La mia prima volta oltre i 60° nord: le isole Faroe

Le isole Faroe, anzi Fær Øer, sono entrate nei miei desideri per caso, nel 2016: in quell’anno ero stata un mese in Australia, a febbraio, quindi mi erano rimasti pochi giorni di ferie, per cui ho preso la mia cartina del mondo appesa in camera e mi sono detta: è ora di andare a Nord. Avevo sentito parlare delle isole Faroe, ma senza avere le idee chiare su dove fossero esattamente collocate. Cerco sulla cartina, e vedo qualche puntino, fra Islanda e Norvegia: ok, si va. All’atterraggio, ricordo di aver guardato giù esclamando “allora esistono!”: si perché avevano sempre rappresentato qualcosa di più leggendario che reale, ed in effetti sono proprio terre di moltissime antiche leggende.


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Sapevi che le isole Faroe..?

Le Faroe sono un arcipelago sperduto nel mezzo dell’Oceano Atlantico, autonome dal 1948, e fanno parte del Regno di Danimarca. Hanno una propria bandiera, una croce scandinava rossa bordata di azzurro su campo bianco, colori che secondo la tradizione starebbero ad indicare il bianco delle acque ghiacciate che le circondano, il blu del cielo ed il rosso del sangue versato dalla popolazione per la sua indipendenza. Da veri e propri indipendenti, hanno anche scelto una bandiera che non segue le regole dell’araldica e della vessillologia, secondo le quali il rosso non può stare sopra il blu. Hanno anche una propria lingua, di origine germanica, parlata solo da 80.000 persone nel mondo! Cioè da tutti i loro abitanti, circa 48000 (come alcuni comuni dell’hinterland milanese), e i restanti fra Danimarca e Islanda: il faroese non è ancora presente su google translate, per cui gli abitanti si sono inventati un Faroe Islands translate, ma non è tutto: se cercate la traduzione di una frase nella vostra lingua in faroese, un abitante vi risponderà caricando un video, che carini!

Le Faroe si trovano alla latitudine di 62°00′ gradi nord (il mio primo over 60°N !), e spesso potete vedere questi numeri scritti un pò ovunque: questa per esempio era la macchina che avevamo noleggiato. Evidentemente non sono l’unica malata dei numeri delle latitudini!

Sulle 18 isole ci sono solo tre semafori, tutti situati nella capitale, Tórshavn, sull’isola di Streymoy, e nessun Mc Donalds: forse l’unico paese europeo ancora vergine! Ed è pure senza prigione: noi abbiamo fatto il viaggio in tenda, ma una sera, un pò troppo zuppi d’acqua, abbiamo preso una stanza e chiedendo le chiavi, il proprietario ci disse che da loro non usano chiudere case o macchine, perché dovrebbero?

Il clima è molto variabile, diciamo dal nuvoloso alla pioggia a catinelle! Una mattina ci siamo svegliati con il sole, ed il cielo senza una nuvola, e al pub, un luogo che loro amano molto, due signori faroesi ci dissero che erano 18 anni che non vedevano una giornata del genere! Il verde delle isole è pazzesco, con le tonalità forti delle risaie del Vietnam, verde che sbatte sempre contro il blu oceano: infatti, non esiste punto su nessuna isola distante più di una manciata di km dal mare.

Nei camping, chiedevano di legare i camper: diciamo che la meravigliosa brezza del nord si fa sentire. Però la corrente nord-atlantica regala alle isole inverni miti (raramente sotto i 3-4 °C) ed estati fresche, con punte di calore sui 15°C, il clima perfetto! Ecco qui una prova del cielo senza nuvole delle isole Faroe, scatto raro!

Dicevo del pub: i faroesi amano stare ore al pub a bere litri di birra, sarà per l’occupazione britannica che hanno subito, sarà perché l’alcol non è facilmente reperibile fuori dai pub: si compra solo negli alcohol shop, che hanno orari di chiusura ridottissimi e chiusi nei week-end, come un pò in tutto il nord. Una sera padre e figlio faroesi ci hanno chiesto di potersi sedere con noi (ad occhio e croce eravamo gli unici stranieri): ci hanno raccontato molte cose interessanti delle loro isole e della loro cultura, continuando ad ordinarci birre da loro offerte ovviamente (impossibile pagare), solo che alla settima pinta abbiamo chiesto pietà, sfigurando totalmente di fronte ad un “ah vero siete italiani, bevete poco”. Per fortuna, li abbiamo distratti sfidandoli a freccette (e perdendo anche qui).

Su alcune isole non c’è nulla, ma nulla. E ci è capitato spesso di dover prendere un traghetto per procacciarci del cibo, ma anche sulle isole larghe quanto una piazza ci sono dei bagni pubblici lindi e splendenti, con stufetta incorporata, e non solo: abbiamo visto defibrillatori ovunque (già nel 2016, quando in Italia eravamo forse all’inizio della diffusione della cultura della rianimazione cardio polmonare ai cittadini).

Le isole Faroe sono inoltre ricche di…pecore! Pensate che il numero di pecore abitanti le isole è quasi il doppio di quello degli umani.

Ma veniamo all’itinerario che ho seguito in questo viaggio, itinerario costruito in base ai trekking, che qui diventano uno spettacolo per gli occhi, sempre vista oceano! Ovviamente non è necessario faticare, c’è molto di bello da vedere anche senza perdere il fiato ma…. ve lo consiglio caldamente.

Itinerario

Giorno 1 – Copenhagen

Abbiamo volato su Copenhagen, approfittando della sosta per visitare, anche se in poco più di mezza giornata, la città che è bellissima! Ci siamo concentrati sul quartiere di Nyhavn e su Chistiania, la città libera (questo significa il suo nome in danese), quindi indipendente dal governo locale.

Christiania è anche il nome antico della città norvegese di Oslo, con cui ovviamente non centra nulla. Si tratta di un’esperienza di vita in comunità, un esperimento sociale unico al mondo, basata sui valori di condivisione, pace e libertà, fra cui anche quella di consumare e vendere le droghe leggere. E’ un luogo molto interessante, fatto di casette e bellissimi murales. E’ un luogo sicuro, infatti  le principali regole della città libera proibiscono il furto, la violenza, le armi di ogni tipo, e le droghe pesanti. Insomma, un posto da non perdere e visitare senza pregiudizi di alcun tipo!

Giorno 2 – Arrivo alle Isole Faroe

Abbiamo preso un volo della Atlantic Airways per l’aereoporto di Vagar, a poco più di 50 km dalla capitale Thorshavn, sull’isola di Streymoy, dove abbiamo ritirato la macchina a noleggio: siamo finalmente alle isole Faroe! Dopo tappa all’albergo dove saremo rimasti la prima notte, abbiamo visitato i dintorni, guidando su strade pazzesche, e sotto un cielo tormentato di nuvole, cioè il cielo più bello che ci sia.

Successivamente siamo andati a visitare il villaggio di Kirkjubøur, all’estremità sud dell’isola, perdendoci già nel paesaggio tipico faroese. Qui nei dintorni c’è anche l’antica cattedrale diroccata di S. Magnus (di cui non trovo foto!)

Giorno 3 – Isola di Streymoy

Piove troppo per scarpinare, quindi girovaghiamo un po’ a caso all’interno dell’isola, allontanandoci dalla capitale, in direzione Vetsmanna, dove passeremo la notte in camping. C’è del bello ovunque. E girovagando, incontriamo una casetta sulla spiaggia dove avrei volentieri passato quei due o tre mesi, senza fare nulla se non leggere, mangiare salmone e fare qualche sauna, sotto la pioggia. Una delle casette con un pezzo del mio cuore chiuso lì dentro.

L’erba sui tetti è un costante delle case del nord: essa infatti assorbe la pioggia e protegge dal freddo, riducendo i costi del riscaldamento.. e non da meno, rende le casette ancora più belle.

Siccome stare fermi non riesce bene, ci facciamo due passi sotto la pioggia vicino al camping Vestmanna.

Giorno 4 – Tjørnuvik e Saksun

La notte passata è stata insonne: pioggia battente per ore, ed il suono che si ascolta da sotto la tenda è affascinante, come essere in mansarda sotto un tetto ma con un amplificatore. Abbiamo una tenda adatta a questi climi, per cui nessun problema di freddo o umidità.. certo è che la doccia mattutina la si fa nel percorso tenda – bagni, tanto che diventa quasi inutile usare le docce del campeggio! Da Vestmanna, guidiamo verso il sud dell’isola per raggiungere la road n.10, che ci porterà invece all’estremo nord dell’isola di Streymoy, verso la spiaggia di Tjørnuvik. Ha appena smesso di piovere, ed è tutto come quando lucidiamo l’argenteria, con l’unica differenza che ciò che ci circonda è molto più prezioso.

Raggiungiamo Tjørnuvik, all’estremo nord dell’isola, un villaggio di 55 case all’interno di un’insenatura, dal quale non si vede nessun altro centro abitato. La strada per raggiungerlo è la tipica faroese: molto stretta, a picco sull’oceano e con vista pazzesca. Qui d’inverno non si vede mai il sole, in quanto non riesce a superare le alte montagne che sovrastano il villaggio.

Dal villaggio di Tjørnuvik, si gode la bellezza della vista su Risin & Kellingin, due grandi rocce che si stagliano dall’oceano una di fronte all’altra, alte rispettivamente 71 e 69 metri. Come in tutti i paesi del nord, la natura e le sue forme sono legate a delle antiche leggende, e Risin & Kellingin non sono da meno. Risin, il gigante e Kellingin, la moglie strega, sono due creature islandesi, mandate sulle isole Faroe per riportarle indietro, gelosi della loro bellezza. Raggiunsero quindi la montagna all’estremità nord -ovest, Eiðiskollur, dove il gigante rimase in mare mentre la strega si arrampicò sulla cima per legare insieme tutte le isole e caricarle sulla schiena del gigante. Purtroppo, tirando la corda, la parte settentrionale della montagna si spezzò; ci riprovarono tutta la notte, ma senza successo: la montagna era fermamente ancorata al suo posto. Intenti a cercare di compiere la loro missione, non si resero conto dell’arrivo della luce del sole, che si sa, pietrifica giganti e streghe: all’arrivo del primo raggio di sole, all’alba, furono trasformati all’istante in pietra. Sono lì da allora, continuando a fissare l’oceano che li separa dalla loro Islanda.

Qui a Tjørnuvik avevamo intenzione di iniziare il trekking verso Saksun, ma avremo dovuto poi tornare con un autobus a riprendere la macchina (o rifare il trekking di circa 4 ore di nuovo al ritorno), era però oramai tardi e il cielo completamente coperto. Non abbiamo preparato questo viaggio prima di partire, per mille motivi, ma improvvisare è sempre bello. Ci consoliamo per il trekking mancato con i waffle di un abitante del villaggio, che ci invita a casa sua: i waffle più buoni in town (facile! ma buonissimi davvero). Certo, la sua ospitalità è stata ancora più speciale dei waffle.

