Cosa mi manca della Norvegia (ogni volta che non sono là)

1. Le strade monocorsia con a fianco voragini, che probabilmente raggiungono il centro della Terra. A volte ci sono degli slarghi, su un lato di strada, in cui infilarsi, per lasciar passare la macchina che arriva nel senso opposto: a volte. Tutte le altre, ti devi fare l’intera Norvegia in retromarcia.

2. Lo slargo, già.. quello spazio con la M di meeting point e non di Metropolitana, ma secondo me è M di Marica, così posso fermarmi ogni 52 metri e fotografare la qualunque.

3. Il mare. Il mare in Norvegia è il mare che dico io, gelido e bellissimo, e che credi di avere da un lato, ma improvvisamente è dall’altro e poi dietro e davanti e fai una giravolta e falla un’altra volta.

4. Il mio zaino che puzza di pesce dopo averci tenuto il tipico snack norvegese, che forse era destinato solo ai gabbiani, ma che ho dovuto per forza provare: mangio tutto ma questo mi ha riportato alla mente i gamberetti andati a male sulla finestra dell’hotel di Kuala Lumpur, nel mio primo viaggio oversea

5. I punti di interesse segnati da una specie di fiore.. spesso sono l’inizio di avventurose meravigliose, altre volte però, non capisci bene cosa avresti dovuto vedere di così pazzesco. Ancora più spesso, e qui sta la cosa meravigliosa, i luoghi magici non sono segnalati: prendi ogni deviazione possibile, chissà cosa c’è dietro quella curva

5a. Questo posto magico è stato scoperto così: dalla strada si vedeva solo l’insenatura, bello ma non pazzesco. Ho sentito qualche vibrazione che mi diceva, fermati, c’è qualcosa di speciale. Attraverso un prato con l’erba alle ginocchia, e la paura che siano quelle parti di prato umido che in realtà coprono corsi d’acqua, cammino ancora un pò, poi scorgo il tetto rosso di un rorbu (ndr case dei pescatori, in legno). Scendo un pochino, e si apre la meraviglia.

6. Puoi andare a piedi dovunque tu voglia, anche nelle aree private, se non recintate (e non è recintato quasi nulla). Puoi pure piantare la tenda a patto che sia ad almeno 150 m dalla casa più vicina. Diritto di accostarsi alla natura purché rispetti l’ambiente e le persone: per i norvegesi, è sacro.

7. La fiducia nella gente. Sul traghetto, il biglietto si fa a bordo, vai alla cassa e dici tu per quante persone/macchine, senza ulteriori controlli. Mi immaginavo famiglie italiane intere con il camper pagare per 1. Non ho pagato un parcheggio e mi sentirò in colpa fino al 2027.

Ndr: nel 2021, hanno inserito una forma di pagamento on line, e vengono verificate le targhe durante l’imbarco. Ma abbiamo noleggiato tre biciclette senza lasciare recapiti o documento d’identità, abbiamo comprato i kanelbulle più buoni che mai sui traghetti, dove il bar non ha personale, prendi e paghi alla cassa automatica, abbiamo prenotato una camera piccola con bagno all’esterno, ma la signorina alla reception non era soddisfatta, per lei era troppo piccola per noi, e ci ha proposto un’intera cabin sul fiordo allo stesso prezzo, a patto di avere un buon voto su trip: uno dei posti più belli in cui siamo stati! (vedi dopo)

8. La gran promiscuità fra alta montagna e oceano: non capisci mai dove sei. Qui eravamo diretti a Nusfjord, un antico borgo di pescatori delle isole Lofoten, che appare, a picco sul fiordo, dopo aver guidato su tornanti di montagna e superando un passo. Che confusione, sarà perché ti amo.

9. Quando superano, suonano il clacson: l’ho capito dopo averne insultati troppi (altro senso di colpa). Se sei un fan, come me, dei crime norvegesi/svedesi/danesi, il cartello che ti chiede se stai andando troppo veloce, con un volto di bambina che svanisce, forse ti crea un pochino meno inquetudine.

10. Prenoti la macchina più piccola ed economica, visto i prezzi norvegesi non proprio popolari, e al momento del ritiro, cambio automatico, 7 porte, berlina, nuova di zecca.

11. Le spiagge. (non è vero che non amo il mare, io vado pazza per questo mare)

12. Le strade (non c’è solo l’Atlantic Ocean Road!)

13. La luce (che solo oltre il 60° parallelo nord puoi trovare)

14. Le cabin in cui abbiamo dormito.

15. Le montagne infilate nell’oceano.

16a. I kanelbulle (i rotolini alla cannella). Qui sono ad Å (che non si legge A ma O di Otranto), ultimo paesino in fondo alle isole Lofoten, poi il nulla, e ultima lettera dell’alfabeto norvegese: ad Å ci sono due case, un ristorante, un negozio di giacche sportive bellissimo, e una bakery, costruita nel 1844 dietro il Norwegian Fishing Village Museum, che fa dei kanelbulle fantastici: mi vedo proprio bene lì, a sfornare dolcetti di cannella guardando l’oceano e i rorbu.

16b. Qui invece sono a Trondheim.


16c. E qui in una spiaggia a caso.

17. I riflessi (impazzisco!)

18. Il sole che non dà fastidio, delle 23.

19. La biblioteca di Oslo, Deichman Bjørvika.

20. E se poi sono depressi, anch’io voglio essere depressa qui.

“Quando si è in viaggio, ricordate che un paese straniero non è progettato per farvi stare comodi. È stato progettato per rendere comodo il proprio popolo” Clifton Fadiman

Giorno 8 (ditelo con i troll)

Giorno 8 – 1 agosto 2021

Oggi si riparte presto, o comunque prima del solito (che è sempre comunque attorno alle 8 – e le chiamano vacanze! – ma c’è troppo da vedere, troppo da scoprire! ): ieri sera abbiamo deciso all’ultimo di provare a fare un hike di quelli belli e impegnativi, nonostante le previsioni non fossero delle migliori, ma tanto qui le previsioni valgono per quel che valgono, ed un cielo plumbeo e pieno di nuvole diventa blu prima ancora di poter anche solo pensare di lamentarti del tempo. Il punto di partenza del percorso è a Åndalsnes, circa a metà strada dell’itinerario di oggi: oggi infatti si punta al mare, al mare di Norvegia ovviamente. La strada da Eidsdal ad Åndalsnes è la solita road n.63, che abbiamo percorso in questi giorni in lungo e in largo: si chiama Gerianger-Trollstigen, è una 18 delle scenic route più belle della Norvegia (Gerianger-Trollstigen), e parte poco prima di Geiranger, a Langevatnet, passa per Eidsdal (dove abbiamo pernottato in questi giorni) e procede fino a Åndalsnes, per una lunghezza totale di 106 km. Poco prima della fine, la strada diventa un biscione impazzito, tendente alla girella: è la strada dei troll, Trollstigen appunto, 11 tornanti al 9% di pendenza, una strada per cui devo ancora decidere se sia stato più bello guardarla dall’alto o guidarla.

A fare compagnia ai troll, ci sono bellissime montagne, come Kongen (il Re), Dronningen (la Regina) e Bispen (il Vescovo).

