lavoro da fare è stato portato a termine, in altre parole che si è portato a casa la giornata.

Peraltro la parola pulkassa è usata al giorno d’oggi per indicare la slitta, ma nei tempi antichi era usata per riferirsi a quei bastoncini da conteggio, su cui gli antichi segnavano numeri, quantità o persino messaggi.

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I finlandesi organizzano une festa pre natalizia, che anticipa il Natale, è che viene appunto chiamata piccolo Natale (Pikkujoulu), dove si fa festa fino a tardi bevendo litri di glögi, simile al vin brulè o al Glühwein tedesco. Spesso, durante la notte del Pikkujoulu, le chiamate alla Polizia per schiamazzi notturni o disturbo alla quiete pubblica si decuplicano! Non è da confondere con il Lilla Jul svedese, che si festeggia il sabato prima della prima domenica dell’avvento.

Poi arriva il giorno di Natale, che i finlandesi amano trascorrere.. in sauna! Joulusauna è il nome che viene dato alla sauna di Natale. In alternativa, o dopo la sauna, il giorno di Natale si trascorre guardando Joulupukin kuuma linja, la serie natalizia per eccellenza in Finlandia, letteralmente la Hotline di Babbo Natale!

Ecco la puntata pubblicata oggi!

E per finire, Santa Claus, quindi il nostro Babbo Natale, per i finlandesi è… la capra di Natale (Joulupukki)!

Conosci altri proverbi natalizi finlandesi?

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Beh, Hyvää Joulua!!

Chi chiede la strada non si perde.
In finlandese: Ei kysyvä tieltä eksy.

Se non sei sicuro, dovresti chiedere consiglio. 
In generale, i finlandesi non sono soliti chiedere consigli perché preferiscono essere autosufficienti e non disturbare gli altri.
Questo detto ricorda ai finlandesi che va bene chiedere. 
In questo senso, ci sono somiglianze con il detto inglese: “Non c’è niente di male a chiedere”.

Nellim, un villaggio fuori dal mondo (in Lapponia finlandese)

A novembre sono stata per la prima volta in Lapponia finlandese, che era l’unica (delle tre) Lapponie che ancora non avevo visitato. Ho affittato una macchina e ho vagabondato: il viaggio che preferisco.

Non ho preparato itinerari particolari, vuoi per mancanza di tempo, vuoi perché dal viaggio improvvisato nascono sempre amori grandi! E così è stato anche per questa meravigliosa terra.

Ho alloggiato fra Inari e Ivalo (ve lo racconterò presto), e da lì ho esplorato tutto ciò che potevo, a caso. Un giorno ho imboccato la road n.91, che poi diventa n.969, ed ho subito capito che sarebbe stato un altro, l’ennesimo giorno di artiche meraviglie. La strada, sin da subito, costeggia corsi d’acqua o piccoli laghetti, alcuni dei quali dipendono direttamente dal grande Lago Inari, e che trovo già ghiacciati.

E’ come essere in una fiaba: il sole basso, ma ancora sopra l’orizzonte, riflette su ghiaccio e neve, creando scenari incantevoli. Anche la strada è già tutta ghiacciata ed innevata, ma come sempre tenuta molto bene, almeno all’inizio: quando la road n.91 sfocia nella 969 e si inizia a salire di quota, è tutto un susseguirsi di corsi d’acqua, montagne imponenti, distese infinite di neve: non ho incontrato macchine per 42 km all’andata e 42 km al ritorno. Sola in paradiso! Non ho meta, ma è troppo bello per non proseguire ad oltranza: ad una decina di km da Ivalo, la strada inizia ad essere pesantemente innevata, e devo stare attenta a non uscire dalle strisce lasciate da altri vagabondi (quindi qualcuno non so quando ma qui ci è passato!), perché si slitta un po’. In realtà, non faccio in tempo a partire, che sono già ferma: a fotografare, ad ammirare, ad annusare, a lasciare impronte nella neve fresca. Per strada trovo tantissime renne, e vederle così nella natura selvaggia è una delle immagini che, a mio modo di sentire, più infonde libertà. Le renne sono dolcissimi animali ma un po’ timidi, provo ad avvicinarmi piano e riesco a fare incontri splendidi: qualcuna mi guarda incuriosita, qualcuna non mi calcola, le più timide si allontanano nella neve.

Vado, continuo ad andare, non so dove porta quella strada, ma in fondo, a che serve saperlo? Ad un certo punto, quando inizierà a fare buio, tornerò indietro. Controllo solo che ci sia campo telefonico: non incontrando anima viva, mi dico, vorrei almeno sapere di poter chiamare qualcuno se dovese succedere qualcosa alla macchina!

Ad un certo punto vedo un cartello stradale, dice Nellim: un villaggio minuscolo, che sfocia direttamente sul grande lago Inari. Parcheggio la macchina, il parcheggio è intonso e la neve sulla strada tantissima! Che bello lasciare le prime impronte nella neve.

Nellim si trova a pochi km dal confine con la Russia, ed infatti è noto per essere il villaggio che accoglie le tre culture Sámi, definite North Sámi, Inari Sámi e Skolt Sámi. Infatti, negli anni ’20, agli abitanti orginari di Nellim, gli Inari Sámi, si unirono i North e dopo la seconda guerra mondiale, arrivarono gli Skolt. Gli Skolt costituiscono la popolazione indigena della penisola di Kola in Russia (che insieme alle terre del nord di Finlandia, Svezia e Norvegia costituisce la regione chiamata Lapponia), che persero le loro terre native a Petsamo durante la seconda guerra mondiale. Ognuna delle tre popolazioni Sámi parla una lingua diversa! In particolare, all’incirca 20.000 persone, nel mondo, parlano una lingua Sámi: la più diffusa è quella North, la Inari è parlata solo in Finlandia, mentre la Skolt solo in Finlandia e Russia. Pensate che in Finlandia, solo 300 (!) persone parlano la lingua Skolt, la maggior parte delle quali vive in queste zone.

E’ difficile essere in un luogo e non incontrare anima viva per ore, e ciò rende questa (breve ma intensa) giornata davvero speciale. Dopo aver passeggiato un po’, riprendo la macchina: sono le 13 circa, il tramonto di questo incredibile sole, che è sorto verso le 9, è appena iniziato, e i colori sono così forti, accesi, e diversi che è difficile credere a quello che si vede.