Salutiamo il gentil signore, e ci dirigiamo, in macchina, a quella che sarebbe dovuta essere la meta del trekking, Saksun. Non so se avete mai visto questa immagine che girava tempo fa, ecco.. quel posto è Saksun! E si, mi ci vedo bene fra dieci anni, ma anche fra dieci minuti.

Saksun è un villaggio di 11 persone e case dai tetti d’erba, quel classico posto in cui, si dice, il tempo sembra essersi fermato, quei luoghi magici che sembrano una scenografia in un teatro, da quanto sono irreali, scenografia che a fine serata viene smantellata per crearne una nuova.

La particolarità di Saksun è il luogo in cui sorge, o meglio sorgeva: ai tempi antichi, qui c’era una baia incastonata fra le alte montagne. Durante una forte tempesta, la baia fu riempita dalla sabbia, dando luogo ad una laguna che ora può essere attraversata a piedi fino alla stretta imboccatura sull’oceano. Occhio all’orologio però! Due volte al giorno, la laguna si riempie di acqua, e lo scenario cambia completamente, diventando un bellissimo laghetto. Nelle foto potete vedere (non bene, e me ne scuso), l’acqua che inizia a riempire la baia (noi eravamo impegnati a correre).

Terminiamo la giornata in un camping molto speciale, a Eiði: abbiamo nel frattempo cambiato isola, ora siamo sull’isola di Eysturoy, da dove il gigante e la strega hanno tentato di rapire le Faroe ed unirle all’Islanda. La particolarità di questo camping è che è situato in quel che una volta era un campo da calcio, regolarmente utilizzato da una delle squadre faroesi: qui la passione per il calcio è molto forte e si stima che circa il 10% della popolazione lo pratichi. Lo stadio è stato inaugurato nel 1914 ed è incastonato fra le montagne e la spiaggia nera, con una vista sull’oceano, da cui dista pochi metri, che potrebbe distrarre anche il giocatore più concentrato. E’ stato costruito da volontari abitanti dell’isola, chiedendo ad ogni socio del club di dedicarci 10 giornate lavorative. Dopo essere stato definito lo stadio è più ventoso del mondo, si smise di utilizzarlo per l’impossibilità di costruire, su questo sperone roccioso, gradinate e barriere per evitare di perdere il pallone ogni volta.

Giorno 5 – trekking a Slættaratindur e Gjógv (isola di Eysturoy)

Oggi la giornata è dedicata alla salita alla cima più alta delle isole Faroe, Slættaratindur, da cui promettono una vista pazzesca. Per raggiungere la partenza del percorso, si deve guidare fino al passo di Eiðisskarð, dove si può lasciare la macchina in un parcheggio. La vista pazzesca è assicurata quando il tempo è bello, quindi bisogna sperare nella buona sorte! Qui vi mostro cosa abbiamo visto noi per tutta la salita, cioè niente (a tratti, alla fine del percorso, non vedevamo nemmeno dove mettevamo i piedi, aspetto alquanto pericoloso, avendo un bel strapiombo sulla nostra sinistra), per fortuna la discesa è stata più fortunata e il sipario si è un pochino aperto (e abbiamo rivisto il gigante e la strega). Alcuni dicono che nei giorni limpidi si possa vedere, dalla cima, il ghiacciaio islandese Vatnajökull, anche se gli esperti sono scettici, essendo distante 550 km. I faroesi sono soliti salire in cima a questa montagna il 21 giugno, il giorno più lungo dell’anno, ammirando il sole che tramonta, e solo poche ore dopo, l’alba.

Dopo il trekking, ci siamo spostati al villaggio di Gjógv, sulla punta nord-est dell’isola: il termine significa gola, infatti prende il nome da una gola profonda 200 metri che corre dal villaggio verso il mare. A Gjógv abitano 50 persone, non c’è un market dove procacciarsi cibo, come spesso succede in questi villaggi: il più vicino è a Eiði, distante 22 km e un passo da attraversare. Però c’è l’ufficio postale, all’interno di una casa privata, che apre dal lunedì al venerdì 30 minuti al mattino e 30 al pomeriggio, e non credo che nonostante questi orari ci siano code.

Abbiamo passato la notte al camping Elduvík, tenda vista oceano.

Giorno 6 – trekking a Villingadalsfjall (isola di Viðoy)

Ci spostiamo sull’isola di Viðoy (collegata via strada), nel villaggio di Viðareiði, luogo più a nord di tutte le isole (62°36″): da qui parte il trekking di Villingadalsfjall, molto molto impegnativo per dislivello e pendenza della salita ma da lassù si può ammirare la montagna fatta a cono di Malinsfjall. Si arriva in cima in circa 3 ore, seguendo i bastoni blu come segna sentiero, e la vista è spaziale.

Giorno 7 – faro di Kallur (isola di Kalsoy)

Dopo la seconda notte passata al camping Elduvík, vicino a Klaksvík, oggi prendiamo il traghetto per l’isola di Kalsoy, dove hanno anche girato uno dei film di James Bond, per raggiungere il faro di Kallur, con una passeggiata in mezzo all’erba verde Vietnam, sempre vista oceano: in questo bel prato, ad un certo punto sono finita nell’acqua fino alle ginocchia, per quei soliti punti in cui l’erba è fitta, il terreno molle e cede. Il percorso per il faro parte dal villaggio di Trøllanes, e si arriva in un’ora circa (andata).

La sera si torna a Tórshavn, dopo questa rara giornata di cielo blu.

Giorno 8 – escursione all’isola di Nolsoy

Oggi giornata di riposo gambe, per cui facciamo un giro in macchina verso la ex base NATO, sulla montagna di Sornfelli, base chiusa nel 2007, e poi un’escursione nel pomeriggio, in barca, verso la piccola isola di Nolsoy, dove assistiamo ad un concerto in grotta, tutti sulle barche, orchestra compresa!

Giorno 9 – l’isola delle pulcinelle di mare, Mykines

Il penultimo giorno sulle isole Faroe è dedicato all’isola di Mykines, l’isola più a ovest di tutte, detta anche l’isola delle pulcinelle di mare, e qui le vedo per la prima volta! Puffin, tanti puffin! Mykines si raggiunge con un traghetto che parte dal porto di Sørvágur sull’isola di Vagar (dove si trova l’aeroporto),traghetto che è previsto tutti i giorni nella stagione estiva, ma sempre soggetto alle condizioni meteo: fino a poco tempo prima non si è mai certi di partire, e di contro, si può rimanere bloccati sull’isola (l’ho sperato fino all’ultimo ma nulla!)

Giorno 10 – ultimo trekking prima di andare all’aeroporto (lago Sørvágsvatn e Trælanípa)

Avendo un volo nel pomeriggio, ne approfittiamo per visitare il leggendario lago Sørvágsvatn, uno dei luoghi più iconici delle isole Faroe (poco distante dall’aeroporto, isola di Vágar). Pensate che è un lago che sfocia nell’oceano.. lo so, sembra impossibile anche qui, dove la natura si è davvero sbizzarrita. Inoltre, per una particolare illusione ottica, in alcune foto sembra che il lago sia a diverse centinaia di metri di altezza rispetto all’oceano, ed invece la parete di roccia è alta “solo” 32 metri sul livello del mare. Il lago inoltre ha due nomi: per i cittadini del sud-est si chiama Leitisvatn mentre per gli abitanti di Sørvágur, a nord-ovest, si chiama Sørvágsvatn. La vista migliore si ha dalle alte scogliere di Trælanípa, che si raggiungono con un trekking semplice e corto, circa mezz’ora solo andata, e poi si torna dalla stessa parte. Trælanípa significa roccia degli schiavi, infatti, nell’era vichinga, i disobbedienti venivano gettati dalla scogliera, con un salto di circa 142 metri sull’oceano e quindi morte certa.

Il viaggio in realtà non finisce qui, perché il volo che ci aspetta è per Edimburgo, per poi raggiungere l’isola di Skye in Scozia, ma ve ne racconterò ad una prossima puntata!

Informazioni utili per un viaggio alle isole Faroe

Documenti: in teoria si può viaggiare alle Faroe con un documento di identità italiana, valido per l’espatrio, ma io vi consiglio sempre di portarvi il passaporto. Molto spesso la carta d’identità non è ben vista, alcuni poi non vogliono la cartacea, altri storcono il naso con quella elettronica, insomma.. con il passaporto siete sicuri di non stare a disquisire con il personale dell’immigrazione!

Come si raggiungono: sono facilmente raggiungibili in aereo, con voli diretti tutto l’anno dalla Danimarca, dall’Inghilterra, dall’Islanda e dalla Norvegia. Da Copenaghen, i voli delle compagnie Atlantic Airways e SAS partono tutti i giorni.

Alloggi: con una tenda adatta ai climi invernali, in camping è molto bello, piazzole sempre vista oceano e a diretto contatto con la natura, poi il rumore della pioggia notturna (quasi una certezza) è bellissimo (e si abbattono i costi, non certo ridotti). Ci sono comunque alcune strutture o case in affitto. Potete decidere di stare nello stesso posto, in quanto le distanze sono quasi tutte fattibili, ma io amo muovermi, quindi ho cambiato sempre luogo per la notte.

Dove mangiare: per noi era un viaggio con budget limitato, quindi abbiamo fatto quasi sempre la spesa, tranne due sere in cui abbiamo cenato con birra e patatine al pub, e l’ultima sera a Tórshavn, dove ho mangiato il sushi più buono della mia vita, condito con la Black Sheep. Attenzione a mettere in conto il fatto che su alcune isole non c’è nulla, e moltissimi paesi sono sprovvisti anche di un piccolo market e dovete guidare per decine di km!

Siti utili:

https://guidetofaroeislands.fo/book-trips-holiday/https://www.visitfaroeislands.com/

https://www.visitfaroeislands.com/

Lettura consigliata: Fiabe Faroesi, Iperborea.

Ho imparato che chi viaggia
ha bisogno solo di ombra,
muschio e un po’ di luce che guidi i suoi passi.
(Rafael Adolfo Téllez)

Weekend di ottobre in Val Malenco e al Ghiacciaio Fellaria.

Amo la montagna e la montagna è il mio ambiente naturale, e dopo averla vista ad ottobre, inserisco l’autunno fra i momenti dell’anno in cui splende di più.

Siamo partiti un venerdì in tarda mattinata, dopo aver fatto un pit stop al volo per gomma non a terra, sotto terra, dolcemente aggiustata da due ragazzi ad una stazione di rifornimento nel milanese. Arriviamo al Rifugio Zoia prima delle 17, ed è già una cura per gli occhi e per l’anima.