Ma chi sono i troll? I troll abitano le terre norvegesi fin dai tempi antichi, quando erano ancora disabitate.. disabitate da essere umani, intendo. Perché queste creature misteriose e buffe (o perfide?) erano già lì ad aspettare i primi umani, a cui un pochino assomigliano. I troll non sono esattamente degli adoni, nel significato più classico del termine: nasone, piedi e mani con solamente quattro dita, pelle squamosa e una coda buffa e pelosa, sdentati. Capita che abbiano un unico occhio, o due teste, la certezza è che sono sempre più spettinati di me! Vivono più di cent’anni e possono essere grandi come le montagne o piccoli come gnomi. Non pensate sia facile vederli, ma in ogni caso il momento migliore è quando c’è buio totale, il buio delle notti artiche: i troll infatti sono la versione norvegese dei vampiri della Transilvania, odiano la luce! La odiano perché a contatto con essa si trasformano in pietra: vi sarà capitato di vedere una montagna o un sasso a forma di troll, no? Ecco, sarà stato di sicuro un troll che non ce l’ha fatta, troppo nottambulo per rientrare a casa prima del sorgere del sole. Sono inoltre molto timidi, si prendono amorevole cura della natura, quindi non vi azzardate a non rispettarla, si arrabbierebbero molto con voi, e nessuno vuole far arrabbiare un troll. Amano i bambini, e c’è chi dice che si facciano vedere solo da loro. Ma in ogni caso, sanno essere gentili, e se li rispettiamo e rispettiamo la natura, diventano dei grandi porta fortuna, da regalare a chi vogliamo bene. Appena arrivati a casa però, dovete mostrargli tutte le stanze e, la prima notte, tenerli in un luogo sicuro e al buio, così da farli sentire a casa e rasserenarli. Sono gli amici degli elfi islandesi, e come dico sempre, non potrete amare e gustarvi davvero l’Islanda senza credere agli elfi o la Norvegia senza credere ai troll!

Vi presento il mio troll, Edvard.

Insieme agli amici troll, arriviamo ad Åndalsnes, dirigendoci all’ufficio turistico per capire se ci fosse un autobus in partenza verso il punto di inizio dell’hike di oggi, il Romsdalseggen Ridge. Dovunque si trovava la stessa indicazione: è possibile percorrere questo hike rigorosamente in un’unica direzione, dall’interno verso Åndalsnes, e assolutamente non in direzione opposta (da lassù ci sarebbe stato chiaro il motivo): raggiungere quindi il parcheggio di Vengedalen con un mezzo pubblico era fondamentale, essendo l’arrivo del percorso distante 12 km dalla partenza, e l’autobus rappresentava la soluzione più economica, per evitare il taxi. All’ufficio turistico ci avvisano che sta partendo l’ultimo autobus, quindi di affrettarsi e fare i biglietti on line. Saliamo di corsa sull’autobus in partenza, avvisando però l’autista che il sito web non ci permetteva di comprare il biglietto per quella corsa: l’autista ci invita a comprare il biglietto per la corsa serale e mostrarglielo, che differenza fa, in fondo (noi e le nostre italiche complicazioni). Arriviamo al parcheggio e iniziamo il percorso, segnalato e temporizzato fin troppo, con un cartello ogni km percorso (ansia!). Il percorso è anche carente di fonti d’acqua, per cui avvisano di rifornirsi dal torrente, dopo un paio di km dall’inizio, avvertendo essere l’ultima possibilità. Il tempo è norvegese, ma noi siamo attrezzati bene quindi, perché rinunciare?

Il percorso inizia con alcuni scalini e poi continua alla destra del fiume, per poi attraversarlo e continuare sulla sinistra: qui c’è ancora erba e vegetazione, che fra poco lasceremo alle spalle per i sassi lunari, e la salita è dolce, utile approfittarne per raccogliere fiato prima della parte di roccette, in cui le mani saranno piuttosto utili, tanto sarà la pendenza della parete.

La salita è dura (circa 700 metri di dislivello in un’ora e mezza), ma la vista da lassù dovrebbe valere la faticaccia, dico dovrebbe perché quando arriviamo alla fine della parete di roccette, su un piano che per un momento ci fa credere di essere in cima, siamo totalmente immersi nella nuvola. Si riparte, proseguendo per Mjølvafjellet. Qui si sale lungo la cresta, sempre fra le rocce, e per un parte di percorso, ci si deve aiutare con le catene presenti, senza guardare giù (se soffrite di vertigini). Finalmente si arriva in cima (1216 m), da cui a tratti siamo riusciti ad ammirare il meraviglioso scenario che si trovava attorno a noi: era come assistere ad un sipario che si apriva e chiudeva sul palcoscenico, un sipario fatto di nuvole.

Riposiamo le gambe, dopo circa 900 metri di dislivello, e facciamo pausa pranzo qui davanti al sipario di nuvole, inconsapevoli dell’infinita discesa che ci aspetta. Sappiamo di dover scendere per 1100 metri, ma la discesa inizia, e continua per diverso tempo, in modo troppo delicato..

La discesa infinita passa per l’arrivo della funivia, accanto al Rampestreken, una piattaforma che si sporge verso l’esterno per alcuni metri. Da qui, inizia forse la parte più impegnativa del percorso, infiniti scalini e poi ancora discesa ripida fra le radici degli alberi, fino ad arrivare giù in paese. Ginocchia e dita dei piedi chiedevano pietà.

Il percorso in totale ha richiesto circa 7 ore, con le pause, molto faticoso per il dislivello, ma molto bello sia per la vista, sia per le parti in cresta.

Ecco alcuni dettagli del percorso:

Distanza 10.3 km 

Durata 7:00 h 

Salita 960 m 

Discesa 1,202 m

Difficoltà Esperti

Aperto nei mesi di luglio agosto e settembre

Abbiamo ancora un’oretta di strada prima di raggiungere un luogo davvero magico, che ci ospiterà per la notte. Ve lo racconto domani.

“Because in the end, you won’t remember the time you spent working in the office or mowing your lawn. Climb that goddamn mountain.” Jack Kerouac

Giorno 7 – (di cascate, leggende e fattorie abbandonate)

Giorno 7 – 31 luglio 2021

Ci rimettiamo in viaggio, insieme alle pecore che ci accompagnano alla macchina, e imbocchiamo la road n.63 per raggiungere il Geirangerfjord, un fiordo piccolo, se confrontato con i suoi fratelli norvegesi: solo 15 km di lunghezza e 233 metri di profondità. Ma un fiordo di montagne imponenti, di luce che non arriva d’inverno al paese di Geiranger, lasciandolo immerso in quel blu cobalto, quello che ti fa sentire di essere sott’acqua ma senza bombole, tipico degli inverni al circolo polare artico. Il Geirangerfjord si trova nella parte settentrionale di quell’area che viene comunemente chiamata Norvegia dei fiordi, nella regione di Møre og Romsdal, ed è dichiarato patrimonio mondiale dell’Umanità dall’UNESCO, insieme al Nærøyfjord (di cui vi ho parlato qui). E’ già bello ancora prima di raggiungerlo, ammirandolo dall’alto, in questo punto sulla strada, chiamato Ørnesvingen (“La strada delle aquile”).