Come arrivare a Nellim

Si atterra al piccolo aeroporto di Ivalo, Finlandia, e da lì si imbocca la strada n.91 che poi diventa la n. 969.

Conta solo il cammino, perché solo lui è duraturo e non lo scopo, che risulta essere soltanto l’illusione del viaggio.
(Antoine de Saint-Exupery)

Il Natale in Norvegia.

Il Natale in Norvegia è un momento speciale, che dura più di alcuni giorni, in alcune zone anche tutta una stagione! In effetti, la Norvegia ha iniziato a festeggiare il Natale prima della cristianizzazione del paese, bevendo birra in onore degli dei nordici, in attesa del ritorno del clima più caldo.
Nella lingua locale, il periodo natalizio è chiamato juletid: il termine jul è comune in tutta la Scandinavia, riferendosi a un periodo di tempo che dura in totale diverse settimane. Detto questo, la maggior parte delle persone usa il termine jul per riferirsi alla settimana che va dalla vigilia di Natale a Capodanno.
Ecco le tradizioni e curiosità più interessanti del Natale in Norvegia.

Jul
L’intero periodo del Jul è composto da cinque fasi: avvento, julaften, romjul, nyttår (nuovo anno) ed epifania.

L’Avvento è, come tutti sappiamo, il periodo di preparazione prima del 25 dicembre, che inizia quattro domeniche prima di Natale. Ogni domenica, fino al giorno di Natale, viene commemorata accendendo un candelabro a quattro candele. La prima domenica si accende la prima candela, la seconda domenica si accendono le due candele successive e così via.

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23 dicembre

Il 23 dicembre, i norvegesi celebrano Lille Julaften, o piccola vigilia di Natale, un momento in cui la famiglia si riunisce per pulire (si, pulire!) e decorare la casa e l’albero. Gli ornamenti includono cesti natalizi a forma di cuore pieni di leccornie, catene di carta e bandiere norvegesi. I membri della famiglia decorano la loro casa anche con le pepperkakehus, cioè le case di pan di zenzero, che si mangiano rigorosamente solo alla fine del periodo natalizio. Ma c’è un’altra curiosità che riguarda il 23 dicembre.
Conosciuto in norvegese come Grevinnen og Hovmesteren, Dinner for One è uno sketch comico britannico scritto dall’autore Lauri Wylie. La stazione televisiva tedesca Norddeutscher Rundfunk (NDR) registrò una performance di 18 minuti in bianco e nero dello spettacolo nel 1953, che alla fine divenne il programma televisivo più ripetuto di tutti i tempi. Lo sketch tratta del novantesimo compleanno di Miss Sophie, che, come ogni anno, organizza una cena per i suoi amici. Dei suoi amici coetanei, Sophie è l’unica sopravvissuta, quindi il suo maggiordomo James impersona e beve al posto di ciascuno degli ospiti. Mentre fa il giro del tavolo, James si ubriaca e chiede ripetutamente alla signorina Sophie: “La stessa procedura dell’anno scorso, signorina Sophie?” a cui lei risponde: “La stessa procedura di ogni anno, James!”
La televisione nazionale norvegese NRK trasmette la versione svizzera di 11 minuti dello sketch ogni 23 dicembre dal 1980!

Ma quando festeggiano il Natale i norvegesi? Non il 25, ma la vigilia! Come in realtà molti di noi, me compresa.
Julaften (la vigilia di Natale) è infatti il giorno di festa principale per i norvegesi, il giorno in cui vengono scambiati i regali e l’intera famiglia si riunisce per la cena. Il 25 è una giornata molto più tranquilla e spesso piuttosto privata.
Alle 17 del 24 dicembre, le campane delle chiese suonano in tutte le città per annunciare l’inizio ufficiale dello Juletid. Dopo il cenone, le persone di solito si tengono per mano e ballano intorno all’albero di Natale mentre cantano canti natalizi. La canzone più famosa è Så går vi rundt om en enebærbusk, che significa “qui giriamo intorno a un cespuglio di gelso”. Julenissen, o Babbo Natale, poi entra in soggiorno per distribuire i regali. La famiglia e gli ospiti poi giocano, cantano e aprono i regali durante il resto della serata.

Il giorno di Natale
Se siete stati in Norvegia, avrete notato l’enorme quantità di bandiere norvegesi issate nelle case private, in ogni periodo dell’anno. Il giorno di Natale, le persone in genere alzano la bandiera all’alba e la abbassano di nuovo al tramonto. Quindi vanno a trovare la famiglia e gli amici per una cena tradizionale scandinava.

I piatti tipici natalizi norvegesi includono risengrynsgrøt, ribbe, pinnekjøtt, lutefisk e rakfisk. Il risongrynsgrøt è il porridge di riso norvegese solitamente preparato per il pranzo del giorno di Natale. Viene servito con zucchero e cannella e una noce di burro al centro. Nella pentola in cui viene preparato è nascosta una mandorla, e chi la trova nella sua porzione riceve tradizionalmente in dono un marzapane.

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Le Ribbe sono costine di maiale, Pinnekjøt invece sono costolette di agnello salate o essiccate che vengono messe a bagno in acqua per circa 30 ore prima del consumo. Allo stesso modo, il lutefisk è merluzzo essiccato o stoccafisso immerso in una soluzione di liscivia (una soluzione alcalina) per reidratarlo prima di essere mangiato. Ha una consistenza gelatinosa, tanto amata quanto detestata dai norvegesi, che sembrano concordare sul fatto che “una volta all’anno è sufficiente“. Il lutefisk viene tradizionalmente servito con pancetta fritta, purè di piselli e patate bollite. Infine, il rakfisk, considerato una prelibatezza norvegese, è probabilmente uno dei pesci più puzzolenti del mondo (come spesso accade nel mondo, pensate al surstromming svedese, aringa del Baltico lasciata in contenitori di latta in salamoia anche per un anno, o il funazushi giapponese, dove il pesce carassio rimane per alcuni anni immerso in riso e sale). Si tratta di trote fortemente salate, fatte fermentare in acqua fino a un anno. Viene quindi consumato crudo con un bicchiere (o più) di acquavite. L’Akevitt è un distillato tradizionale scandinavo contenente il 40% di alcol, bevuto quasi esclusivamente a Natale. In Norvegia e Danimarca la bevanda è a base di patate, facilmente riconoscibile grazie al suo colore dorato e alla forte miscela di spezie, fra cui il cumino. Si serve in aggiunta alla birra o con le pietanze tradizionali in calici a tulipano.