Il Rifugio Zoia si trova in località Campo Moro, Lanzada (SO), in Val Malenco: si raggiunge un ampio parcheggio e poi si sale a piedi per qualche minuto, ma se proprio hai portato dei bagagli pesanti (che sconsiglio sempre! scegli di mettere nello zaino solo il necessario, e quando hai scelto, riguarda che tanto qualcosa di non necessario ci sarà ancora) e vuoi alleggerirti, ti aiuta la funicolare. Ti aspetta, lì davanti, il monte Disgrazia in tutta la sua bellezza, oggi 9 ottobre già coperto di neve, e quel bianco accanto ai colori caldi autunnali è davvero una coccola, ma nella passeggiata che faremo fra poco lo vedremo ancora meglio. Il Rifugio è bellissimo fuori quanto è accogliente all’interno, la stanza guarda verso le montagne attorno, il tetto (che bella la vista sui tetti), e un balcone dove si trova una sauna finlandese: ovviamente sto già pensando di tornarci quando sarà tutto, tutto bianco. Stanza vista montagna, questo è il mio mare.

Ci accoglie Emanuele, che dopo averci fatto accomodare, ci racconta di un menù valtellinese molto invitante per la sera, ma non prima di guadagnarci la cena con una passeggiata attorno al rifugio. Proprio alle spalle del rifugio, parte il sentiero per i Piani di Campagneda: poco più di un paio d’ore andata e ritorno su un sentiero perfettamente segnato e per nulla impegnativo, al tramonto, in ottobre, a più di 2000 metri, completamente sole. E’ questa la felicità? Diciamo l’inizio, con il gran finale davanti ad una delle opere della natura che più mi affascina, il ghiacciaio. Ma piano. sempre a correre sto.

Il sentiero arriva all’Alpe Campagneda, sovrastata dal Monte Disgrazia (3678 m), bello come il sole (di ottobre). Poco dopo si trova il Rifugio Ca Runcash (2170 m): siamo sempre sole e felici.

Scendendo e tornando verso il Rifugio Zoia, il cielo si accende di colori forti, da cui solo l’acquolina per la cena valtellinese ci può distogliere.

Ci addormentiamo così, pronte per il ghiaccio, domani.

Al mattino, al rifugio Zoia ci sono 4 meravigliosi gradi centigradi, temperatura perfetta per andare verso il ghiaccio. Ad un paio di km dal parcheggio sotto il rifugio, si trova un altro parcheggio, proprio sotto la diga dell’Alpe Gera, dove arriviamo verso le 9 e mezza, e dove troviamo solo qualche macchina: la mattinata parte benissimo. C’è un gruppo numeroso che arriva con noi, ma fortunatamente raggiungiamo la macchinetta per comprare il biglietto per il parcheggio (6 euro per tutto il giorno) subito dopo due di loro, che poi hanno quindi dovuto aspettare gli altri mille. Questo ci permette di iniziare la salita alla diga prima di loro e allontanarci dal loro casino e chiacchierio: la montagna è silenzio!

Salendo verso la diga, condivido (a bassa voce) con la mia compagna di camminata il fascino che le dighe hanno su di me, da lì si arriva a parlare di quella del Vajont e… ci rendiamo conto che oggi è il 9 ottobre, l’anniversario del terribile disastro del 1963: guardiamo la diga davanti a noi con ancora più rispetto.. ehi, resisti. La salita alla diga sale abbastanza rapidamente attraverso un sentiero alla sua destra (più ripido ma più breve di quello che sale alla sua sinistra), si attraversa tutto il muro della diga e poi si inizia la salita verso il Rifugio Bignami (2.401 m slm).

Al Rifugio Bignami troviamo la neve, la prima neve dell’anno, che è sempre un momento speciale.

“La neve è una poesia. Una poesia che cade dalle nuvole in fiocchi bianchi e leggeri”

(M. Fermine, Neve)

Poco dopo il Rifugio Bignami troviamo le indicazioni per il Sentiero Glaciologico L. Marson, che porta al ghiacciaio Fellaria. Qui troviamo anche la richiesta di Andrea, che ci dice che è stato qui e chiede di essere taggato, e mi sono dimenticata: scusa Andrea, provvedo subito.

Il sentiero glaciologico è intitolato a Luigi Marson, a cui si devono le prime descrizioni glaciologiche del versante lombardo che risalgono al 1899. Allora, il ghiacciaio aveva già abbandonato il piano di Alpe Gera e la lingua scendeva fino a circa 2300 m di quota (ora è al di sopra dei 2500 m slm). Da allora il ritiro è stato ahimè costante: negli anni Trenta è avvenuta la separazione delle due lingue, orientale ed occidentale. Il fronte ovest è ora completamente sparito, lasciando spazio ad un laghetto a circa 2750 m, mentre il fronte est è quello che raggiungeremo oggi. Nel 2006, il fronte est inizia a perdere continuità con la parte superiore del ghiacciaio, in corrispondenza del grande salto roccioso a circa 2900 m di quota. La parte inferiore, alimentata solo dal crollo del ghiaccio soprastante, inizia una notevole involuzione con l’assottigliamento progressivo della lingua glaciale e la comparsa di alcuni laghetti, che nel 2015 si sono uniti in un solo grande lago di contatto glaciale: il punto di arrivo del nostro percorso.

Dall’Alpe Fellaria, poco dopo il Rifugio Bignami e le indicazioni per il sentiero glaciologico, inizia un mondo in cui il ghiaccio riveste un ruolo fondamentale nell’evoluzione del paesaggio, e infatti si incontrano rocce montonate, solchi, massi erratici e rocce levigate, opere del passaggio ghiaccio in movimento. Si segue il sentiero, per tutto il tragitto ben indicato da disegni (omini?) o pallini o frecce blu.

Ad un certo punto inizierete a incontrare segnali del sentiero indicati con le lettere A, B o C: dal Bignami, seguendo per l’Alpe Fellaria, si segue il sentiero A che procede fino al bivio con i sentieri B+C. Il percorso A arriva al lato ovest del Fellaria, ma il panorama è sicuramente più bello arrivando al lato est attraverso il sentiero C, quello che abbiamo percorso noi.

Si continua a salire su un percorso ben segnato, in cresta, e circondato da uno scenario molto bello, di colori caldi e freddi, di neve e ottobre, fino all’arrivo al bivio fra il sentiero B ed il sentiero C: ricordate di tenere la destra seguendo il sentiero C.

Inizia poi una salita ripida su un sentiero di sassi, guardate bene perché a tratti sembra scomparire la segnaletica blu, in realtà c’è, magari nel sasso più avanti!

Alla fine della salita ripida, dopo un breve piano, compare il ghiacciaio.. e credetemi, potete aver visto mille foto su Instagram, ma scorgerlo così dal nulla è davvero emozionante.

Per raggiungerlo abbiamo impiegato 2 ore e mezzo circa di cammino. E’ ancora presto e non c’è praticamente nessuno, forse una sola coppia lontano da noi. Non è del tutto silenzioso però, c’è il rumore che si sente sempre quando si è vicino ai ghiacciai: quello scricchiolio del ghiaccio che si muove, che ti dice.. sono vivo. La temperatura è bassa (4 -5 °C), quindi attenzione a non partire impreparati anche se decidete di farlo in estate.

Ora faccio parlare le immagini, e soprattutto, i riflessi spettacolari che ho la fortuna di vedere!

Il tempo è coperto al nostro arrivo, ma dopo pochi minuti, le nuvole se ne vanno, il cielo è blu e come sempre, tutto cambia. Potete avvicinarvi al ghiacciaio, in sicurezza, cioè a qualche decina di metri almeno, seguendo la spiaggia. Ovviamente non salite sul ghiacciaio senza guida! Mentre siamo lì a giocare a bocce con i sassi sulla superficie ghiacciata di questo splendido lago di contatto glaciale, sentiamo un forte rumore sordo: un pezzo di ghiaccio si è staccato dalla parte superiore, divisa dal fronte davanti a noi, fronte che è alimentato proprio dal distacco di blocchi dall’alto: per un attimo ci siamo, decisamente, congelate (il rumore è stato davvero inquietante).

Iniziamo la discesa verso l’una, e incontriamo davvero tanta, troppa gente in salita. La discesa è a tratti scivolosa, quindi ponete attenzione e partite con scarpe adeguate. Il dislivello dal Rifugio Zoia è di circa 600 metri, che noi abbiamo percorso in 4 ore e mezza in totale (andata e ritorno), con un buon passo.

Vi consiglio assolutamente di passare la notte prima al Rifugio Zoia, o al Bignami se è aperto: oltre alla bellezza unica di poter assaporare la montagna all’ora del tramonto, in solitudine, e di passare la notte in rifugio, avete anche la possibilità di farvi una bella dormita e comunque raggiungere presto il ghiacciaio e credetemi, ammirarlo con duemila persone attorno è molto meno speciale.

Lettura consigliata: Neve, di Maxence Fermine

In alta montagna non vi è posto per il fantastico, perché la realtà vi è di per se stessa meravigliosa, più di qualsiasi cosa l’uomo possa immaginare. E’ possibile fantasticare di gnomi, giganti, idre, catoblepi tali da rivaleggiare in potenza e in mistero con un ghiacciaio, con il più piccolo ghiacciaio?
(René Daumal)

Cosa mi manca della Norvegia (ogni volta che non sono là)

1. Le strade monocorsia con a fianco voragini, che probabilmente raggiungono il centro della Terra. A volte ci sono degli slarghi, su un lato di strada, in cui infilarsi, per lasciar passare la macchina che arriva nel senso opposto: a volte. Tutte le altre, ti devi fare l’intera Norvegia in retromarcia.

2. Lo slargo, già.. quello spazio con la M di meeting point e non di Metropolitana, ma secondo me è M di Marica, così posso fermarmi ogni 52 metri e fotografare la qualunque.

3. Il mare. Il mare in Norvegia è il mare che dico io, gelido e bellissimo, e che credi di avere da un lato, ma improvvisamente è dall’altro e poi dietro e davanti e fai una giravolta e falla un’altra volta.

4. Il mio zaino che puzza di pesce dopo averci tenuto il tipico snack norvegese, che forse era destinato solo ai gabbiani, ma che ho dovuto per forza provare: mangio tutto ma questo mi ha riportato alla mente i gamberetti andati a male sulla finestra dell’hotel di Kuala Lumpur, nel mio primo viaggio oversea

5. I punti di interesse segnati da una specie di fiore.. spesso sono l’inizio di avventurose meravigliose, altre volte però, non capisci bene cosa avresti dovuto vedere di così pazzesco. Ancora più spesso, e qui sta la cosa meravigliosa, i luoghi magici non sono segnalati: prendi ogni deviazione possibile, chissà cosa c’è dietro quella curva

5a. Questo posto magico è stato scoperto così: dalla strada si vedeva solo l’insenatura, bello ma non pazzesco. Ho sentito qualche vibrazione che mi diceva, fermati, c’è qualcosa di speciale. Attraverso un prato con l’erba alle ginocchia, e la paura che siano quelle parti di prato umido che in realtà coprono corsi d’acqua, cammino ancora un pò, poi scorgo il tetto rosso di un rorbu (ndr case dei pescatori, in legno). Scendo un pochino, e si apre la meraviglia.

6. Puoi andare a piedi dovunque tu voglia, anche nelle aree private, se non recintate (e non è recintato quasi nulla). Puoi pure piantare la tenda a patto che sia ad almeno 150 m dalla casa più vicina. Diritto di accostarsi alla natura purché rispetti l’ambiente e le persone: per i norvegesi, è sacro.