Ørnesvingen

Qui troviamo una cartina dell’area, che indica un’antica fattoria abbandonata, lungo il fiordo, e raggiungibile solo da un approdo via acqua. Arriviamo a Geiranger cercando una biglietteria in cui cambiare programma (avevamo comprato il giorno prima via web il biglietto per la crociera sul fiordo ma dall’altra parte): ovviamente nessun problema ma il traghetto è in partenza. Lo prendiamo al volo, sono circa le 11 e ancora poca la gente. Ci godiamo il fiordo e le grandi cascate ai nostri lati: per ogni cascata, c’è una leggenda.

Iniziamo dalla cascata delle Sette Sorelle (le sette sorelle piacciono molto ai norvegesi, ci sono anche le montagne delle sette sorelle, più a nord), così chiamata perché formata da sette diversi getti che scendono verso l’acqua del fiordo da circa 240 metri di altezza. Di fronte alle sette sorelle, c’è l’ “eterno pretendente”, cioè il Friaren (Friarfossen) che flirta incessantemente con loro, e di fianco c’è il velo da sposa, Brudesløret, che ai meno romantici sembra in realtà una bottiglia di birra.

Incantati dal fiordo, dalle sorelle con i loro pretendenti ed il velo da sposa, ci rendiamo conto troppo tardi di aver attraccato ad un molo (leggi piccolo scoglio) e di essere già ripartiti, peccato che quello scoglio fosse l’unico punto e approdo per raggiungere la vecchia fattoria.

Ma ehi, siamo in Norvegia, qui sono tutti come Mr. Wolf di Pulp Fiction: chiediamo allo staff della nave di poter rimanere su anche per il prossimo giro, promettendo di stare un attimo più attenti, e così facciamo, chiaramente senza che ci venisse chiesto di pagare l’altra corsa, figuriamoci. E stavolta riusciamo a scendere al “molo”. Ecco il molo:

Scendiamo ma iniziamo subito a salire, sì perché per arrivare alla vecchia fattoria abbandonata ci sono mille scalini spacca gambe che ti portano in quasi verticale a raggiungere i 250 metri slm di Skageflå . Dal sentiero però la vista è bellissima, forse superata solo da quella che si ammira dalla fattoria.

Arrivati in cima, il fiato manca ma la vista e la fattoria ripagano di tutto.

Mentre ci rilassiamo assorbendo ogni silenzio, leggiamo che la fattoria è stata utilizzata attivamente fino al 1918, ospitando 125 capre, 15-16 mucche e due cavalli. D’inverno, però, era fondamentalmente impossibile arrivare fin quassù, e si racconta che il contadino togliesse le scale dalle parti più ripide della salita, quando era atteso l’esattore delle tasse, che quindi, si narra, non arrivò mai a Skageflå. Ma ci arrivarono il re della Norvegia, Harald e la sua regina Sonia, che qui celebrarono le loro nozze d’argento nel 1993.

Avremmo voluto continuare a salire verso l’altra fattoria, Homlongsetra, a 540 mlsm, ma da lì a mezz’ora sarebbe passato l’ultimo traghetto, quindi abbiamo iniziato la discesa verso il molo.

Tornati a Geiranger, proseguiamo sulla road n.63, che si inerpica fino a 1500 m di altitudine per raggiungere la cima del monte Dalsnibba, il punto più alto d’Europa su un fiordo, raggiungibile via strada, da cui c’è una vista pazzesca, dicono. Nella foto quello che dicono ci sia, nel video quello che abbiamo visto noi. PS: qui la temperatura ha raggiunto il valore minimo del nostro viaggio, 3.5 °C.

Dalsnibba view point

Qui a Dalsnibba, immerso nella nebbia, c’era anche questo mezzo, che mi ha raccontato di strade attorno al mondo e storie che vorrei tanto vivere.

Scendiamo e percorriamo un po’ di strade lì attorno, prima di tornare alla nostra cabin fiabesca all’ Hesthaug Gard , unico luogo del viaggio che ci ospiterà per due notti consecutive.

Qual è la tua strada amico?… la strada del santo, la strada del pazzo, la strada dell’arcobaleno, la strada dell’imbecille, qualsiasi strada. È una strada in tutte le direzioni per tutti gli uomini in tutti i modi.
(Jack Kerouac)

Giorno 6 (un road trip è per sempre)

Giorno 6- 30 luglio 2021

Dopo una notte di Sturm und Drang (fuori e dentro di noi), ci svegliamo in una Lom assolata, ma di quel sole piacevole, freddo, che di sicuro non ti fa sudare, e che non è mai invadente, anche se fa le ore piccole. Oggi l’idea è di raggiungere il Geiranger, il fiordo dei fiordi. Ma davanti a noi ci si è messa una strada secondaria, una deviazione dall’itinerario che avevamo in mente, e queste sono esattamente le premesse per qualcosa di straordinario. Quindi, mentre procedevamo sulla road n.15, con l’intenzione di percorrerla fino al bivio con la n.63, che ci avrebbe portato a Geiranger, vediamo, all’altezza del Grotli Høyfjellshotell, uno di quei cartelli marroni con una specie di fiore, che indica Gamle Strynefjellsvegen sulla sinistra. Non guidavo io in quel momento, quindi dico a Paolo, gira gira, gira a sinistra! lui gira, poi mi chiede perché, io dico.. secondo me ne varrà la pena. Pur essendo inclusa fra le 18 scenic route più belle della Norvegia (https://www.nasjonaleturistveger.no/en/routes/gamle-strynefjellsvegen), mi era sfuggita in fase di preparazione dell’itinerario, quindi non avevo idea di cosa fosse, ma sapevo (non chiedetemi perché, il mago non svela i suoi trucchi..) che sarebbe stata bellissima. Ok, forse però, non potevo immaginare sarebbe stata così pazzesca! La Gamle Strynefjellsvegen è la road n.258, costruita alla fine del 19° secolo e a quei tempi sembra di stare quando la si percorre, ancora tutt’oggi. E’ uno di quegli esempi, di cui la Norvegia è piena, di strade meravigliose, che rappresentano la destinazione stessa, se proprio una destinazione si vuole trovare.

Ovviamente ci fermiamo ad ogni curva, siamo circondati da bellezza pura e non sappiamo come gestirla!

In un punto, ci incamminiamo un pò oltre la strada, verso un laghetto glaciale, ci sono tanti artic cotton che mi chiamano e io non posso passare senza portare loro un saluto.

Siamo completamente soli in un luogo magico, fatto di laghetto blu, montagne silenziose ma possenti, artic cotton, hytte minuscoli immersi in un paesaggio da fiaba, e, come spesso mi accade nei paesi artici, penso che la bellezza dei luoghi venga potenziata dall’assenza di esseri umani. Mando qualche foto ai miei, e mia mamma risponde: “ma è disabitata la Norvegia?”. E dico, si mamma, ci sono 5 milioni di persone in un’area grande il 25% in più dell’Italia, e soprattutto, i loro magnifici luoghi vengono lasciati intatti. Vi immaginate qui, con il bar che sforna birre medie e patatine e despacito a tutto volume? Oddio, oddio.