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Dopo il giorno di Natale, inizia il periodo chiamato Romjul, parola di sole sei lettere ma che si traduce come: “quel periodo tra Natale e Capodanno in cui nessuno è veramente sicuro di cosa dovrebbe fare” (!!)
I dipendenti sono spesso incoraggiati dai loro datori di lavoro ad utilizzare il romjul come parte delle loro ferie annuali. Durante questo periodo, i negozi sono generalmente chiusi o hanno orari di apertura limitati, con i norvegesi che di solito si dirigono sulle piste per sciare o andare in slittino con le loro famiglie.


Ma veniamo ai nisser!
Il nisser è una creatura mitologica del folklore scandinavo, che potrebbe essere paragonata a uno gnomo da giardino o ad un folletto o ad un elfo. Secondo la tradizione, vivono nelle cascine nelle quali svolgono la funzione di guardiani di chi vi abita e talvolta aiutano anche nelle faccende domestiche. Si credeva che fossero “l’anima” della prima persona che aveva abitato nella proprietà e sono descritti come piccole creature simili con lunghe barbe e berretti conici rossi.

Nisser by jpellgen (Flickr Creative Commons)

Sono noti per l’animo rissoso ed irascibile, per cui generazioni di bambini hanno dovuto riappacificarsi con loro, lasciando fuori dalla cascina scodelle di riso e latte: l’unica vera prova dell’esistenza di questi folletti è infatti la scodella trovata vuota il mattino dopo. I nisser sono personaggi tipici della cultura norrena e sono anche associati al solstizio d’inverno. Lo stesso Babbo Natale è conosciuto in norvegese come Julenisse, cioè il nisse che porta i doni a Natale.

Quanti nisser riesci a vedere in questo piccolo angolo di casa mia?


A proposito di Babbo Natale, la storia narra che egli decise di scegliere Rovaniemi come sua città natale quando fu svelato al mondo che la sua vera casa era in realtà a Korvatunturi, un villaggio a nord, un segreto gelosamente custodito per secoli. Al fine di mantenere la privacy della sua posizione segreta, gli elfi decisero di costruire un luogo dove Babbo Natale potesse incontrare persone provenienti da tutto il mondo, il villaggio di Natale di Rovaniemi, appunto.

Mercatini di Natale in Norvegia
Agli inizi di dicembre, i mercatini di Natale aprono in tutto il paese: per combattere il grande freddo, si bevono litri di gløgg, una sorta di vin brulè simile al Glühwein tedesco.

Photo by Taryn Elliott on Pexels.com – Christmas in Storgata, Drøbak, Norway © Frogn kommune/Flickr

Julebord
Ah, la buona festa di Natale norvegese vecchio stile! Ogni azienda, scuola, club sportivo e gruppo sociale organizza il proprio julebord (letteralmente “tavola di Natale”). Ciò significa che la maggior parte dei norvegesi parteciperà a due o più di questi eventi in cui vengono consumate grandi quantità di alcol e piatti tradizionali, normalmente seguiti da una festa fino a tarda notte.

Curiosamente, mentre i norvegesi normalmente si vestono in modo abbastanza casual, il julebord è una delle rare occasioni in cui si vestono in abiti formali.

Se stai per partecipare al tuo primo julebord, non presentarti in jeans!

Å være midt i smørøyet (proverbio norvegese): essere al centro dell’occhio del burro

Chi si trova al centro dello smørøyet è in una situazione estremamente confortevole. Secondo l’ipotesi più accreditata, questo modo di dire è collegato all’abitudine dei norvegesi di mettere una noce di burro al centro della ciotola del porridge o risgrøt.

Neve, silenzio e cucina valtellinese: Lago Palù e Rifugio Motta (Val Malenco).

Avete mai passato la notte in un rifugio in alta quota, d’inverno? Oggi vi racconto come passare una giornata fantastica fra neve, picchi e silenzio, e finire in bellezza con cena e riposo ad alta quota, avendo così la possibilità di gustarsi la montagna nelle sue golden hours (alba e tramonto), lontano dalla confusione e dalle folle che la popolano di giorno.

La giornata parte da Chiesa in Val Malenco (SO), dove in passato ho trascorso almeno tre settimane di Capodanno alla sede della Croce Rossa, a prestare servizio come soccorritore in prestito da Milano, ricevendo un’accoglienza incredibile (e pure migliaia di calorie a pranzo e cena da Totò). Arrivo verso le 11.30, ed il parcheggio della Funivia SnowEagle (la più grande funivia d’Europa) è già fondamentalmente al completo, ma si può parcheggiare poche centinaia di metri più avanti sulla destra, accanto al campo da calcio. Gli impianti hanno aperto da pochi giorni, alle casse c’è molta fila, ma in realtà ce la sbrighiamo in una ventina di minuti. Ho sciato per tanto tempo, ora mi sono un po’ disinnamorata delle code agli impianti, degli scarponi scomodi e degli sci sulle spalle, ma soprattutto della velocità, a favore di camminate lente, ciaspolate nei boschi, silenzio. All’arrivo della funivia, si scende per alcuni metri e si arriva al punto in cui confluisce l’arrivo di una pista blu da destra, mentre verso sinistra si raggiunge l’Alpe Palù, da dove partono diversi impianti e dove c’è anche l’area ristoro. Per raggiungere il Rifugio Motta, si risale la pista blu verso destra, ci si congiunge all’arrivo di una seggiovia, e da lì, tenendo la seggiovia sulla sinistra, si prosegue diritto, oltrepassando un cartello che indica la chiusura della via (per gli sciatori).