7. La fiducia nella gente. Sul traghetto, il biglietto si fa a bordo, vai alla cassa e dici tu per quante persone/macchine, senza ulteriori controlli. Mi immaginavo famiglie italiane intere con il camper pagare per 1. Non ho pagato un parcheggio e mi sentirò in colpa fino al 2027.

Ndr: nel 2021, hanno inserito una forma di pagamento on line, e vengono verificate le targhe durante l’imbarco. Ma abbiamo noleggiato tre biciclette senza lasciare recapiti o documento d’identità, abbiamo comprato i kanelbulle più buoni che mai sui traghetti, dove il bar non ha personale, prendi e paghi alla cassa automatica, abbiamo prenotato una camera piccola con bagno all’esterno, ma la signorina alla reception non era soddisfatta, per lei era troppo piccola per noi, e ci ha proposto un’intera cabin sul fiordo allo stesso prezzo, a patto di avere un buon voto su trip: uno dei posti più belli in cui siamo stati! (vedi dopo)

8. La gran promiscuità fra alta montagna e oceano: non capisci mai dove sei. Qui eravamo diretti a Nusfjord, un antico borgo di pescatori delle isole Lofoten, che appare, a picco sul fiordo, dopo aver guidato su tornanti di montagna e superando un passo. Che confusione, sarà perché ti amo.

9. Quando superano, suonano il clacson: l’ho capito dopo averne insultati troppi (altro senso di colpa). Se sei un fan, come me, dei crime norvegesi/svedesi/danesi, il cartello che ti chiede se stai andando troppo veloce, con un volto di bambina che svanisce, forse ti crea un pochino meno inquetudine.

10. Prenoti la macchina più piccola ed economica, visto i prezzi norvegesi non proprio popolari, e al momento del ritiro, cambio automatico, 7 porte, berlina, nuova di zecca.

11. Le spiagge. (non è vero che non amo il mare, io vado pazza per questo mare)

12. Le strade (non c’è solo l’Atlantic Ocean Road!)

13. La luce (che solo oltre il 60° parallelo nord puoi trovare)

14. Le cabin in cui abbiamo dormito.

15. Le montagne infilate nell’oceano.

16a. I kanelbulle (i rotolini alla cannella). Qui sono ad Å (che non si legge A ma O di Otranto), ultimo paesino in fondo alle isole Lofoten, poi il nulla, e ultima lettera dell’alfabeto norvegese: ad Å ci sono due case, un ristorante, un negozio di giacche sportive bellissimo, e una bakery, costruita nel 1844 dietro il Norwegian Fishing Village Museum, che fa dei kanelbulle fantastici: mi vedo proprio bene lì, a sfornare dolcetti di cannella guardando l’oceano e i rorbu.

16b. Qui invece sono a Trondheim.


16c. E qui in una spiaggia a caso.

17. I riflessi (impazzisco!)

18. Il sole che non dà fastidio, delle 23.

19. La biblioteca di Oslo, Deichman Bjørvika.

20. E se poi sono depressi, anch’io voglio essere depressa qui.

“Quando si è in viaggio, ricordate che un paese straniero non è progettato per farvi stare comodi. È stato progettato per rendere comodo il proprio popolo” Clifton Fadiman

Notte polare in artico: cosa mi metto?

Amo le vostre domande viandanti perché mi sono di grande ispirazione! Esattamente come questa domanda, la stessa che mi sono fatta poco prima di vivere l’inverno artico a Tromsø e alle isole Svalbard (il mio primo inverno artico). Per chi ancora non fosse esperto di nord, questi sono due luoghi appartenenti allo stesso stato, quel meraviglioso luogo che è la Norvegia, guarda caso! Tromsø si trova nell’estremo nord, nella lapponia norvegese, a oltre 400 km dal circolo polare artico. Ma le isole Svalbard si trovano su, molto più su, molto più a nord, esattamente a oltre 700 km dalla costa norvegese, fra i 74 e gli 81° gradi nord, ed il punto più a nord del gruppo di isole è a soli 540 km dal Polo Nord! Longyearbean, la città più popolosa delle trenta isole, è il luogo abitato (con più di 1000 abitanti) più a nord del pianeta, ed in particolare le sue coordinate geografiche sono: 78°13′ N 15°33′ E. Forse oramai lo avete capito: ho una passione sfrenata per le coordinate, soprattutto se agli estremi della Terra, ed infatti questa di Longyearbean è tatuata sulla mia spalla, sopra un orso polare ovviamente. Ho vissuto questi due luoghi fra fine gennaio ed inizio febbraio del 2019, nel pieno del periodo della notte artica, ma di questo vi parlerò ovviamente in un articolo dedicato. Per ora, dedichiamoci alla moda, o meglio a cosa indossare per affrontare il profondo artico in pieno inverno!

Appena arrivati alle Svalbard, il 31 gennaio del 2019, la prima guida che abbiamo incontrato, con cui abbiamo fatto le escursioni, ci disse: “ma cosa ci fate alle Svalbard a fine gennaio?” Lì ho capito che avevo scelto il periodo perfetto. Ndr: alle Svalbard è vietato uscire da quella via, lunga pochi km, che è Longyearbean, senza avere un fucile con sé, per la probabilità di incontrare gli orsi polari. Io, che piuttosto che usare un fucile, fosse solo per sparare in aria, farei le vacanze alle Maldive, ho un’unica possibilità: fare le escursioni con una guida, peraltro caldamente consigliata quando, fuori dalla “città”, c’è solo ghiaccio e neve e buio, ed il rischio di perdersi a meno trenta, e quindi morire, è alto!

Durante i giorni di permanenza alle Svalbard, la temperatura è stata costante sui -20/25°C: ci dissero i locali che era una settimana di caldo insolito per quel mese (la settimana dopo la temperatura è scesa di 15°C). La temperatura percepita però, soprattutto durante le escursioni, era di una decina di gradi di meno, per il fatto di essere circondati solo da neve e ghiaccio.

Siete spaventati? Non dovete! Sapete cosa dicono in nord Europa? (la paternità di questa frase è contesa: quando vivevo a Berlino, i tedeschi dicevano essere un loro detto, in Norvegia pure, in Svezia anche)

Non esiste il tempo brutto, ma solo l’abbigliamento sbagliato!

Ed è verissimo. Se si è coperti bene, ci si gode tutto il bello della pioggia o del freddo artico.

Quindi veniamo agli strati, sì perché ovviamente, il buon vecchio consiglio della nonna di vestirsi a cipolla è quello giusto anche in Artico, magari modificando un pochino i materiali (ed il numero) dei vari strati, rispetto alle nostre latitudini. La parola d’ordine è lana.

Fondamentale è l’intimo di lana merinos: costa, ma a parte la sua durata pressoché infinita, vi permetterà di attendere l’aurora nel nulla della notte artica, o di sfrecciare sulle montagne delle Svalbard con la motoslitta, senza dover soffrire (troppo), quindi calzamaglia e maglietta intima, perché la lana deve essere a contatto con la pelle.

PS: queste non sono di merinos, anche se molto calde, ma io sono un caso un po’ a parte..

Upper body

All’intimo di merinos aggiungiamo:

  • un sotto pile
  • un pile, o meglio un maglione di lana (se islandese, è perfetto! sono stufette portatili)
  • giacca imbottita ed impermeabile con cappuccio, tipo quelle da sci, meglio se copre le chiappe
  • cappello di lana
  • balaclava (un passamontagna per intenderci, perché ogni cm di pelle non coperta vi fa sentire tutto il gelo!)
  • doppio guanto: lana a contatto con la pelle e sopra la moffola, preferibile al guanto con le dita separate, perché disperde meno il calore fra le dita. Il primo strato sottile vi permetterà anche di riuscire a scattare foto senza togliervi il guanto: la mano libera sopravvive qualche decina di secondo prima di avvertire la sensazione di mille chiodi infilatici dentro.

Lower body

All’intimo di merinos aggiungiamo:

  • pantalone imbottito ed impermeabile
  • doppio paio di calze ( o doppia lana, uno sottile e uno più spesso, o seta più lana)
  • winter boots, quindi scarpe stile trekking impermeabili ma anche caldi, con il pelo (ci sono anche da decathlon). Prendeteli di una misura o due in più, per accogliere le due paia di calze, o meglio, provateli con le due paia di calze

Preparatevi al caldo tropicale nei luoghi chiusi: questo contrasto è tanto maggiore quanto maggiore è la latitudine nord. In Germania sono al livello base (per me già troppo), in terra ferma norvegese la temperatura interna inizia a permettere la fioritura delle calendule, alle Svalbard raggiunge livelli in cui anche le succulente soffrirebbero di siccità! Quindi appena si entra al coperto, si è obbligati a rimanere in intimo, e comunque soffrire molto molto caldo!

Vestirsi come sopra ogni volta richiede un certo tempo: tenetene conto quanto organizzate le uscite, e soprattutto, cercate di non dimenticare mai niente, perché vorrebbe dire fare aspettare la vostra guida almeno mezz’ora.

Ovviamente, e per fortuna, le scarpe sono bandite nei luoghi chiusi (come in tutti i luoghi belli e intelligenti): anche negli hotel, si devono togliere all’ingresso, dove c’è una sorta di anticamera per lasciare le scarpe ed iniziare il lungo processo di (s)vestizione.

Vestiti così, vi assicuro che potrete godervi tutto questo:

In alternativa. potete nascere Sami, ed allora è davvero tutto più bello e facile.

PS: se volete impazzire con me per questa attuale infinita estate, andate sulle mie IG stories!

Ma la terra
con cui hai diviso il freddo
mai più
potrai fare a meno di amarla.
(Vladimir Majakovskij)

La magia dell’aurora polare

Nei miei sogni di bambina c’era quello di scoprire il mondo e le terre lontane, nei miei sogni di viaggiatrice, c’è sempre stato quello di vedere l’aurora polare.. sapete, quando il cielo decide di illuminarsi improvvisamente di (quasi) tutti i colori?

E non a caso, il fenomeno dell’aurora accade ai poli del nostro pianeta, quei luoghi per me fra i più magici e che si stanno prendendo tutto il mio interesse, e molti dei miei voli aerei, da un pò. Aggiungiamo che è tutta questione di chimica, e potete immaginare quanto possa affascinarmi.

Mi sono spesso chiesta, da persona talmente appassionata di scienza da farne il suo lavoro, cosa devono aver pensato gli antichi, di fronte a questo fenomeno, che ti lascia senza parole, con un infinito oooooohhhhhhh, bloccato solo dal gelo che ti ghiaccia il fiato. Pensate che, fra i vari misteri della natura, beh.. l’aurora ha messo particolarmente a dura prova gli studiosi, che hanno impiegato 25 secoli per arrivare a definirla in modo preciso e corretto, solo dopo il 1900.