Aspetta, ritorno ad ascoltare quel silenzio così rumoroso, dentro di noi.

I miei compagni di viaggio sono estasiati quanto me, ma io detengo il ruolo di quella che ad un certo punto li richiama alla realtà.. so quanto ancora ci aspetta e non voglio perdermi nulla! E quindi solitamente, sbotto con un “andiamo ragazzi, the best is yet to come

Riprendiamo la strada, e guardate che strada.

Poi eccola, la neve! e non sulle montagne ma a bordo lago. Ovviamente, mi ci sono buttata come le api sul miele.

Guardate come siamo in estasi io e David (Bowie, ndr).

La meravigliosa Gamle Strynefjellsvegen termina poco prima del villaggio di Stryn (che si intravede in fondo alla valle, nella foto), un villaggio molto grande (misure norvegesi) con troppa gente, che attraversiamo solamente per arrivare al Lovatnet, un lago color smeraldo, ai piedi dello Jostedalsbreen, in particolare al ramo chiamato Kjendalsbreen.

Arrivati a Lovatnet, abbiamo percorso tutto il perimetro percorribile del lago su quelle solite bellissime e strettissime stradine appiccicate al lato della montagna: il colore di quest’acqua è davvero verde artico-smeraldo, tutta colpa del ghiaccio!

Proseguendo ancora, si raggiunge la fine della stradina lungo lago, da cui o si torna indietro, oppure si imbocca una strada molto sterrata (!) che porta proprio davanti allo Kjendalsbreen, trovandosi fondamentalmente dalla parte opposta, rispetto a ieri, di questo enorme ghiacciaio che è lo Jostedalsbreen. Si raggiunge un parcheggio, con una cassettina, dove vengono chiesti 50 nok (circa 5 euro) per la conservazione del luogo.

Kjendalsbreen

Dal parcheggio, si cammina una ventina di minuti fino a trovarsi proprio sotto di lui, ed è il solito vento forte e freddo ad aprirci la porta.

La giornata è quasi finita, ci dirigiamo verso Eidsdal, dove rimarremo questa notte. A Stryn sbagliamo strada, ed invece che riprendere la n.15 e salire verso Geiranger, imbocchiamo la n. 60, e va bene così, perché abbiamo guadagnato 2 ore di strada diversa! Ad un certo punto ci accorgiamo che ops, ci sono non uno ma ben due traghetti da prendere: that’s Norway!

Nel frattempo, superiamo il 62° parallelo nord!

Su uno di questi due traghetti, accade una cosa incredibile: scendo al bar a prendere una Coca, ma non c’è nessuno. Attendo. Ad un certo punto, arriva un ragazzo, si prende un panino dallo scaffale e…paga alla cassa automatica. Tutto libero, tutti onesti.

L’hytte di stanotte sarà l’unico, in tutto il viaggio, ad ospitarci per due sere consecutive, ed è una piccola gemma, dove rintanarsi e riprendersi il bello di noi stessi: si chiama Hesthaug Gard, in mezzo alle montagne sopra il Geiranger e tante pecore.

La temperatura è sotto i dieci gradi, e dentro l’hytte manca solo Nonna Papera.

Solo i demoni percorrono strade diritte.

(Antoni Gaudi)

Giorno 5 (ice ice baby)

Giorno 5 – 29 luglio 2021

Ho trascorso la notte in mezzo alla mia tempesta (fuori il tempo era calmo, Thor forse non aveva nulla da dire o era assopito, ma io no). Non vi ho ancora confessato una cosa dei miei viaggi: dormo pochissimo, e considerando tutte le cose che faccio di giorno, torno stanchissima! ma in realtà ricostruita, restaurata, nuova, più bella (per dormire ho l’eternità, mentre per vivere, come intendo io, ho davvero poco, quindi perché sprecare tempo quando il mondo è grandissimo e ancora di più, meraviglioso?) La stessa cosa mi capitò durante la mia prima (di due, per ora) esperienze di volontariato in un ospedale in Tanzania: esperienza che mi ha rivoltato come un calzino, segnata (come i tatoo, ma senza inchiostro), radicalmente smossa. In ogni caso (difficile non iniziare a parlare di Bukumbi..), la sera, quando mi coricavo dopo 12-14 ore di lavoro ininterrotto, posando la testa sul cuscino risalivano violentemente tutti i pensieri sulle cose fantastiche che avevo fatto quel giorno, tutte le persone che avevo realmente aiutato, curato, i sorrisi che avevo creato, le cose che avevo imparato, il modo in cui quella giornata mi aveva cambiato. Inoltre, la casa in cui dormivo aveva grandi finestre provviste solo di zanzariera, e molto poco muro, ed il mondo animale là fuori, nel nulla pieno di tutto, si faceva delle gran feste tutta la notte, insieme ai miei pensieri. In viaggio succede un po’ la stessa cosa: quando mi fermo, i pensieri mi raggiungono: in viaggio non aiuto né curo nessuno, mi occupo solo di me stessa, nel modo per me più efficace.

Inoltre, esattamente come la notte di Santa Lucia, in cui sbirciavo costantemente per scovarla mentre mi portava i regali, con la stessa trepida attesa aspettavo il nuovo giorno perché sarei tornata sul signor ghiacciaio, per la seconda volta, dopo il Vatnajökull in Islanda. E’ il mio posto, il mio clima, il mio regale rifugio.

La strada verso Gjerde, ai piedi dello Jostedalsbreen (breen = ghiacciaio), una volta lasciato il Lustrafjord, diventa la road 604, che scava la montagna fino ad arrivare ad uno dei bracci glaciali, il Nigardsbreen, meta del Blue ice hike che stiamo per fare oggi! Lo Jostedalsbreen è il ghiacciaio più grande della Norvegia ma anche dell’intera Europa continentale e costituisce ciò che resta dell’enorme ghiacciaio che circa 10.000 anni fa copriva l’intera Scandinavia: in alcuni punti, lo spessore arriva a 600 m, anche se viene mantenuto più dalle abbondanti precipitazioni nevose che dalle basse temperature, ahimè.

Dopo circa 40 km, iniziamo a scorgere il Nigardsbreen! Che potenza.

Poco prima del punto in cui lasciare la macchina e iniziare l’hike, troviamo il Breheimsenteret Glacier center, sede di esposizioni di foto del ghiacciaio, di un bar e ristorante, e dove abbiamo ritirato il pranzo, da portarci sul ghiacciaio. Noi abbiamo fatto l’hike con la Jostedalen Breførarlag, con cui ci siamo trovati benissimo, quindi affidatevi a loro e godetevi il ghiaccio, anche se ne avete un po’ timore. Io lo avevo già fatto in Islanda, appunto, poi rivelatasi una passeggiatina sul lungomare rispetto a questo, mentre per il mio compagno di hike era la prima volta, ma con Michel è stato tutto semplice. Già, Michel, una di quelle belle anime che entrano nella mia vita in viaggio, e so che non ne usciranno più. Michel è stata la nostra guida per queste sei ore indimenticabili, e si è preso cura di noi in ogni aspetto e istante, peraltro eravamo solo noi due quindi è stato ancora più fantastico. Appena arrivato, abbiamo iniziato a verificare l’attrezzatura: quando si prenota, viene specificato di dover essere forniti di abbigliamento e scarpe adeguate, ma in realtà avevano di tutto da fornire, in caso di bisogno. Recuperiamo ramponi, casco, piccozza e corde e siamo pronti per andare!