Inizia un percorso battuto, affrontabile anche senza ciaspole, che in 15-20 minuti porta al Rifugio, lassù, incastonato fra gli splendidi picchi del Pizzo Bernina, del Pizzo Roseg, del Monte Disgrazia, del Pizzo Zupo, del Pizzo Palù, in una cornice davvero incantevole. Arrivo verso le 15 e c’è ancora molta gente, la signora Paola mi accoglie con infinita ospitalità e mi mostra la camera, dalla quale la vista è mozzafiato.

Su consiglio della Signora Paola, prendo lo zaino e mi incammino verso il lago Palù: non mi interesso molto del percorso, la giornata è bellissima, il cielo stupendo, la neve tanta e soffice, sono felice. Per raggiungere il lago, si supera l’area ristoro (Alpe Palù), e seguendo le indicazioni per il Rifugio Palù, si va verso un’altra area di impianti (da dove parte la seggiovia per la Cima Motta) e di ristoro (Mountainroom). Lì si trovano le indicazioni per l’anello del Lago, sulla sinistra guardando gli impianti. Dopo poche centinaia di metri nel bosco, si arriva al lago, completamente ghiacciato e ricoperto di neve, tanto che è difficile scorgere la differenza con la costa. Da lì si scorge il Rifugio Palù, che però evito, proseguendo sull’anello attorno al lago: sono sola, il sole è in dirittura d’arrivo verso il suo percorso dietro le cime, i colori iniziano a intensificarsi e diversificarsi verso l’arancio, il rosa. E’ tutto meraviglioso. Camminando, vedo il rifugio Motta lassù in alto, davanti a me.

Completo il circuito del lago, e torno verso l’Alpe Palù (a metà circa del perimetro del lago, trovate le indicazioni): il sole è già dietro le montagne e io non riesco ad allontanarmi da tanta bellezza.

Da lì, decido di raggiungere il Rifugio Motta senza ripercorrere la strada dell’andata (mio pallino..), anche forte della rassicurazione di un addetto alle piste. Vado quindi verso la cima Motta, sotto la seggiovia, risalendo la pista nera, oramai quasi vuota (sono passate le 16).

E lì, le nuvole si colorano di rosa, con grande contrasto sul cielo blu scuro oramai.

Intercetto i gatti delle nevi che stanno battendo la pista, e un poliziotto che viene verso di me in motoslitta, chiedendomi se fosse tutto ok.. Ma certo, rispondo, mi sto godendo la montagna in questa ora magica. Condivido con lui l’idea di arrivare al Motta attraversando quella pista nera, ma Marco il poliziotto mi scoraggia dal farlo, consigliandomi invece di ripercorrere la via dell’andata. E niente, mi ha convinta con l’offerta di una corsa in motoslitta fino all’Alpe Palù! Ma solo dopo essersi più volte assicurato che pernottassi al Rifugio Motta, in quanto la funivia era già chiusa.

Quindi ripercorro il percorso di nuovo in solitaria, l’oscurità è già scesa ma il riverbero della neve illumina a sufficienza, e risalgo al rifugio senza torcia: meraviglia! Ed il rifugio mi aspetta così.

Al mio arrivo erano tutti un pò preoccupati, ma posso io perdermi un’occasione del genere per godermi i miei monti in pace? (So che conoscete benissimo la risposta!)

Mi merito una lauta cena, che sarà anche deliziosa: davanti al camino acceso, parto dagli sciatt, un tipico piatto valtellinese esageratamente buono, frittelle di grano saraceno, tonde e croccanti, con un cuore di formaggio Casera, tipico della zona, per arrivare a polenta taragna con salsiccia e funghi, il tutto condito dall’Inferno!

Come ogni volta in cui mi metto a riposare, dopo aver trascorso una giornata pazzesca, dormo molto poco, nonostante il letto comodissimo e la pace assoluta (forse ho esagerato con gli sciatt): troppe emozioni da ripercorrere, adrenalina stabile a livelli alti. Ma la mattina mi rialzo con una colazione super e uno scenario fuori incredibile.

Dormire in un rifugio in quota ci dà la possibilità di vivere la montagna più bella, nei suoi colori più accesi, nel silenzio che la caratterizza come luogo più bello che c’è.

Avete mai provato?

La libertà di vagabondare

Avete mai sentito parlare dell’Allemannsretten? E’ una parola usata nei paesi nordici, per indicare un diritto che ogni persona possiede sul territorio svedese, finlandese e norvegese: è il diritto a vagabondare, girovagare. Non è meraviglioso?

Vi racconto qualche dettaglio. In norvegese, la parola significa letteralmente “diritto di tutti” appunto, ed è una legge che dà a chiunque la libertà di vagabondare liberamente dovunque, e in qualunque terra non coltivata del territorio. In sostanza, è possibile fare passeggiate, scalare montagne, campeggiare godendosi la natura e l’aria fresca praticamente in qualunque foresta, montagna o spiaggia. E’ estremamente legata al valore che i popoli del nord danno al tempo trascorso a diretto contatto con la natura: inestimabile! Tanto da farlo diventare legge.

Questa è un’idea e un’abitudine presente in queste terre dai tempi antichi, ed è diventata legge nel 1957 con l’Outdoor Recreation Act.

Nel suo messaggio chiave a George Washington nel 1852, il capo Seattle disse che nessuno può possedere la freschezza dell’aria, lo scintillio dell’acqua o l’azzurro del cielo. La terra è qualcosa che dovrebbe appartenere a chiunque. E allo stesso modo la pensano i popoli del Nord. L’allemannsretten quindi rende legale, nella maggior parte dei casi, per le persone attraversare qualsiasi pezzo di proprietà privata non costruita anche senza prima ottenere il permesso del proprietario. Puoi persino campeggiare nella proprietà privata di qualcun altro per una notte, a condizione di mantenere un comportamento educato, rispettare la natura e restare ad almeno 150 metri di distanza da qualsiasi edificio. Non è bellissimo?