« … vi è qualcosa che pare sangue, e il più terribile fenomeno fra quelli che spaventano i mortali: un incendio che dal cielo cade sulla Terra, come avvenne al terzo anno della 107a Olimpiade (349 a.C.), mentre il re Filippo sconvolgeva la Grecia. Ora io penso che tutti questi eventi sorgano in tempi prefissati per forza naturale, come del resto ogni cosa, e non hanno quindi (come ritiene la maggior parte) motivazioni svariate, che si possono escogitare aguzzando la mente; è vero che sono stati forieri di disastri, ma io stimo non che i fatti siano accaduti perché quelle manifestazioni li avevano anticipati, ma, all’opposto, che quei fenomeni sono nati perché quei fenomeni stavano per verificarsi. Comunque la loro rarità ne oscura la comprensione, ed è per questo che le meteore non si conoscono nella misura in cui sono noti il sorgere delle stelle e le eclissi… e varie altre cose… », scriveva Plinio il Vecchio nel 77 d.C. (!) nelle Historiae naturalis (Liber II, 27)

O Seneca, fra il 62 e il 65 d.C. nelle Naturales Questiones (Liber I, XV 5-6):

« Tra questi fenomeni (meteore ingnee) puoi mettere anche ciò che spesso leggiamo nelle storie, cioè che il cielo è apparso infuocato e il suo fiammeggiare è talvolta così alto da sembrare proprio in mezzo alle stelle, talvolta così basso da avere l’aspetto di un incendio lontano. Sotto il regno di Tiberio Cesare (37 a.C.) le coorti (corpo dei vigili del fuoco, fondato da Augusto dopo l’incendio del 23 a.C.) accorsero in aiuto alla colonia di Ostia come se fosse in fiamme mentre si trattava di una vampa celeste brillante durata gran parte della notte, di un fuoco grasso e fumoso. Per queste meteore nessuno dubita che posseggano realmente la fiamma che mostrano: esse sono fatte di una sostanza ben determinata. »

Pare che uno dei primi a tentare una spiegazione scientifica dell’aurora sia stato Aristotele, nel 4° secolo a.C. Nella sua opera Meteorologia, attribuì le aurore boreali ai vapori che da terra salivano verso il cielo. Vi starete chiedendo come abbiano fatto questi filosofi greci e latini a poter vedere un fenomeno fondamentalmente rarissimo nelle zone in cui vivevano: la spiegazione è data probabilmente dal fatto che il polo magnetico terrestre, a quell’epoca, si trovasse molto più a sud di dove si trova ora. Gli antichi descrivevano l’aurora come “Luci del Nord” (come ancora oggi in inglese, Northern lights) ma il nome attuale invece, “Aurora Borealis”, lo dobbiamo a Galileo Galilei, che lo scelse per descriverla, unendo il nome della dea romana dell’alba, Aurora, a quello greco per il vento del nord, Borea (a quell’epoca si pensava fosse un fenomeno solo del nord del pianeta, quindi solo successivamente si definì aurora australe quella visibile nell’emisfero sud, per cui il termine più preciso per descrivere il fenomeno, in generale, è aurora polare).

Come si diceva prima, bisognerà attendere i primi del Novecento per avere una corretta e completa spiegazione scientifica dell’aurora polare, quando cioè venne chiarita la struttura dell’atomo (si, solo dopo il 1900!) e gli astronomi iniziarono a capire meglio la natura del Sole e le sue complesse interazioni con la Terra.

Ma quindi, che cosa dà vita a questa luce danzante che illumina i cieli freddi dei poli terrestri? Tutto inizia a circa 152 milioni di km dalla Terra, sul Sole, appunto, il quale, nei periodi di maggiore attività, produce delle esplosioni di materia elettromagnetica dalla corona solare, chiamate coronal mass ejection (CME), costituite da bilioni di tonnellate di particelle elettricamente cariche emesse a velocità che possono raggiungere gli 8 milioni di km/ora.

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Quando questo flusso di particelle, detto vento solare, si dirige verso il nostro pianeta, avremo un’aurora polare sulla Terra, tre o quattro notti dopo. Una volta percorsi 152 milioni di km, queste particelle cariche vengono per la maggior parte deviate da uno scudo invisibile, che è il campo magnetico terreste (magnetosfera), allontanandosi da noi, mentre solo alcune vengono catturate dai poli terrestri.

In realtà, la magnetosfera viene prima compressa, portando alla formazione di tunnel che permettono a queste “poche” particelle di raggiungere i poli terrestri nella parte illuminata della Terra, dando luogo ad aurore non visibili (per colpa della luce). Questa danza di campi magnetici, che si uniscono e deformano, fa si che successivamente, altre particelle vengano rimbalzate indietro, andando a colpire i poli nella parte buia della Terra, illuminando finalmente il cielo di verde, rosso, blu, e anche giallo e rosa. Ma i colori come si formano?

Il fenomeno coinvolto è lo stesso delle luci al neon, o dei materiali fluorescenti: le particelle elettromagnetiche, provenienti dal Sole, collidono con ossigeno e azoto, i gas più abbondanti dell’atmosfera terrestre, causando un evento, chiamato eccitazione: si tratta di questioni piuttosto complesse, che potete ascoltare nel dettaglio nelle mie lezioni di chimica all’Università! Qui possiamo cavarcela dicendo che, per “calmarsi”, gli atomi di ossigeno e azoto emettono energia sotto forma di luce colorata. I diversi colori dipendono dall’altitudine alla quale avviene la collisione fra vento solare e atmosfera terrestre, la cui composizione cambia, in tipologia di gas e concentrazione, a seconda dell’altitudine appunto.

Però la maggior parte delle aurore, comprese quelle che ho avuto la fortuna di ammirare, e che condividerò con voi fra poco, sono verdi, perché? Oltre all’altitudine alla quale avviene la collisione, c’è un altro motivo, legato al fatto che il verde è il colore più facilmente percepito dall’occhio umano, ed è per questo che, nelle foto di aurore, a volte si vedono dei colori che il fotografo, ad occhio nudo, non aveva percepito, e lo stesso vale per l’intensità, molto più forte in foto che ad occhio nudo (la telecamera rivela più luce del nostro occhio).

Immagine riadattata da https://www.theaurorazone.com/

Prima di portarvi con me a vedere le mie aurore, ovviamente sopra il 60° parallelo nord, vi racconto di alcune leggende ad esse legate: è un fenomeno talmente incredibile, pur conoscendo quasi tutto su di loro, da prestarsi perfettamente a storie di maghi, elfi e terre fatate.

Una delle mie preferite è quella dei fuochi della volpe, come vengono chiamate le aurore in finlandese (revontulet, che guarda caso, significa anche incantesimo). La leggenda narra di una volpe, non una qualunque, ma una volpe delle nevi, di nome Kettu, che viveva fra elfi, boschi e terre magiche. Qui si organizzava ogni anno una festa per l’arrivo dell’inverno, dove venivano addobbati boschi e foreste con lanterne colorate e luminose, con ghirlande di frutti e bacche, e con festosi campanelli per dare vita e colore a tutto ciò che li circondava. Kettu amava la festa per l’inverno e non se la sarebbe persa per nulla al mondo, ma tardò, per ammirare allo specchio il suo bellissimo manto candido. Quando si accorse del ritardo, iniziò a correre velocemente, tenendo la coda alta per andare più veloce, ma poi si stancò; non volendo fermarsi, continuò a correre ma lasciando che la sua lunga coda bianca e folta toccasse il morbido manto di neve per terra. Senza accorgersi, il tocco della sua coda provocò la formazione di piccole stelline di neve, che salirono verso l’alto illuminando l’infinitamente buia notte polare finlandese. Quando arrivò alla festa, tutti gli altri animali rimasero ammutoliti da quello spettacolo: dalla coda di Kettu partivano scie luminose di diversi incredibili colori, che illuminavano tutto il cielo.

Nella lingua Sami, la popolazione indigena che vive nelle parti settentrionali di Svezia, Finlandia e Norvegia, l’aurora ha diversi nomi (così come la neve), tra i quali “Guovssahas”, che significa “la luce che può essere udita”. Si dice infatti che quando inizia a danzare, l’aurora emetta un suono: io non ve lo so descrivere, ma so di aver sentito qualcosa, in mezzo al nulla infinito del silenzio delle notti polari artiche. Secondo un’altra leggenda Sami, non si deve far rumore, fischiare, applaudire o comunque richiamare l’attenzione dell’aurora boreale, quando sta danzando in cielo, per non disturbare gli spiriti, che potrebbero scendere e rapire i rumorosi. In ogni caso, tutto viene in mente, quando sei lì ad ammirarla, tranne fare rumore.

La mia prima volta è stata in Norvegia, gli ultimi giorni di gennaio, per la precisione nei boschi attorno a Tromsø, 69°40″N, che a quel tempo si presentava davvero come un una fiaba.

In questo periodo dell’anno, il momento più illuminato della giornata è blu, come vedete nelle prime foto, una luce che sembra impossibile da quanto è bella e inusuale, per noi sotto i 50°N. A fine gennaio, il sole sorge verso le 10 e tramonta verso le 14, ma in ogni caso, il momento migliore per l’aurora pare sia fra le 23 e l’una, quindi partiamo verso le 22 con una guida, che ci dice subito “per favore, non valutate male l’esperienza di stanotte se non vedremo l’aurora, perché decide solo lei se e quando e per quanto”. La stessa guida ci raccontò di aver visto aurore pazzesche con Kp* sotto il 2, e di non aver visto nulla con Kp a 4.

*Kp : indice dell’attività geomagnetica con valori da 0 a 9. Maggiore è il valore dell’indice, più elevato sarà il livello di energia solare e più possibilità ci saranno di vedere l’aurora boreale. Fondamentalmente, indica in che zona del mondo devi andare per avere buone probabilità (poi decide sempre e comunque lei) di vederla: con Kp di 9, ci sono buone probabilità di vederla in Francia!

Quella sera il Kp alla nostra latitudine era di poco più di 2, quindi siamo partiti comunque con poche speranze: guidiamo un’ora allontanandoci da Tromsø, ovviamente alla ricerca del buio (l’accoppiata imprescindibile per l’aurora è buio e freddo – nottate più limpide- ed il freddo certo non mancava – 22°C circa), ma poi la guida decide di allontanarsi ancora un pò di più rispetto all’idea originale per fermarsi in una baia, in attesa. Nonostante la calza di lana più seta, la calzamaglia e maglia della salute di lana merinos, i pantaloni imbottiti, il sottopile, il pile, la giacca imbottita, i guanti di seta più lana e forse solo gli occhi, liberi, dopo un’oretta gli arti erano persi chissà dove, senza dare segni di sensibilità.

Accendiamo il fuoco, per provare a riacquisire gli arti, e ci mangiamo pure qualche salamella notturna.

Ad un tratto, dopo quasi due ore di attesa e l’oscurità più buia mai vista, arriva la dama verde. Io ero girata di spalle, sento una voce gridare “It’s here! It’s here!” Forse anche i canali uditivi e i circuiti neuronali si erano ghiacciati insieme ai piedi, perché non sono riuscita a reagire immediatamente..dopo qualche secondo mi sono girata, ho guardato il cielo, e in molto meno, ho iniziato a piangere!