Si inizia con una signora caronte che ci traghetta verso il ghiacciaio, sul lago che si forma dal suo scioglimento, inesistente fino a 10 anni fa (meditate..). Poi si inizia ad avvicinarsi al ghiaccio, su un sentiero ricavato dalla roccia rimasta, man mano che il ghiaccio si è ritirato: la roccia è a tratti molto liscia, per effetto dei detriti che hanno agito sulle sue pareti. Attraversiamo un ponticello bellissimo, sotto di noi l’acqua proveniente dal ghiacciaio è non poco arrabbiata. E non solo l’acqua, perché man mano che ci avviciniamo, si alza il vento del nord, si alza un vento freddo che senti eccome, non puoi non accorgertene.. un po’ come dire, ehi, ti sto aprendo le porte di casa mia, ma rispetto, neh.

E poi arriviamo ai suoi piedi: non so voi, ma il ghiacciaio è una delle cose pazzesche della natura che più mi affascina. Ok, io non provo nulla di fronte ad una foresta tropicale o ad una spiaggia di un’isola deserta, mentre mi si accende il cuore davanti ad una montagna, magari immersa nell’oceano, o davanti alla neve. Ma accensioni di cuore a parte, il ghiacciaio mi induce timore reverenziale e profondo rispetto: resistere ad un pianeta forno come il nostro, con la manopola dei gradi sempre un po’ più girata verso l’alto, è da fighi. Punto. E quindi mi trovo lì, con un piede sulla montagna e uno sul primo suo lembo di ghiaccio, lo zerbino di casa Nigardsbreen, insomma, e già tremo un po’ nel mettere i ramponi e l’imbrago (e non di paura).

Non puoi spiegare un ghiacciaio a chi non ha gli occhi pieni di stupore, neve e gratitudine.

(F. Caramagna)

Siamo sul ghiaccio! E ci rimarremo più di 4 ore ore pazzesche. Perché questa volta non è stato come passeggiare sul lungomare, sul Vatnajökull, qui abbiamo camminato vicino a crepacci, buchi, formazioni incredibili, siamo saliti fino in cima, alla fine della esse che si scorgeva da lontano, e lì abbiamo pranzato, completamente soli. Solo il rumore sotto di noi, perché non c’è nulla di più vivo del ghiaccio. Io lassù ho dimenticato tutto, perché ero felice.

La fuga nel paesaggio è sospetta. I ghiacciai sono troppo grandi, perché vi si riesca a pensare quanto sono piccoli gli uomini. Ma gli uomini sono sufficientemente piccoli perché in mezzo a loro si riesca a pensare quanto sono grandi i ghiacciai. Bisogna usare gli uomini per questo e non i ghiacciai per quell’altro fine.

(K. Kraus)

E poi ho anche scalato una piccola parete! Prima volta nella vita, ma con un istruttore come Michel sembrava tutto semplice: è tedesco, e ha studiato per diventare guida artica alle Svalbard, direi che non c’è da aggiungere altro. Michel quindi ci spiega: gambe larghe, piede a triangolo per puntare bene il rampone sul ghiaccio, picconata a destra, poi a sinistra, poi gamba destra/sinistra.. e sono arrivata sino in cima.

E poi, che bellezza lasciarsi andare nel vuoto, per scendere. Michel, Can I do it again? And again? Alla terza volta non sentivo più le braccia ma tutto il resto urlava di bello.

Purtroppo arriva l’ora di salutare il ghiaccio, togliere i ramponi e l’imbrago, e pure la giacca, perché fa caldo, senza ghiaccio. Ok ciao, me ne vado.. ma solo fino alla prossima volta.

Risaliamo in macchina, salutando Michel (fino al prossimo ghiacciaio). E penso: se anche il viaggio dovesse finire stasera, con questa giornata sarei già molto felice e soddisfatta, vale un viaggio! Ehi ma.. non finisce domani! ed in realtà nemmeno la giornata è finita, figuriamoci. Qui siamo accesi finché c’è luce, siamo sincroni con il sole, che non va praticamente mai a dormire, appunto. Stasera dormiremo a Lom, ma oramai lo sapete.. avevamo ancora molta strada da fare, davanti a noi, senza valige ammucchiate sul marciapiede, ma zaini nel baule, quindi c’è vita. E la vita di stasera è la road n.55, un’altra delle 18 scenic route più belle della Norvegia, la Sognefjellet, che porta al passo più alto dell’Europa del Nord, 1434 metri. C’è la neve qui, anche d’estate. E d’inverno ne cade talmente tanta che le enormi masse che si formano rendono impossibile percorrerla, quindi viene chiusa fino all’inizio della primavera, ed in questo periodo è delimitata ai lati da muri di neve alti più di 10 metri. Quindi dovrò assolutamente tornare per vederla in questo periodo, e per ripercorrerla nel senso opposto, perché, ok.. è tutto uguale, ma anche tutto diverso. Capite perché non ami i viaggi compulsivi, quelli della ring road in Islanda e sei già soddisfatto, e puoi mettere la spunta sul numero di paesi visti, o quelli stile Vietnam-Cambogia-Laos in 20 giorni? Le terre vanno conosciute a fondo, le persone anche di più, per coglierne i dettagli, non il riassunto! (imo, ovviamente). All’inizio della 55, poco dopo Fortun, troviamo un bel gruppo di pecore, e io amo le pecore.. vuoi passare senza salutare? ma va. Solitamente, le pecore incontrate qui al nord sono diffidenti, ti studiano molto, si avvicinano a fatica.. questa mamma pecora mi ha limonato per ..sempre, fino a quando sono scappata in macchina!

Sognefjellet

E anche i due cuccioli non erano da meno. Quindi, in Islanda le pecore girano sempre in gruppi di tre (mamma e due cuccioli), in Norvegia pure ma sono molto più coccolosi.

Dopo essere fuggiti dalla pecore affettuose, saliamo ancora, ed ecco qui: ci sono 5-6° C e tanta bellezza.

Lungo la strada si trovano molti di quei dolmen di pietre, e dovunque c’è scritto di non distruggerli (serve scriverlo??) né di costruirne di nuovi, perché sono molto antichi: i contadini e i mercanti che volevano attraversare la Sognefjellet nei tempi addietro, dovevano mettere in conto di avere a che fare con i molti nomadi e vagabondi, un po’ briganti, che vivevano quassù, per cui i dolmen più alti servivano alle persone per nascondersi.

Quindi, esistevano pure i briganti norvegesi..

Arriviamo a Lom, e il nostro hytte di stasera è degno della giornata: inerpicato alla fine di una ripida strada sterrata, oltre il quale puoi solo pensare ci sia nulla, e invece.