Ci sono però altre regole, oltre a questa, da rispettare. Per esempio, se si desidera stare più di due notti nello stesso luogo, è necessario chiedere il permesso al proprietario terriero, tranne che in montagna o in zone molto remote. La regola principale però è essere attenti e rispettosi della natura, delle persone che possiedono la terra e di quelle che passeranno dopo. I termini utmark e innmark dividono le aree in cui il diritto di viaggiare è valido o limitato. Le aree denominate innmark (o terreni all’interno dei confini) sono delineate chiaramente e possono essere semplicemente guardate, come per esempio cortili, complessi residenziali, terreni coltivati ​​e aree simili in cui il passaggio di persone potrebbe rappresentare un problema per il proprietario. I terreni coltivati ​​possono essere attraversati solo se ghiacciati o coperti di neve. Tutte le aree, al di fuori di queste sopra elencate, sono considerate utmark, ovvero aree accessibili a tutti. In generale, questo include foreste, montagne, paludi, spiagge e aree costiere che costituiscono la maggior parte della superficie del paese. Nell’ambito del diritto di muoversi e viaggiare, le persone sono anche libere di raccogliere piante selvatiche, fiori, cespugli e funghi. Le noci selvatiche devono essere mangiate sul posto e la raccolta della linfa degli alberi richiede l’autorizzazione del proprietario terriero.

L’accordo non scritto è di prendere solo ciò di cui hai bisogno.

Questa idea – che più che un’idea è davvero uno stile di vita – riflette l’enorme rispetto dei norvegesi per la natura. La realizzazione di questo stile di vita ( – legge- )non deriva solo dal prendere ciò di cui abbiamo bisogno e non altro, ma anche dall’assicurarci di lasciare qualcosa per agli altri. Questo, a sua volta, consente alla natura di ricostituirsi e aiuta a creare un ciclo sostenibile.

Come esseri umani, siamo semplicemente una piccola parte del grande schema della natura e dovremmo quindi considerare tutti i suoi elementi – tutti, dal primo all’ultimo, fino a ogni ago di un pino – come qualcosa di sacro, qualcosa che dobbiamo condividere equamente tra noi abitanti del pianeta. L’Allemannsretten offre a escursionisti e campeggiatori la possibilità di non doversi stressare per trovare un campeggio aperto prima che arrivi la notte, e anche di risparmiare un po’ di soldi, campeggiando ovunque.

Tuttavia, il più grande vantaggio è la libertà.

Quando si viaggia in Norvegia per la prima volta, si rimane molto sorpresi dalla mancanza di recinzioni e segnali quali il “keep out” (non entrare). In Norvegia infatti, ai proprietari terrieri non è consentito impedire la libera circolazione, quindi questo tipo di segnaletica sarebbe illegale nella maggior parte dei luoghi. Che sogno.

La natura locale in Norvegia può diventare il tuo parco giochi, la tua casa, la tua fonte di cibo e la tua palestra. L’ Allemannsretten nasce dall’amore per la natura, che si rafforza – quando la rispettiamo.

Qual è la tua strada amico?… la strada del santo, la strada del pazzo, la strada dell’arcobaleno, la strada dell’imbecille, qualsiasi strada. È una strada in tutte le direzioni per tutti gli uomini in tutti i modi.
(Jack Kerouac)

La mia prima volta oltre i 60° nord: le isole Faroe

Le isole Faroe, anzi Fær Øer, sono entrate nei miei desideri per caso, nel 2016: in quell’anno ero stata un mese in Australia, a febbraio, quindi mi erano rimasti pochi giorni di ferie, per cui ho preso la mia cartina del mondo appesa in camera e mi sono detta: è ora di andare a Nord. Avevo sentito parlare delle isole Faroe, ma senza avere le idee chiare su dove fossero esattamente collocate. Cerco sulla cartina, e vedo qualche puntino, fra Islanda e Norvegia: ok, si va. All’atterraggio, ricordo di aver guardato giù esclamando “allora esistono!”: si perché avevano sempre rappresentato qualcosa di più leggendario che reale, ed in effetti sono proprio terre di moltissime antiche leggende.


Elenco dei contenuti


Sapevi che le isole Faroe..?

Le Faroe sono un arcipelago sperduto nel mezzo dell’Oceano Atlantico, autonome dal 1948, e fanno parte del Regno di Danimarca. Hanno una propria bandiera, una croce scandinava rossa bordata di azzurro su campo bianco, colori che secondo la tradizione starebbero ad indicare il bianco delle acque ghiacciate che le circondano, il blu del cielo ed il rosso del sangue versato dalla popolazione per la sua indipendenza. Da veri e propri indipendenti, hanno anche scelto una bandiera che non segue le regole dell’araldica e della vessillologia, secondo le quali il rosso non può stare sopra il blu. Hanno anche una propria lingua, di origine germanica, parlata solo da 80.000 persone nel mondo! Cioè da tutti i loro abitanti, circa 48000 (come alcuni comuni dell’hinterland milanese), e i restanti fra Danimarca e Islanda: il faroese non è ancora presente su google translate, per cui gli abitanti si sono inventati un Faroe Islands translate, ma non è tutto: se cercate la traduzione di una frase nella vostra lingua in faroese, un abitante vi risponderà caricando un video, che carini!

Le Faroe si trovano alla latitudine di 62°00′ gradi nord (il mio primo over 60°N !), e spesso potete vedere questi numeri scritti un pò ovunque: questa per esempio era la macchina che avevamo noleggiato. Evidentemente non sono l’unica malata dei numeri delle latitudini!

Sulle 18 isole ci sono solo tre semafori, tutti situati nella capitale, Tórshavn, sull’isola di Streymoy, e nessun Mc Donalds: forse l’unico paese europeo ancora vergine! Ed è pure senza prigione: noi abbiamo fatto il viaggio in tenda, ma una sera, un pò troppo zuppi d’acqua, abbiamo preso una stanza e chiedendo le chiavi, il proprietario ci disse che da loro non usano chiudere case o macchine, perché dovrebbero?

Il clima è molto variabile, diciamo dal nuvoloso alla pioggia a catinelle! Una mattina ci siamo svegliati con il sole, ed il cielo senza una nuvola, e al pub, un luogo che loro amano molto, due signori faroesi ci dissero che erano 18 anni che non vedevano una giornata del genere! Il verde delle isole è pazzesco, con le tonalità forti delle risaie del Vietnam, verde che sbatte sempre contro il blu oceano: infatti, non esiste punto su nessuna isola distante più di una manciata di km dal mare.