Perché è troppo, troppo per noi piccolissimi esseri umani, troppo!

Ho guardato il cielo e ho pensato a quanto fossi stata fortunata: la dama aveva deciso di farsi vedere da noi piccoli umani, e mentalmente le chiedevo di stare un pò ancora, di non andarsene subito. Ero immobile a guardarla (diciamo che il congelamento facilitava la questione) e mi sono dimenticata di fotografare. Mi sono dimenticata di tutto. Ha danzato davanti a noi per una buona mezz’ora, poi se ne è andata, senza salutare.

E nonostante fosse stata una giornata infinita, secondo voi sono riuscita a dormire quella notte?

Dopo qualche giorno raggiungiamo il mio sogno, le isole Svalbard, cioè la terra abitata più a nord del pianeta: ma a questa mia piccola gemma artica dedicherò un articolo tutto suo. Una notte (qui, a 78°N, è notte polare per 20 ore al giorno ad inizio febbraio, le altre 4 sono di quel blu, che sembra di essere sott’acqua ma senza bombole), eravamo in giro in motoslitta, e ad un certo punto la nostra guida si ferma, si gira a destra e accende la torcia, e ci troviamo due renne che dormono lì beate (in fondo eravamo solo a -30°C, percepiti meno molto di più, essendo in mezzo a nulla e ghiaccio), poi ci dice “ora guardate in cielo”. E c’era questo.

Scusate per la scarsa qualità delle foto, ma negli ultimi anni ho scoperto la bellezza del viaggiare leggera, e la macchina fotografica occupa troppo spazio/peso! Quindi cellulare e via: tanto è tutto tatuato dentro di me. E come saprete, per catturare più luce possibile nel buio totale, servono tempi di esposizione molto lunghi e quindi il cavalletto per fare foto nitide.

Non c’è due senza tre (ma per l’aurora non è mai abbastanza), quindi faccio il tris ad Abisko, in Lapponia svedese, poco prima di Natale di quello stesso 2019, poco prima che la pandemia sconvolgesse le nostre vite. Dopo 20 minuti, forse 25, di funivia ghiacciata (cioè lei era ghiacciata, figuriamoci noi), sbuco sopra le nuvole e già la intravedo sopra gli alberi!

Sopra i 60°N è appena iniziato il periodo più bello dell’anno, quello dell’aurora appunto! Già a settembre c’è abbastanza buio per riuscire a vederla, e proprio in questi giorni è prevista un’elevata probabilità di assistere a questa magia: nel week end infatti c’è stata una forte eruzione solare, che si aggiunge al fenomeno del solar tsunami, accaduto il 26 agosto 2021: onde d’urto di larga scala, sulla corona solare, causate da forti eruzioni solari.

Insomma, come in ognuno dei 365 giorni dell’anno, vorrei essere sopra il 60° parallelo NORD.

Noi vagabondi, sempre in cerca della via più solitaria, non iniziamo mai un giorno dove abbiamo finito il precedente, e nessuna aurora ci trova dove il tramonto ci ha lasciati.

Kahlil Gibran, Il profeta, 1923

Giorno 8 (ditelo con i troll)

Giorno 8 – 1 agosto 2021

Oggi si riparte presto, o comunque prima del solito (che è sempre comunque attorno alle 8 – e le chiamano vacanze! – ma c’è troppo da vedere, troppo da scoprire! ): ieri sera abbiamo deciso all’ultimo di provare a fare un hike di quelli belli e impegnativi, nonostante le previsioni non fossero delle migliori, ma tanto qui le previsioni valgono per quel che valgono, ed un cielo plumbeo e pieno di nuvole diventa blu prima ancora di poter anche solo pensare di lamentarti del tempo. Il punto di partenza del percorso è a Åndalsnes, circa a metà strada dell’itinerario di oggi: oggi infatti si punta al mare, al mare di Norvegia ovviamente. La strada da Eidsdal ad Åndalsnes è la solita road n.63, che abbiamo percorso in questi giorni in lungo e in largo: si chiama Gerianger-Trollstigen, è una 18 delle scenic route più belle della Norvegia (Gerianger-Trollstigen), e parte poco prima di Geiranger, a Langevatnet, passa per Eidsdal (dove abbiamo pernottato in questi giorni) e procede fino a Åndalsnes, per una lunghezza totale di 106 km. Poco prima della fine, la strada diventa un biscione impazzito, tendente alla girella: è la strada dei troll, Trollstigen appunto, 11 tornanti al 9% di pendenza, una strada per cui devo ancora decidere se sia stato più bello guardarla dall’alto o guidarla.

A fare compagnia ai troll, ci sono bellissime montagne, come Kongen (il Re), Dronningen (la Regina) e Bispen (il Vescovo).

Ma chi sono i troll? I troll abitano le terre norvegesi fin dai tempi antichi, quando erano ancora disabitate.. disabitate da essere umani, intendo. Perché queste creature misteriose e buffe (o perfide?) erano già lì ad aspettare i primi umani, a cui un pochino assomigliano. I troll non sono esattamente degli adoni, nel significato più classico del termine: nasone, piedi e mani con solamente quattro dita, pelle squamosa e una coda buffa e pelosa, sdentati. Capita che abbiano un unico occhio, o due teste, la certezza è che sono sempre più spettinati di me! Vivono più di cent’anni e possono essere grandi come le montagne o piccoli come gnomi. Non pensate sia facile vederli, ma in ogni caso il momento migliore è quando c’è buio totale, il buio delle notti artiche: i troll infatti sono la versione norvegese dei vampiri della Transilvania, odiano la luce! La odiano perché a contatto con essa si trasformano in pietra: vi sarà capitato di vedere una montagna o un sasso a forma di troll, no? Ecco, sarà stato di sicuro un troll che non ce l’ha fatta, troppo nottambulo per rientrare a casa prima del sorgere del sole. Sono inoltre molto timidi, si prendono amorevole cura della natura, quindi non vi azzardate a non rispettarla, si arrabbierebbero molto con voi, e nessuno vuole far arrabbiare un troll. Amano i bambini, e c’è chi dice che si facciano vedere solo da loro. Ma in ogni caso, sanno essere gentili, e se li rispettiamo e rispettiamo la natura, diventano dei grandi porta fortuna, da regalare a chi vogliamo bene. Appena arrivati a casa però, dovete mostrargli tutte le stanze e, la prima notte, tenerli in un luogo sicuro e al buio, così da farli sentire a casa e rasserenarli. Sono gli amici degli elfi islandesi, e come dico sempre, non potrete amare e gustarvi davvero l’Islanda senza credere agli elfi o la Norvegia senza credere ai troll!

Vi presento il mio troll, Edvard.

Insieme agli amici troll, arriviamo ad Åndalsnes, dirigendoci all’ufficio turistico per capire se ci fosse un autobus in partenza verso il punto di inizio dell’hike di oggi, il Romsdalseggen Ridge. Dovunque si trovava la stessa indicazione: è possibile percorrere questo hike rigorosamente in un’unica direzione, dall’interno verso Åndalsnes, e assolutamente non in direzione opposta (da lassù ci sarebbe stato chiaro il motivo): raggiungere quindi il parcheggio di Vengedalen con un mezzo pubblico era fondamentale, essendo l’arrivo del percorso distante 12 km dalla partenza, e l’autobus rappresentava la soluzione più economica, per evitare il taxi. All’ufficio turistico ci avvisano che sta partendo l’ultimo autobus, quindi di affrettarsi e fare i biglietti on line. Saliamo di corsa sull’autobus in partenza, avvisando però l’autista che il sito web non ci permetteva di comprare il biglietto per quella corsa: l’autista ci invita a comprare il biglietto per la corsa serale e mostrarglielo, che differenza fa, in fondo (noi e le nostre italiche complicazioni). Arriviamo al parcheggio e iniziamo il percorso, segnalato e temporizzato fin troppo, con un cartello ogni km percorso (ansia!). Il percorso è anche carente di fonti d’acqua, per cui avvisano di rifornirsi dal torrente, dopo un paio di km dall’inizio, avvertendo essere l’ultima possibilità. Il tempo è norvegese, ma noi siamo attrezzati bene quindi, perché rinunciare?

Il percorso inizia con alcuni scalini e poi continua alla destra del fiume, per poi attraversarlo e continuare sulla sinistra: qui c’è ancora erba e vegetazione, che fra poco lasceremo alle spalle per i sassi lunari, e la salita è dolce, utile approfittarne per raccogliere fiato prima della parte di roccette, in cui le mani saranno piuttosto utili, tanto sarà la pendenza della parete.

La salita è dura (circa 700 metri di dislivello in un’ora e mezza), ma la vista da lassù dovrebbe valere la faticaccia, dico dovrebbe perché quando arriviamo alla fine della parete di roccette, su un piano che per un momento ci fa credere di essere in cima, siamo totalmente immersi nella nuvola. Si riparte, proseguendo per Mjølvafjellet. Qui si sale lungo la cresta, sempre fra le rocce, e per un parte di percorso, ci si deve aiutare con le catene presenti, senza guardare giù (se soffrite di vertigini). Finalmente si arriva in cima (1216 m), da cui a tratti siamo riusciti ad ammirare il meraviglioso scenario che si trovava attorno a noi: era come assistere ad un sipario che si apriva e chiudeva sul palcoscenico, un sipario fatto di nuvole.

Riposiamo le gambe, dopo circa 900 metri di dislivello, e facciamo pausa pranzo qui davanti al sipario di nuvole, inconsapevoli dell’infinita discesa che ci aspetta. Sappiamo di dover scendere per 1100 metri, ma la discesa inizia, e continua per diverso tempo, in modo troppo delicato..

La discesa infinita passa per l’arrivo della funivia, accanto al Rampestreken, una piattaforma che si sporge verso l’esterno per alcuni metri. Da qui, inizia forse la parte più impegnativa del percorso, infiniti scalini e poi ancora discesa ripida fra le radici degli alberi, fino ad arrivare giù in paese. Ginocchia e dita dei piedi chiedevano pietà.

Il percorso in totale ha richiesto circa 7 ore, con le pause, molto faticoso per il dislivello, ma molto bello sia per la vista, sia per le parti in cresta.

Ecco alcuni dettagli del percorso:

Distanza 10.3 km 

Durata 7:00 h 

Salita 960 m 

Discesa 1,202 m

Difficoltà Esperti

Aperto nei mesi di luglio agosto e settembre

Abbiamo ancora un’oretta di strada prima di raggiungere un luogo davvero magico, che ci ospiterà per la notte. Ve lo racconto domani.