Stanotte Thor è davvero furioso, e io mi godo tutta la pioggia torrenziale dentro questo piccolo hytte, tanto.. chi dorme dopo una giornata così?

Il giorno dopo, come spesso accade a queste latitudini, ci siamo svegliati in un luogo diverso.

Viaggiare è essere infedeli. Siatelo senza rimorsi. Dimenticate i vostri amici per degli sconosciuti.

(P. Morand)

Giorno 4 (dillo con i fiordi)

Giorno 4 – 28 luglio 2021

Lærdalsøyri ci aveva molto colpito, ma eravamo troppo affamati, senza cibo in macchina e troppo in ritardo sugli orari norvegesi delle cene fuori (ore 18, se fanno le ore piccole raggiungono le 19) per gustarcelo come meritava, quindi ci siamo tornati il mattino dopo, e direi che è stata una scelta saggia. Non è delizioso? Un pò Far West, ma decisamente meno caldo. 161 case di legno, costruite fra il 1700 ed il 1800, regolarmente abitate.

Si riparte, destinazione: godersi il fiordo, il Sognefjord in particolare: esso è definito il re dei fiordi, dai norvegesi (Fjordenes konge), essendo il più lungo della Norvegia. Nel mondo, solo il Scoresby Sund in Groenlandia lo batte in lunghezza (350 km). Il Sognefjord è anche il più profondo della Norvegia, con un numero impressionante: milletrecentootto metri di profondità!

A proposito di fiordi: fjord in norvegese, o fjörður in islandese, significa “approdo”, e fara in norreno significa “andare, viaggiare”. C’è anche chi dice che significhi “passare attraverso”: per tutti, è un braccio di mare che si insinua profondamente nella costa, anche per vari chilometri, fino a più di 200 in Norvegia, appunto, inondando un’antica valle glaciale. In sostanza, il ghiacciaio che si estende al di sotto dell’attuale livello del mare, quando si ritrae, lascia lo spazio al mare, che riempie la vallata incisa dal ghiacciaio, con la tipica valle a forma di U. Spesso le montagne che lo circondano sono maestose, e lo spettacolo che ne deriva pazzesco: pensate in inverno, quando succede anche che si ghiaccino (fenomeno raro per le acque marine), data anche la scarsa quantità di sale presente e anche perché alcuni sono sempre in ombra. In Norvegia ci sono 1190 fiordi! La vista migliore di questi incredibili regali della Natura è dall’alto (come avete visto nell’hiking di ieri), e come sempre, Kerouac aveva ragione: climb that goddam mountain!

Zoomando sulla mappa potete rendervi conto della lunghezza di questo incredibile fiordo, che noi abbiamo percorso fino a Balestrand. Già, Balestrand.

road n.55 – Sognefjord

Non ricordo dove abbia letto di Balestrand, che non trovate menzionato, come luogo particolare, nelle normali guide. Ma fortunatamente, da qualche parte l’ho letto, perché in questo piccolo villaggio di poco più di 1000 abitanti, io ho trovato un pò di magia. Ma andiamo con ordine. Come vedete dalla cartina, per raggiungere Balestrand, da Lærdalsøyri, è necessario prendere un traghetto, una decina di km dopo, per attraversare un ramo del Sognefjord: i traghetti qui sono frequenti come la U-bahn a Berlino, a parte alcuni tratti. Del mondo dei traghetti, che sono un pò la continuazione ideale delle strade, in una terra con più di 1000 fiordi, vi parlerò a fine itinerario, in un articolo in cui troverete tutte le info pratiche, per viaggiare come me, anche senza di me! Il tratto di road n.55 è una piccola striscia di asfalto sulla roccia, e la segue in ogni sua curva. Ah, le strade qui sono fantastiche, la strada è il viaggio.

Qui sotto vi mostro una delle casette dove ho lasciato il cuore (ma alla fine ne ho scelta una, vedrete): fortunati Britt, Hanna e Marte!

Arriviamo a Balestrand: cosa c’è di bello da vedere li? Nei miei luoghi, questa domanda ha davvero poco senso. Amo i luoghi dove non ci sono per forza cose da vedere, ma dove ci sono cose da sentire, luoghi da annusare, sensazioni da percepire, silenzi da ammirare.

E cosa ti rispondo?

Molo di Balestrand

Qui ero sola, se con solitudine descriviamo l’assenza di esseri umani.

Ma questi sono i miei luoghi.

Inutile dire che a Balestrand ho lasciato uno dei miei pezzettini di cuore.

Ma in realtà, tornando verso la macchina, abbiamo trovato ancora un pò di magia.

Entriamo in quella che sembra una galleria d’arte (molti artisti, non solo norvegesi, si sono ritrovati qui a Balestrand, negli anni, a dipingere l’incanto che ti circonda, qui). Ed in effetti, è una galleria d’arte, nel piano di sotto, mentre al piano di sopra ospita antichi oggetti fra i quali diari, vecchi mobili, cartoline, pezzi di vita trovati nell’area e in questa casa stessa, dagli artisti Bjørg Bjøberg & Arthur Adamsone, che scelsero di rilevarla: è detta golden house (è infatti una costruzione gialla in legno), con una cupola di vetro in cima, costruita per vedere bene tutto il fiordo attorno.

Mentre curiosiamo in questa strana casa, una signora ci viene incontro, ci chiede cosa ne pensiamo, inizia a raccontarci (è la moglie di uno dei due artisti), le chiediamo come salire alla cupola, perché non trovavamo la scala, ci risponde: di qui. E apre una porta segreta, con una chiave, che porta ad un piccolo angolo pieno di lambicchi e vetreria chimica! La casa infatti, prima di essere una galleria d’arte, ospitava una farmacia.

In questo piccolo angolo chimico, c’è questa anta di legno, con la scritta dell’antica farmacia, che la signora apre, e ti aspetti un armadietto e invece..e invece da li ho messo in tasca il telefono e vissuto la magia di porte invisibili che si aprivano, portandoti in luoghi pieni di stelle e bacchette magiche, e chiavi da cercare.

Andateci!

Qui sotto la foto della cupola di vetro, e come al solito io immagino questi posti d’inverno.

Ripartiamo, la meta di oggi è Solvorn, sul Lustrafjord, il ramo più interno e lontano dal mare del Sognefjord. Ma come sapete, prima della meta ci sono tante strade e stasera entriamo nel mondo delle Stavkirke! Se durante il Medioevo in molte parti d’Europa vennero costruite immense cattedrali di pietra, in Norvegia si utilizzò una tecnica simile per le costruzioni in legno, visto che i vichinghi erano così bravi nel maneggiarlo, ed esse sono un simbolo di questo paese (fra i vari). Stav indica i pali angolari, che le caratterizza, oltre al legno ovviamente. Risalendo il fiordo, come potete vedere dalla mappa alla fine dell’articolo, raggiungiamo Solvorn, dal quale si prende un rapidissimo traghetto (10 minuti) per raggiungere l’altra sponda del fiordo, dove si trova la stavkirke di Urnes, la più antica tra le chiese di legno della Norvegia. Urnes, che è inclusa nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’ UNESCO, venne costruita intorno al 1130. Da qualche parte consigliano di noleggiare la bici, traghettare in bici e raggiungere la chiesa. Noi arriviamo un pò tardi (come sempre), 15 minuti prima dell’ultimo traghetto verso Urnes, un’ora e 20 prima dell’ultimo per il ritorno. Le bici si noleggiano presso questo ostello, dove ci consigliano di rimandare al giorno dopo, visti i tempi ristretti e vista soprattutto la salita alla stavkirke, che definiscono demanding. Ma noi stoici, soprattutto con un sacco di cose da fare il giorno dopo, non ascoltiamo i saggi consigli norvegesi e procediamo. Risultato: fatta la salita tutta a piedi, perché anche con il cambio più basso era impossibile! (per me)

Come ho fatto a dubitare dei norvegesi, come.