Nei camping, chiedevano di legare i camper: diciamo che la meravigliosa brezza del nord si fa sentire. Però la corrente nord-atlantica regala alle isole inverni miti (raramente sotto i 3-4 °C) ed estati fresche, con punte di calore sui 15°C, il clima perfetto! Ecco qui una prova del cielo senza nuvole delle isole Faroe, scatto raro!

Dicevo del pub: i faroesi amano stare ore al pub a bere litri di birra, sarà per l’occupazione britannica che hanno subito, sarà perché l’alcol non è facilmente reperibile fuori dai pub: si compra solo negli alcohol shop, che hanno orari di chiusura ridottissimi e chiusi nei week-end, come un pò in tutto il nord. Una sera padre e figlio faroesi ci hanno chiesto di potersi sedere con noi (ad occhio e croce eravamo gli unici stranieri): ci hanno raccontato molte cose interessanti delle loro isole e della loro cultura, continuando ad ordinarci birre da loro offerte ovviamente (impossibile pagare), solo che alla settima pinta abbiamo chiesto pietà, sfigurando totalmente di fronte ad un “ah vero siete italiani, bevete poco”. Per fortuna, li abbiamo distratti sfidandoli a freccette (e perdendo anche qui).

Su alcune isole non c’è nulla, ma nulla. E ci è capitato spesso di dover prendere un traghetto per procacciarci del cibo, ma anche sulle isole larghe quanto una piazza ci sono dei bagni pubblici lindi e splendenti, con stufetta incorporata, e non solo: abbiamo visto defibrillatori ovunque (già nel 2016, quando in Italia eravamo forse all’inizio della diffusione della cultura della rianimazione cardio polmonare ai cittadini).

Le isole Faroe sono inoltre ricche di…pecore! Pensate che il numero di pecore abitanti le isole è quasi il doppio di quello degli umani.

Ma veniamo all’itinerario che ho seguito in questo viaggio, itinerario costruito in base ai trekking, che qui diventano uno spettacolo per gli occhi, sempre vista oceano! Ovviamente non è necessario faticare, c’è molto di bello da vedere anche senza perdere il fiato ma…. ve lo consiglio caldamente.

Itinerario

Giorno 1 – Copenhagen

Abbiamo volato su Copenhagen, approfittando della sosta per visitare, anche se in poco più di mezza giornata, la città che è bellissima! Ci siamo concentrati sul quartiere di Nyhavn e su Chistiania, la città libera (questo significa il suo nome in danese), quindi indipendente dal governo locale.

Christiania è anche il nome antico della città norvegese di Oslo, con cui ovviamente non centra nulla. Si tratta di un’esperienza di vita in comunità, un esperimento sociale unico al mondo, basata sui valori di condivisione, pace e libertà, fra cui anche quella di consumare e vendere le droghe leggere. E’ un luogo molto interessante, fatto di casette e bellissimi murales. E’ un luogo sicuro, infatti  le principali regole della città libera proibiscono il furto, la violenza, le armi di ogni tipo, e le droghe pesanti. Insomma, un posto da non perdere e visitare senza pregiudizi di alcun tipo!

Giorno 2 – Arrivo alle Isole Faroe

Abbiamo preso un volo della Atlantic Airways per l’aereoporto di Vagar, a poco più di 50 km dalla capitale Thorshavn, sull’isola di Streymoy, dove abbiamo ritirato la macchina a noleggio: siamo finalmente alle isole Faroe! Dopo tappa all’albergo dove saremo rimasti la prima notte, abbiamo visitato i dintorni, guidando su strade pazzesche, e sotto un cielo tormentato di nuvole, cioè il cielo più bello che ci sia.

Successivamente siamo andati a visitare il villaggio di Kirkjubøur, all’estremità sud dell’isola, perdendoci già nel paesaggio tipico faroese. Qui nei dintorni c’è anche l’antica cattedrale diroccata di S. Magnus (di cui non trovo foto!)

Giorno 3 – Isola di Streymoy

Piove troppo per scarpinare, quindi girovaghiamo un po’ a caso all’interno dell’isola, allontanandoci dalla capitale, in direzione Vetsmanna, dove passeremo la notte in camping. C’è del bello ovunque. E girovagando, incontriamo una casetta sulla spiaggia dove avrei volentieri passato quei due o tre mesi, senza fare nulla se non leggere, mangiare salmone e fare qualche sauna, sotto la pioggia. Una delle casette con un pezzo del mio cuore chiuso lì dentro.

L’erba sui tetti è un costante delle case del nord: essa infatti assorbe la pioggia e protegge dal freddo, riducendo i costi del riscaldamento.. e non da meno, rende le casette ancora più belle.

Siccome stare fermi non riesce bene, ci facciamo due passi sotto la pioggia vicino al camping Vestmanna.

Giorno 4 – Tjørnuvik e Saksun

La notte passata è stata insonne: pioggia battente per ore, ed il suono che si ascolta da sotto la tenda è affascinante, come essere in mansarda sotto un tetto ma con un amplificatore. Abbiamo una tenda adatta a questi climi, per cui nessun problema di freddo o umidità.. certo è che la doccia mattutina la si fa nel percorso tenda – bagni, tanto che diventa quasi inutile usare le docce del campeggio! Da Vestmanna, guidiamo verso il sud dell’isola per raggiungere la road n.10, che ci porterà invece all’estremo nord dell’isola di Streymoy, verso la spiaggia di Tjørnuvik. Ha appena smesso di piovere, ed è tutto come quando lucidiamo l’argenteria, con l’unica differenza che ciò che ci circonda è molto più prezioso.

Raggiungiamo Tjørnuvik, all’estremo nord dell’isola, un villaggio di 55 case all’interno di un’insenatura, dal quale non si vede nessun altro centro abitato. La strada per raggiungerlo è la tipica faroese: molto stretta, a picco sull’oceano e con vista pazzesca. Qui d’inverno non si vede mai il sole, in quanto non riesce a superare le alte montagne che sovrastano il villaggio.