“Because in the end, you won’t remember the time you spent working in the office or mowing your lawn. Climb that goddamn mountain.” Jack Kerouac

Giorno 7 – (di cascate, leggende e fattorie abbandonate)

Giorno 7 – 31 luglio 2021

Ci rimettiamo in viaggio, insieme alle pecore che ci accompagnano alla macchina, e imbocchiamo la road n.63 per raggiungere il Geirangerfjord, un fiordo piccolo, se confrontato con i suoi fratelli norvegesi: solo 15 km di lunghezza e 233 metri di profondità. Ma un fiordo di montagne imponenti, di luce che non arriva d’inverno al paese di Geiranger, lasciandolo immerso in quel blu cobalto, quello che ti fa sentire di essere sott’acqua ma senza bombole, tipico degli inverni al circolo polare artico. Il Geirangerfjord si trova nella parte settentrionale di quell’area che viene comunemente chiamata Norvegia dei fiordi, nella regione di Møre og Romsdal, ed è dichiarato patrimonio mondiale dell’Umanità dall’UNESCO, insieme al Nærøyfjord (di cui vi ho parlato qui). E’ già bello ancora prima di raggiungerlo, ammirandolo dall’alto, in questo punto sulla strada, chiamato Ørnesvingen (“La strada delle aquile”).

Ørnesvingen

Qui troviamo una cartina dell’area, che indica un’antica fattoria abbandonata, lungo il fiordo, e raggiungibile solo da un approdo via acqua. Arriviamo a Geiranger cercando una biglietteria in cui cambiare programma (avevamo comprato il giorno prima via web il biglietto per la crociera sul fiordo ma dall’altra parte): ovviamente nessun problema ma il traghetto è in partenza. Lo prendiamo al volo, sono circa le 11 e ancora poca la gente. Ci godiamo il fiordo e le grandi cascate ai nostri lati: per ogni cascata, c’è una leggenda.

Iniziamo dalla cascata delle Sette Sorelle (le sette sorelle piacciono molto ai norvegesi, ci sono anche le montagne delle sette sorelle, più a nord), così chiamata perché formata da sette diversi getti che scendono verso l’acqua del fiordo da circa 240 metri di altezza. Di fronte alle sette sorelle, c’è l’ “eterno pretendente”, cioè il Friaren (Friarfossen) che flirta incessantemente con loro, e di fianco c’è il velo da sposa, Brudesløret, che ai meno romantici sembra in realtà una bottiglia di birra.

Incantati dal fiordo, dalle sorelle con i loro pretendenti ed il velo da sposa, ci rendiamo conto troppo tardi di aver attraccato ad un molo (leggi piccolo scoglio) e di essere già ripartiti, peccato che quello scoglio fosse l’unico punto e approdo per raggiungere la vecchia fattoria.

Ma ehi, siamo in Norvegia, qui sono tutti come Mr. Wolf di Pulp Fiction: chiediamo allo staff della nave di poter rimanere su anche per il prossimo giro, promettendo di stare un attimo più attenti, e così facciamo, chiaramente senza che ci venisse chiesto di pagare l’altra corsa, figuriamoci. E stavolta riusciamo a scendere al “molo”. Ecco il molo:

Scendiamo ma iniziamo subito a salire, sì perché per arrivare alla vecchia fattoria abbandonata ci sono mille scalini spacca gambe che ti portano in quasi verticale a raggiungere i 250 metri slm di Skageflå . Dal sentiero però la vista è bellissima, forse superata solo da quella che si ammira dalla fattoria.

Arrivati in cima, il fiato manca ma la vista e la fattoria ripagano di tutto.

Mentre ci rilassiamo assorbendo ogni silenzio, leggiamo che la fattoria è stata utilizzata attivamente fino al 1918, ospitando 125 capre, 15-16 mucche e due cavalli. D’inverno, però, era fondamentalmente impossibile arrivare fin quassù, e si racconta che il contadino togliesse le scale dalle parti più ripide della salita, quando era atteso l’esattore delle tasse, che quindi, si narra, non arrivò mai a Skageflå. Ma ci arrivarono il re della Norvegia, Harald e la sua regina Sonia, che qui celebrarono le loro nozze d’argento nel 1993.

Avremmo voluto continuare a salire verso l’altra fattoria, Homlongsetra, a 540 mlsm, ma da lì a mezz’ora sarebbe passato l’ultimo traghetto, quindi abbiamo iniziato la discesa verso il molo.

Tornati a Geiranger, proseguiamo sulla road n.63, che si inerpica fino a 1500 m di altitudine per raggiungere la cima del monte Dalsnibba, il punto più alto d’Europa su un fiordo, raggiungibile via strada, da cui c’è una vista pazzesca, dicono. Nella foto quello che dicono ci sia, nel video quello che abbiamo visto noi. PS: qui la temperatura ha raggiunto il valore minimo del nostro viaggio, 3.5 °C.

Dalsnibba view point

Qui a Dalsnibba, immerso nella nebbia, c’era anche questo mezzo, che mi ha raccontato di strade attorno al mondo e storie che vorrei tanto vivere.

Scendiamo e percorriamo un po’ di strade lì attorno, prima di tornare alla nostra cabin fiabesca all’ Hesthaug Gard , unico luogo del viaggio che ci ospiterà per due notti consecutive.

Qual è la tua strada amico?… la strada del santo, la strada del pazzo, la strada dell’arcobaleno, la strada dell’imbecille, qualsiasi strada. È una strada in tutte le direzioni per tutti gli uomini in tutti i modi.
(Jack Kerouac)

Giorno 6 (un road trip è per sempre)

Giorno 6- 30 luglio 2021

Dopo una notte di Sturm und Drang (fuori e dentro di noi), ci svegliamo in una Lom assolata, ma di quel sole piacevole, freddo, che di sicuro non ti fa sudare, e che non è mai invadente, anche se fa le ore piccole. Oggi l’idea è di raggiungere il Geiranger, il fiordo dei fiordi. Ma davanti a noi ci si è messa una strada secondaria, una deviazione dall’itinerario che avevamo in mente, e queste sono esattamente le premesse per qualcosa di straordinario. Quindi, mentre procedevamo sulla road n.15, con l’intenzione di percorrerla fino al bivio con la n.63, che ci avrebbe portato a Geiranger, vediamo, all’altezza del Grotli Høyfjellshotell, uno di quei cartelli marroni con una specie di fiore, che indica Gamle Strynefjellsvegen sulla sinistra. Non guidavo io in quel momento, quindi dico a Paolo, gira gira, gira a sinistra! lui gira, poi mi chiede perché, io dico.. secondo me ne varrà la pena. Pur essendo inclusa fra le 18 scenic route più belle della Norvegia (https://www.nasjonaleturistveger.no/en/routes/gamle-strynefjellsvegen), mi era sfuggita in fase di preparazione dell’itinerario, quindi non avevo idea di cosa fosse, ma sapevo (non chiedetemi perché, il mago non svela i suoi trucchi..) che sarebbe stata bellissima. Ok, forse però, non potevo immaginare sarebbe stata così pazzesca! La Gamle Strynefjellsvegen è la road n.258, costruita alla fine del 19° secolo e a quei tempi sembra di stare quando la si percorre, ancora tutt’oggi. E’ uno di quegli esempi, di cui la Norvegia è piena, di strade meravigliose, che rappresentano la destinazione stessa, se proprio una destinazione si vuole trovare.

Ovviamente ci fermiamo ad ogni curva, siamo circondati da bellezza pura e non sappiamo come gestirla!

In un punto, ci incamminiamo un pò oltre la strada, verso un laghetto glaciale, ci sono tanti artic cotton che mi chiamano e io non posso passare senza portare loro un saluto.

Siamo completamente soli in un luogo magico, fatto di laghetto blu, montagne silenziose ma possenti, artic cotton, hytte minuscoli immersi in un paesaggio da fiaba, e, come spesso mi accade nei paesi artici, penso che la bellezza dei luoghi venga potenziata dall’assenza di esseri umani. Mando qualche foto ai miei, e mia mamma risponde: “ma è disabitata la Norvegia?”. E dico, si mamma, ci sono 5 milioni di persone in un’area grande il 25% in più dell’Italia, e soprattutto, i loro magnifici luoghi vengono lasciati intatti. Vi immaginate qui, con il bar che sforna birre medie e patatine e despacito a tutto volume? Oddio, oddio.

Aspetta, ritorno ad ascoltare quel silenzio così rumoroso, dentro di noi.

I miei compagni di viaggio sono estasiati quanto me, ma io detengo il ruolo di quella che ad un certo punto li richiama alla realtà.. so quanto ancora ci aspetta e non voglio perdermi nulla! E quindi solitamente, sbotto con un “andiamo ragazzi, the best is yet to come

Riprendiamo la strada, e guardate che strada.

Poi eccola, la neve! e non sulle montagne ma a bordo lago. Ovviamente, mi ci sono buttata come le api sul miele.

Guardate come siamo in estasi io e David (Bowie, ndr).

La meravigliosa Gamle Strynefjellsvegen termina poco prima del villaggio di Stryn (che si intravede in fondo alla valle, nella foto), un villaggio molto grande (misure norvegesi) con troppa gente, che attraversiamo solamente per arrivare al Lovatnet, un lago color smeraldo, ai piedi dello Jostedalsbreen, in particolare al ramo chiamato Kjendalsbreen.

Arrivati a Lovatnet, abbiamo percorso tutto il perimetro percorribile del lago su quelle solite bellissime e strettissime stradine appiccicate al lato della montagna: il colore di quest’acqua è davvero verde artico-smeraldo, tutta colpa del ghiaccio!

Proseguendo ancora, si raggiunge la fine della stradina lungo lago, da cui o si torna indietro, oppure si imbocca una strada molto sterrata (!) che porta proprio davanti allo Kjendalsbreen, trovandosi fondamentalmente dalla parte opposta, rispetto a ieri, di questo enorme ghiacciaio che è lo Jostedalsbreen. Si raggiunge un parcheggio, con una cassettina, dove vengono chiesti 50 nok (circa 5 euro) per la conservazione del luogo.

Kjendalsbreen

Dal parcheggio, si cammina una ventina di minuti fino a trovarsi proprio sotto di lui, ed è il solito vento forte e freddo ad aprirci la porta.

La giornata è quasi finita, ci dirigiamo verso Eidsdal, dove rimarremo questa notte. A Stryn sbagliamo strada, ed invece che riprendere la n.15 e salire verso Geiranger, imbocchiamo la n. 60, e va bene così, perché abbiamo guadagnato 2 ore di strada diversa! Ad un certo punto ci accorgiamo che ops, ci sono non uno ma ben due traghetti da prendere: that’s Norway!

Nel frattempo, superiamo il 62° parallelo nord!

Su uno di questi due traghetti, accade una cosa incredibile: scendo al bar a prendere una Coca, ma non c’è nessuno. Attendo. Ad un certo punto, arriva un ragazzo, si prende un panino dallo scaffale e…paga alla cassa automatica. Tutto libero, tutti onesti.

L’hytte di stanotte sarà l’unico, in tutto il viaggio, ad ospitarci per due sere consecutive, ed è una piccola gemma, dove rintanarsi e riprendersi il bello di noi stessi: si chiama Hesthaug Gard, in mezzo alle montagne sopra il Geiranger e tante pecore.

La temperatura è sotto i dieci gradi, e dentro l’hytte manca solo Nonna Papera.

Solo i demoni percorrono strade diritte.