La giornata è, forse, finita, non ci rimane che raggiungere la nostra casetta di stasera..ma.. troviamo uno dei posti più incantevoli del viaggio, e non solo! Hytte bellissimo, posizione e vista..da non voler mai più andarsene (e per chi non sta mai fermo come me è una sensazione strana!).

Ecco il Lyngmo Hytter, ad Hafslo, affacciato su Hafslovatnet (vatnet = lago). Non so quanto sia rimasta lì fuori seduta, non so.

„Tutto bene?, chiese l’uomo. Il bambino annuì. Poi si incamminarono sull’asfalto in una luce di piombo, strusciando i piedi nella cenere, l’uno il mondo intero dell’altro.“

Giorno 3 (di vichinghi e artic cotton)

Giorno 3 – 27 luglio 2021

Dopo una ricca colazione fuori dal nostro hytte, dutante la quale prendo nota di questa ricetta norvegese per preparare la cioccolata calda con cannella e peperoncino, la carovana riparte!

Prossima tappa: Gudvangen, alla fine (o inizio) del fiordo più stretto della Norvegia, il NÆRØYFJORD: lungo 17 km, nel punto più stretto, è largo solo 250 m! E’ forse il ramo più selvaggio del Sognefjord, con montagne alte 1200 m a picco nelle sue acque blu ed un particolare sistema per la protezione dalle valanghe, proprio sopra il villaggio. Qui la leggenda locale narra che le valanghe più rovinose possano trascinare un gregge di capre dall’altra parte del fiordo! A Gudvangen, la visione sul fiordo è limitata, proprio perché su un punto stretto di un fiordo stretto, che sicuramente dall’alto appare in tutta la sua meraviglia. C’è un villaggio vichingo che decidiamo di visitare, quei posti da dove sarei fuggita in tempi normali, con tanta gente dentro, ma siamo in tipo tre persone più noi per cui ci facciamo un giro, decidendo di ascoltare la guida “vichinga”: e facciamo bene, perché ci racconta cose interessanti, anche se la gallina del villaggio sta covando e fa una confusione pazzesca.

Ed ecco le prime rivelazioni: i vichinghi non indossavano elmi con le corna! Pare venisse indossato solo durante cerimonie e feste, mentre gozzovigliavano sorseggiando il sidro, ma per colpa di alcuni pittori, che iniziarono a dipingerli in questo modo, nacque l’equivoco. Erano sicuramente protetti dal capo ai piedi, ma soprattutto armati: coltelli, asce, lance.

Avevano imparato a costruire le loro imbarcazioni con maestria e sapienza uniche per quell’era, così da ottenere barche agili, per essere condotte anche in solitaria, ma abbastanza resistenti, per scorrazzare in Gran Bretagna, Francia, Sicilia e non solo: vengono riconosciuti come i primi europei a raggiungere il NordAmerica (parliamo dell’epoca compresa fra l’anno 793 e l’anno 1066!).

Non vestivano sempre di colori grigi e tristi, così come vengono rappresentati nelle serie televisive, ma amavano colorare la loro lana, e pettinarla. Ottenevano le lane colorate per infusione in sorta di tisane al gusto di varie specie vegetali, ma per il colore blu c’era un solo metodo, l’ammoniaca. Purtroppo, non si trovava in vendita nei supermercati, per cui utilizzavano, come fonte di ammoniaca, l’urina, con immersioni a 70°C, che emanavano un olezzo tale da essere relegate alle estremità del villaggio. Sono anche noti come popolazione estremamente pulita, si lavavano più di qualsiasi altra a quell’epoca (si dice almeno un bagno a settimana).

Ho provato a lanciare con l’arco (mai fatto prima), e scoperto che non è semplice come sembra: o forse ero solo troppo distratta dal vichingo maestro, di cui mi sono un po’ innamorata.

Ripartiamo da Gudvangen, ci aspettano un altro hiking e un’altra delle scenic route, scelte dal sito di cui vi ho già parlato (https://www.nasjonaleturistveger.no/en/routes). Imbocchiamo quindi la E16 e raggiungiamo lo Stegastein, viewpoint molto famoso (una piattaforma che si allontana dalla montagna per 30 metri, a 650 metri di altezza sull’ Aurlandsfjord): ci fermiamo giusto perché è sulla strada verso i nostri obiettivi. E la sensazione è quella prevista: vista bellissima, senza dubbio, ma non certo all’altezza di quella che avremo, più tardi, dopo due ore di salita toglifiato! Prima di tutto, perché allo Stegastein c’è il mondo (una ventina di persone sulla piattafiorma, quando siamo arrivati noi), mentre lungo l’hiking abbiamo incontrato 5 persone, ma in direzione opposta, quindi in cima eravamo solo noi, il fiordo, la montagna e la bandiera norvegese; secondariamente, perché ottenere qualcosa di così spettacolare con la fatica è il livello pro delle meraviglie. Io sto con Kerouac, sempre (a lui dedicata la frase di fine articolo).

IL punto di partenza dell’hiking al monte Prest è qui, e quando arriviamo noi, ci sono solo un paio di macchine: il percorso promette già bene. Il tempo meno (pioviggina e il cielo è grigio scuro), ma non è certo una ragione sufficiente per non salire! Come dicono da queste parti, “ non esiste il tempo brutto, ma solo l’abbigliamento sbagliato”, e noi abbiamo quello giusto, indispensabile, a queste latitudini, per non perdersi nulla per colpa di un po’ di pioggia (sarebbe un peccato mortale). Dopo una ventina di minuti di salita, l’altezza è tale per iniziare a scorgere l’Aurlandsfjord, sotto di noi: poi il sentiero si inerpica, ripido e in costa, e più manca il fiato, più la vista è pazzesca. La pioggia a tratti aumenta di intensità, a tratti smette, in cima il vento è forte, e anche noi lo siamo un po’ di più, dopo aver raggiunto la vetta. Che magia.

Qui alcune info pratiche sull’hiking al monte Prest: https://www.outdooractive.com/en/route/hiking-route/aurland/prest/56037545/#dmdtab=oax-tab1, straconsigliato!

Scesi dalla cima, ripartiamo. La giornata non è ancora finita, e per fortuna che in questo periodo la luce non manca mai: questo ci permette di fare tante imperdibili esperienze.