Dal villaggio di Tjørnuvik, si gode la bellezza della vista su Risin & Kellingin, due grandi rocce che si stagliano dall’oceano una di fronte all’altra, alte rispettivamente 71 e 69 metri. Come in tutti i paesi del nord, la natura e le sue forme sono legate a delle antiche leggende, e Risin & Kellingin non sono da meno. Risin, il gigante e Kellingin, la moglie strega, sono due creature islandesi, mandate sulle isole Faroe per riportarle indietro, gelosi della loro bellezza. Raggiunsero quindi la montagna all’estremità nord -ovest, Eiðiskollur, dove il gigante rimase in mare mentre la strega si arrampicò sulla cima per legare insieme tutte le isole e caricarle sulla schiena del gigante. Purtroppo, tirando la corda, la parte settentrionale della montagna si spezzò; ci riprovarono tutta la notte, ma senza successo: la montagna era fermamente ancorata al suo posto. Intenti a cercare di compiere la loro missione, non si resero conto dell’arrivo della luce del sole, che si sa, pietrifica giganti e streghe: all’arrivo del primo raggio di sole, all’alba, furono trasformati all’istante in pietra. Sono lì da allora, continuando a fissare l’oceano che li separa dalla loro Islanda.

Qui a Tjørnuvik avevamo intenzione di iniziare il trekking verso Saksun, ma avremo dovuto poi tornare con un autobus a riprendere la macchina (o rifare il trekking di circa 4 ore di nuovo al ritorno), era però oramai tardi e il cielo completamente coperto. Non abbiamo preparato questo viaggio prima di partire, per mille motivi, ma improvvisare è sempre bello. Ci consoliamo per il trekking mancato con i waffle di un abitante del villaggio, che ci invita a casa sua: i waffle più buoni in town (facile! ma buonissimi davvero). Certo, la sua ospitalità è stata ancora più speciale dei waffle.

Salutiamo il gentil signore, e ci dirigiamo, in macchina, a quella che sarebbe dovuta essere la meta del trekking, Saksun. Non so se avete mai visto questa immagine che girava tempo fa, ecco.. quel posto è Saksun! E si, mi ci vedo bene fra dieci anni, ma anche fra dieci minuti.

Saksun è un villaggio di 11 persone e case dai tetti d’erba, quel classico posto in cui, si dice, il tempo sembra essersi fermato, quei luoghi magici che sembrano una scenografia in un teatro, da quanto sono irreali, scenografia che a fine serata viene smantellata per crearne una nuova.

La particolarità di Saksun è il luogo in cui sorge, o meglio sorgeva: ai tempi antichi, qui c’era una baia incastonata fra le alte montagne. Durante una forte tempesta, la baia fu riempita dalla sabbia, dando luogo ad una laguna che ora può essere attraversata a piedi fino alla stretta imboccatura sull’oceano. Occhio all’orologio però! Due volte al giorno, la laguna si riempie di acqua, e lo scenario cambia completamente, diventando un bellissimo laghetto. Nelle foto potete vedere (non bene, e me ne scuso), l’acqua che inizia a riempire la baia (noi eravamo impegnati a correre).

Terminiamo la giornata in un camping molto speciale, a Eiði: abbiamo nel frattempo cambiato isola, ora siamo sull’isola di Eysturoy, da dove il gigante e la strega hanno tentato di rapire le Faroe ed unirle all’Islanda. La particolarità di questo camping è che è situato in quel che una volta era un campo da calcio, regolarmente utilizzato da una delle squadre faroesi: qui la passione per il calcio è molto forte e si stima che circa il 10% della popolazione lo pratichi. Lo stadio è stato inaugurato nel 1914 ed è incastonato fra le montagne e la spiaggia nera, con una vista sull’oceano, da cui dista pochi metri, che potrebbe distrarre anche il giocatore più concentrato. E’ stato costruito da volontari abitanti dell’isola, chiedendo ad ogni socio del club di dedicarci 10 giornate lavorative. Dopo essere stato definito lo stadio è più ventoso del mondo, si smise di utilizzarlo per l’impossibilità di costruire, su questo sperone roccioso, gradinate e barriere per evitare di perdere il pallone ogni volta.

Giorno 5 – trekking a Slættaratindur e Gjógv (isola di Eysturoy)

Oggi la giornata è dedicata alla salita alla cima più alta delle isole Faroe, Slættaratindur, da cui promettono una vista pazzesca. Per raggiungere la partenza del percorso, si deve guidare fino al passo di Eiðisskarð, dove si può lasciare la macchina in un parcheggio. La vista pazzesca è assicurata quando il tempo è bello, quindi bisogna sperare nella buona sorte! Qui vi mostro cosa abbiamo visto noi per tutta la salita, cioè niente (a tratti, alla fine del percorso, non vedevamo nemmeno dove mettevamo i piedi, aspetto alquanto pericoloso, avendo un bel strapiombo sulla nostra sinistra), per fortuna la discesa è stata più fortunata e il sipario si è un pochino aperto (e abbiamo rivisto il gigante e la strega). Alcuni dicono che nei giorni limpidi si possa vedere, dalla cima, il ghiacciaio islandese Vatnajökull, anche se gli esperti sono scettici, essendo distante 550 km. I faroesi sono soliti salire in cima a questa montagna il 21 giugno, il giorno più lungo dell’anno, ammirando il sole che tramonta, e solo poche ore dopo, l’alba.

Dopo il trekking, ci siamo spostati al villaggio di Gjógv, sulla punta nord-est dell’isola: il termine significa gola, infatti prende il nome da una gola profonda 200 metri che corre dal villaggio verso il mare. A Gjógv abitano 50 persone, non c’è un market dove procacciarsi cibo, come spesso succede in questi villaggi: il più vicino è a Eiði, distante 22 km e un passo da attraversare. Però c’è l’ufficio postale, all’interno di una casa privata, che apre dal lunedì al venerdì 30 minuti al mattino e 30 al pomeriggio, e non credo che nonostante questi orari ci siano code.

Abbiamo passato la notte al camping Elduvík, tenda vista oceano.

Giorno 6 – trekking a Villingadalsfjall (isola di Viðoy)

Ci spostiamo sull’isola di Viðoy (collegata via strada), nel villaggio di Viðareiði, luogo più a nord di tutte le isole (62°36″): da qui parte il trekking di Villingadalsfjall, molto molto impegnativo per dislivello e pendenza della salita ma da lassù si può ammirare la montagna fatta a cono di Malinsfjall. Si arriva in cima in circa 3 ore, seguendo i bastoni blu come segna sentiero, e la vista è spaziale.