(Antoni Gaudi)

Giorno 5 (ice ice baby)

Giorno 5 – 29 luglio 2021

Ho trascorso la notte in mezzo alla mia tempesta (fuori il tempo era calmo, Thor forse non aveva nulla da dire o era assopito, ma io no). Non vi ho ancora confessato una cosa dei miei viaggi: dormo pochissimo, e considerando tutte le cose che faccio di giorno, torno stanchissima! ma in realtà ricostruita, restaurata, nuova, più bella (per dormire ho l’eternità, mentre per vivere, come intendo io, ho davvero poco, quindi perché sprecare tempo quando il mondo è grandissimo e ancora di più, meraviglioso?) La stessa cosa mi capitò durante la mia prima (di due, per ora) esperienze di volontariato in un ospedale in Tanzania: esperienza che mi ha rivoltato come un calzino, segnata (come i tatoo, ma senza inchiostro), radicalmente smossa. In ogni caso (difficile non iniziare a parlare di Bukumbi..), la sera, quando mi coricavo dopo 12-14 ore di lavoro ininterrotto, posando la testa sul cuscino risalivano violentemente tutti i pensieri sulle cose fantastiche che avevo fatto quel giorno, tutte le persone che avevo realmente aiutato, curato, i sorrisi che avevo creato, le cose che avevo imparato, il modo in cui quella giornata mi aveva cambiato. Inoltre, la casa in cui dormivo aveva grandi finestre provviste solo di zanzariera, e molto poco muro, ed il mondo animale là fuori, nel nulla pieno di tutto, si faceva delle gran feste tutta la notte, insieme ai miei pensieri. In viaggio succede un po’ la stessa cosa: quando mi fermo, i pensieri mi raggiungono: in viaggio non aiuto né curo nessuno, mi occupo solo di me stessa, nel modo per me più efficace.

Inoltre, esattamente come la notte di Santa Lucia, in cui sbirciavo costantemente per scovarla mentre mi portava i regali, con la stessa trepida attesa aspettavo il nuovo giorno perché sarei tornata sul signor ghiacciaio, per la seconda volta, dopo il Vatnajökull in Islanda. E’ il mio posto, il mio clima, il mio regale rifugio.

La strada verso Gjerde, ai piedi dello Jostedalsbreen (breen = ghiacciaio), una volta lasciato il Lustrafjord, diventa la road 604, che scava la montagna fino ad arrivare ad uno dei bracci glaciali, il Nigardsbreen, meta del Blue ice hike che stiamo per fare oggi! Lo Jostedalsbreen è il ghiacciaio più grande della Norvegia ma anche dell’intera Europa continentale e costituisce ciò che resta dell’enorme ghiacciaio che circa 10.000 anni fa copriva l’intera Scandinavia: in alcuni punti, lo spessore arriva a 600 m, anche se viene mantenuto più dalle abbondanti precipitazioni nevose che dalle basse temperature, ahimè.

Dopo circa 40 km, iniziamo a scorgere il Nigardsbreen! Che potenza.

Poco prima del punto in cui lasciare la macchina e iniziare l’hike, troviamo il Breheimsenteret Glacier center, sede di esposizioni di foto del ghiacciaio, di un bar e ristorante, e dove abbiamo ritirato il pranzo, da portarci sul ghiacciaio. Noi abbiamo fatto l’hike con la Jostedalen Breførarlag, con cui ci siamo trovati benissimo, quindi affidatevi a loro e godetevi il ghiaccio, anche se ne avete un po’ timore. Io lo avevo già fatto in Islanda, appunto, poi rivelatasi una passeggiatina sul lungomare rispetto a questo, mentre per il mio compagno di hike era la prima volta, ma con Michel è stato tutto semplice. Già, Michel, una di quelle belle anime che entrano nella mia vita in viaggio, e so che non ne usciranno più. Michel è stata la nostra guida per queste sei ore indimenticabili, e si è preso cura di noi in ogni aspetto e istante, peraltro eravamo solo noi due quindi è stato ancora più fantastico. Appena arrivato, abbiamo iniziato a verificare l’attrezzatura: quando si prenota, viene specificato di dover essere forniti di abbigliamento e scarpe adeguate, ma in realtà avevano di tutto da fornire, in caso di bisogno. Recuperiamo ramponi, casco, piccozza e corde e siamo pronti per andare!

Si inizia con una signora caronte che ci traghetta verso il ghiacciaio, sul lago che si forma dal suo scioglimento, inesistente fino a 10 anni fa (meditate..). Poi si inizia ad avvicinarsi al ghiaccio, su un sentiero ricavato dalla roccia rimasta, man mano che il ghiaccio si è ritirato: la roccia è a tratti molto liscia, per effetto dei detriti che hanno agito sulle sue pareti. Attraversiamo un ponticello bellissimo, sotto di noi l’acqua proveniente dal ghiacciaio è non poco arrabbiata. E non solo l’acqua, perché man mano che ci avviciniamo, si alza il vento del nord, si alza un vento freddo che senti eccome, non puoi non accorgertene.. un po’ come dire, ehi, ti sto aprendo le porte di casa mia, ma rispetto, neh.

E poi arriviamo ai suoi piedi: non so voi, ma il ghiacciaio è una delle cose pazzesche della natura che più mi affascina. Ok, io non provo nulla di fronte ad una foresta tropicale o ad una spiaggia di un’isola deserta, mentre mi si accende il cuore davanti ad una montagna, magari immersa nell’oceano, o davanti alla neve. Ma accensioni di cuore a parte, il ghiacciaio mi induce timore reverenziale e profondo rispetto: resistere ad un pianeta forno come il nostro, con la manopola dei gradi sempre un po’ più girata verso l’alto, è da fighi. Punto. E quindi mi trovo lì, con un piede sulla montagna e uno sul primo suo lembo di ghiaccio, lo zerbino di casa Nigardsbreen, insomma, e già tremo un po’ nel mettere i ramponi e l’imbrago (e non di paura).

Non puoi spiegare un ghiacciaio a chi non ha gli occhi pieni di stupore, neve e gratitudine.

(F. Caramagna)

Siamo sul ghiaccio! E ci rimarremo più di 4 ore ore pazzesche. Perché questa volta non è stato come passeggiare sul lungomare, sul Vatnajökull, qui abbiamo camminato vicino a crepacci, buchi, formazioni incredibili, siamo saliti fino in cima, alla fine della esse che si scorgeva da lontano, e lì abbiamo pranzato, completamente soli. Solo il rumore sotto di noi, perché non c’è nulla di più vivo del ghiaccio. Io lassù ho dimenticato tutto, perché ero felice.

La fuga nel paesaggio è sospetta. I ghiacciai sono troppo grandi, perché vi si riesca a pensare quanto sono piccoli gli uomini. Ma gli uomini sono sufficientemente piccoli perché in mezzo a loro si riesca a pensare quanto sono grandi i ghiacciai. Bisogna usare gli uomini per questo e non i ghiacciai per quell’altro fine.

(K. Kraus)

E poi ho anche scalato una piccola parete! Prima volta nella vita, ma con un istruttore come Michel sembrava tutto semplice: è tedesco, e ha studiato per diventare guida artica alle Svalbard, direi che non c’è da aggiungere altro. Michel quindi ci spiega: gambe larghe, piede a triangolo per puntare bene il rampone sul ghiaccio, picconata a destra, poi a sinistra, poi gamba destra/sinistra.. e sono arrivata sino in cima.

E poi, che bellezza lasciarsi andare nel vuoto, per scendere. Michel, Can I do it again? And again? Alla terza volta non sentivo più le braccia ma tutto il resto urlava di bello.

Purtroppo arriva l’ora di salutare il ghiaccio, togliere i ramponi e l’imbrago, e pure la giacca, perché fa caldo, senza ghiaccio. Ok ciao, me ne vado.. ma solo fino alla prossima volta.

Risaliamo in macchina, salutando Michel (fino al prossimo ghiacciaio). E penso: se anche il viaggio dovesse finire stasera, con questa giornata sarei già molto felice e soddisfatta, vale un viaggio! Ehi ma.. non finisce domani! ed in realtà nemmeno la giornata è finita, figuriamoci. Qui siamo accesi finché c’è luce, siamo sincroni con il sole, che non va praticamente mai a dormire, appunto. Stasera dormiremo a Lom, ma oramai lo sapete.. avevamo ancora molta strada da fare, davanti a noi, senza valige ammucchiate sul marciapiede, ma zaini nel baule, quindi c’è vita. E la vita di stasera è la road n.55, un’altra delle 18 scenic route più belle della Norvegia, la Sognefjellet, che porta al passo più alto dell’Europa del Nord, 1434 metri. C’è la neve qui, anche d’estate. E d’inverno ne cade talmente tanta che le enormi masse che si formano rendono impossibile percorrerla, quindi viene chiusa fino all’inizio della primavera, ed in questo periodo è delimitata ai lati da muri di neve alti più di 10 metri. Quindi dovrò assolutamente tornare per vederla in questo periodo, e per ripercorrerla nel senso opposto, perché, ok.. è tutto uguale, ma anche tutto diverso. Capite perché non ami i viaggi compulsivi, quelli della ring road in Islanda e sei già soddisfatto, e puoi mettere la spunta sul numero di paesi visti, o quelli stile Vietnam-Cambogia-Laos in 20 giorni? Le terre vanno conosciute a fondo, le persone anche di più, per coglierne i dettagli, non il riassunto! (imo, ovviamente). All’inizio della 55, poco dopo Fortun, troviamo un bel gruppo di pecore, e io amo le pecore.. vuoi passare senza salutare? ma va. Solitamente, le pecore incontrate qui al nord sono diffidenti, ti studiano molto, si avvicinano a fatica.. questa mamma pecora mi ha limonato per ..sempre, fino a quando sono scappata in macchina!

Sognefjellet

E anche i due cuccioli non erano da meno. Quindi, in Islanda le pecore girano sempre in gruppi di tre (mamma e due cuccioli), in Norvegia pure ma sono molto più coccolosi.

Dopo essere fuggiti dalla pecore affettuose, saliamo ancora, ed ecco qui: ci sono 5-6° C e tanta bellezza.

Lungo la strada si trovano molti di quei dolmen di pietre, e dovunque c’è scritto di non distruggerli (serve scriverlo??) né di costruirne di nuovi, perché sono molto antichi: i contadini e i mercanti che volevano attraversare la Sognefjellet nei tempi addietro, dovevano mettere in conto di avere a che fare con i molti nomadi e vagabondi, un po’ briganti, che vivevano quassù, per cui i dolmen più alti servivano alle persone per nascondersi.

Quindi, esistevano pure i briganti norvegesi..

Arriviamo a Lom, e il nostro hytte di stasera è degno della giornata: inerpicato alla fine di una ripida strada sterrata, oltre il quale puoi solo pensare ci sia nulla, e invece.

Stanotte Thor è davvero furioso, e io mi godo tutta la pioggia torrenziale dentro questo piccolo hytte, tanto.. chi dorme dopo una giornata così?

Il giorno dopo, come spesso accade a queste latitudini, ci siamo svegliati in un luogo diverso.