Giorno 7 – faro di Kallur (isola di Kalsoy)

Dopo la seconda notte passata al camping Elduvík, vicino a Klaksvík, oggi prendiamo il traghetto per l’isola di Kalsoy, dove hanno anche girato uno dei film di James Bond, per raggiungere il faro di Kallur, con una passeggiata in mezzo all’erba verde Vietnam, sempre vista oceano: in questo bel prato, ad un certo punto sono finita nell’acqua fino alle ginocchia, per quei soliti punti in cui l’erba è fitta, il terreno molle e cede. Il percorso per il faro parte dal villaggio di Trøllanes, e si arriva in un’ora circa (andata).

La sera si torna a Tórshavn, dopo questa rara giornata di cielo blu.

Giorno 8 – escursione all’isola di Nolsoy

Oggi giornata di riposo gambe, per cui facciamo un giro in macchina verso la ex base NATO, sulla montagna di Sornfelli, base chiusa nel 2007, e poi un’escursione nel pomeriggio, in barca, verso la piccola isola di Nolsoy, dove assistiamo ad un concerto in grotta, tutti sulle barche, orchestra compresa!

Giorno 9 – l’isola delle pulcinelle di mare, Mykines

Il penultimo giorno sulle isole Faroe è dedicato all’isola di Mykines, l’isola più a ovest di tutte, detta anche l’isola delle pulcinelle di mare, e qui le vedo per la prima volta! Puffin, tanti puffin! Mykines si raggiunge con un traghetto che parte dal porto di Sørvágur sull’isola di Vagar (dove si trova l’aeroporto),traghetto che è previsto tutti i giorni nella stagione estiva, ma sempre soggetto alle condizioni meteo: fino a poco tempo prima non si è mai certi di partire, e di contro, si può rimanere bloccati sull’isola (l’ho sperato fino all’ultimo ma nulla!)

Giorno 10 – ultimo trekking prima di andare all’aeroporto (lago Sørvágsvatn e Trælanípa)

Avendo un volo nel pomeriggio, ne approfittiamo per visitare il leggendario lago Sørvágsvatn, uno dei luoghi più iconici delle isole Faroe (poco distante dall’aeroporto, isola di Vágar). Pensate che è un lago che sfocia nell’oceano.. lo so, sembra impossibile anche qui, dove la natura si è davvero sbizzarrita. Inoltre, per una particolare illusione ottica, in alcune foto sembra che il lago sia a diverse centinaia di metri di altezza rispetto all’oceano, ed invece la parete di roccia è alta “solo” 32 metri sul livello del mare. Il lago inoltre ha due nomi: per i cittadini del sud-est si chiama Leitisvatn mentre per gli abitanti di Sørvágur, a nord-ovest, si chiama Sørvágsvatn. La vista migliore si ha dalle alte scogliere di Trælanípa, che si raggiungono con un trekking semplice e corto, circa mezz’ora solo andata, e poi si torna dalla stessa parte. Trælanípa significa roccia degli schiavi, infatti, nell’era vichinga, i disobbedienti venivano gettati dalla scogliera, con un salto di circa 142 metri sull’oceano e quindi morte certa.

Il viaggio in realtà non finisce qui, perché il volo che ci aspetta è per Edimburgo, per poi raggiungere l’isola di Skye in Scozia, ma ve ne racconterò ad una prossima puntata!

Informazioni utili per un viaggio alle isole Faroe

Documenti: in teoria si può viaggiare alle Faroe con un documento di identità italiana, valido per l’espatrio, ma io vi consiglio sempre di portarvi il passaporto. Molto spesso la carta d’identità non è ben vista, alcuni poi non vogliono la cartacea, altri storcono il naso con quella elettronica, insomma.. con il passaporto siete sicuri di non stare a disquisire con il personale dell’immigrazione!

Come si raggiungono: sono facilmente raggiungibili in aereo, con voli diretti tutto l’anno dalla Danimarca, dall’Inghilterra, dall’Islanda e dalla Norvegia. Da Copenaghen, i voli delle compagnie Atlantic Airways e SAS partono tutti i giorni.

Alloggi: con una tenda adatta ai climi invernali, in camping è molto bello, piazzole sempre vista oceano e a diretto contatto con la natura, poi il rumore della pioggia notturna (quasi una certezza) è bellissimo (e si abbattono i costi, non certo ridotti). Ci sono comunque alcune strutture o case in affitto. Potete decidere di stare nello stesso posto, in quanto le distanze sono quasi tutte fattibili, ma io amo muovermi, quindi ho cambiato sempre luogo per la notte.

Dove mangiare: per noi era un viaggio con budget limitato, quindi abbiamo fatto quasi sempre la spesa, tranne due sere in cui abbiamo cenato con birra e patatine al pub, e l’ultima sera a Tórshavn, dove ho mangiato il sushi più buono della mia vita, condito con la Black Sheep. Attenzione a mettere in conto il fatto che su alcune isole non c’è nulla, e moltissimi paesi sono sprovvisti anche di un piccolo market e dovete guidare per decine di km!

Siti utili:

https://guidetofaroeislands.fo/book-trips-holiday/https://www.visitfaroeislands.com/

https://www.visitfaroeislands.com/

Lettura consigliata: Fiabe Faroesi, Iperborea.

Ho imparato che chi viaggia
ha bisogno solo di ombra,
muschio e un po’ di luce che guidi i suoi passi.
(Rafael Adolfo Téllez)

Weekend di ottobre in Val Malenco e al Ghiacciaio Fellaria.

Amo la montagna e la montagna è il mio ambiente naturale, e dopo averla vista ad ottobre, inserisco l’autunno fra i momenti dell’anno in cui splende di più.

Siamo partiti un venerdì in tarda mattinata, dopo aver fatto un pit stop al volo per gomma non a terra, sotto terra, dolcemente aggiustata da due ragazzi ad una stazione di rifornimento nel milanese. Arriviamo al Rifugio Zoia prima delle 17, ed è già una cura per gli occhi e per l’anima.