La meta finale di oggi è Lærdalsøyri, ma è poco importante (come lo è ogni meta): la cosa bella è la strada spettacolare che ci aspetta ora, la 5627, detta Aurlandsfjellet (fjellet, in  norvegese, significa montagna, e in wolfese significa che sarà bellissimo). 50 km di rara bellezza, fatta di una strada stretta in mezzo al nulla, riempito di montagne, artic cotton e neve (tre macchine incrociate). La strada infatti è chiamata anche snow road (Snovegen, vegen è la strada norvegese), in quanto la neve resiste tutta l’estate, resiste al nostro pianeta surriscaldato. Il punto più alto è a 1306 metri, ed è una strada chiusa d’inverno. Cos’è l’artic cotton? Semplicemente il mio fiore preferito. Sbuca dalla neve che si scioglie, è tipico dei paesi artici ma si trova anche sule nostre Alpi. E’ detto anche cottongrass, ma non c’entra nulla né con il cotone né con l’erba. Prospera in ambienti difficili (mi piace anche per questo), contando anche sulla mancanza di concorrenza, e all’inizio è solo un insignificante bocciolo verde che poi esplode in ciuffi bianchi morbidissimi. Veniva usato dagli Inuit per curare le ferite: ad oggi, può essere usato come avvertimento, per evitare di finire immersi fino alla cinta nell’acqua gelida del ghiacciaio, in quanto cresce tanto da mascherare zone acquose o terreni morbidi. Lo incontrai per la prima volta in Islanda, da cui iniziai a chiamarlo la barba degli elfi (perché gli elfi esistono, o l’artico è molto meno bello di quanto sia realmente). Di seguito potrete toccare con mano (con occhio diciamo, almeno per ora!) le meravigliose sensazioni che vi dà questa strada, e vedere me, che cerco la neve e l’artic cotton come il sacro graal.. e mi sento, incredibilmente, a casa.

Il pezzo di strada dopo Flotane è un pochino meno pazzesco, e ci porta fino al villaggio che ci ospiterà stasera, Lærdalsøyri: la giornata è stata già incredibile, ma il villaggio è una piccola gemma di case di legno del 1700, dove riusciamo addirittura a trovare un ristorante aperto alle 19.30.


Siamo in Norvegia da 2 giorni e qualche ora, ma sembrano settimane: troppe sensazioni forti da gestire.

Qui sotto, la mappa dell’itinerario di oggi e della road n. 5627.

Because in the end, you won’t remember the time you spent in the office or moving your lawn. Climb that goddamn mountain. – Jack Kerouac

Giorno 2 (i silenzi)

Giorno 2 – 26 luglio 2021

Dopo un colazione infinita a Ulvik camping (https://www.hardangerguesthouse.no), ci rimettiamo in strada, direzione Flåm, un villaggio di circa 500 abitanti, nella parte finale dell’Aurlandsfjord, una diramazione del Sognefjord, contea di Vestland. Flåm è conosciuto per le sue profonde vallate, create ad opera dello spesso strato di ghiaccio che è rimasto in questa zona per milioni di anni: l’erosione del ghiacciaio ha fatto sprofondare il terreno, creando queste bellissime gole. Qui è stata costruita una delle linee ferroviarie più ripide del mondo, nota anche come uno dei tratti ferroviari più belli al mondo. Durante il tragitto, ci fermiamo per la spesa, entriamo nel supermercato, e: “oh no! abbiamo dimenticato la mascherina!” “ah no, non si mette qui” (sarà la prima di ennemila volte in qui si ripresenterà questa scena durante il viaggio). I supermercati norvegesi sono pieni di cose deliziose e ipercolesterolemiche, come la maionese al lime e jalapenos, della quale siamo diventati profondi sostenitori, ma la mia attenzione si rivolge immediatamente alla ricerca dei rotolini morbidi alla cannella (Gifflar), di cui sono totalmente dipendente, senza speranza di uscirne, e da cui ero in crisi d’astinenza, dopo che all’Ikea non arrivano più! C’è pure la mia birra preferita. (poi ok, ci sono pure improbabili formaggi all’ananas, al bacon in tubetto, amatriciana in lattina, che non ho avuto il coraggio di fotografare).

Arriviamo a Flåm, che è davvero un villaggio sonnolente e delizioso, e ci dirigiamo alla piccola stazione, dove prendiamo i biglietti per la prossima corsa: in questo momento non ci sono molti viaggiatori, per cui ci sono posti a sufficienza e non è stato necessario prenotare (www.visitflam.com) . Il treno sembra un pò l’oriente express.

Una volta partito il treno, appare subito fondamentale scegliersi un finestrino, tirarlo giù completamente e rimanere appesi lì, incollati per ammirare questa valle meravigliosa all’interno della quale il treno passa, come Giona nel ventre della balena.

Il percorso si snoda su per 867 metri di dislivello in un’ora circa, con una pendenza del 5.5% per circa l’80% del viaggio, fino alla stazione di Myrdal, da dove passa anche la linea Oslo – Bergen.

Il National Geographic ha nominato la Flåmsbana come una delle 10 linee ferroviarie più belle del mondo, mentre la Lonely Planet l’ha definita nel 2014 come LA linea ferroviaria più spettacolare e credetemi, le foto non riescono a rendere la bellezza di questo viaggio. Durante il percorso, c’è anche una sosta per ammirare una cascata (niente di che), dove una ballerina spunta dall’alto vestita di rosso muovendosi al ritmo di un pezzo bucolico: non vale la discesa dal treno, e infatti sono rimasta su e, approfittando del fatto che fossero tutti scesi, mi sono accaparrata un finestrino migliore!

Rientrati a Flåm, iniziamo il primo dei (nonlihocontati) hiking del viaggio: la Norvegia dall’alto è imperdibile! Ho trovato spunti interessantissimi, relativamente agli hiking, su questo sito: https://www.outdooractive.com : troverete descrizione precise in termini di pendenza, tempo di percorrenza, difficoltà e indicazioni precise del punto di partenza, molto utile per quei percorsi poco battuti (i miei preferiti),per i quali il punto di partenza è un certo albero, lì giù dalla strada, 3 metri e mezzo a sinistra del sassolino a forma di alce. E non c’è un parcheggio pieno che può aiutarvi a capire!

Anche in questo caso, sbagliamo direzione un paio di volte prima di imboccare la strada giusta, che inizia con una piccola strada locale, poco trafficata per poi congiungersi ad una pista ciclabile, che costeggia il fiordo. La passeggiata è tranquilla e senza dislivello, se escludiamo la salita finale. Siamo soli, sensazione pazzesca e comune in Norvegia, se si sta lontani dai vari Preikestolen e affini. Il cielo è grigio, il fiordo sembra una lastra metallica, è tutto fermo, tranne dentro di me! Soprattutto quando vedo le casette fantastiche, isolate, quadrate, di legno a picco sul fiordo.

Dopo la salita finale, si arriva alla Otternes Farmyard, un’antica fattoria norvegese con casette risalenti al 1700, apparentemente abbandonata, ma che (scopriremo troppo tardi) invece ospita un ristorante last minute, nel senso che funziona solo su prenotazione e per 2/4 ospiti al massimo. Da qui la vista è fantastica, la pace norvegese mi invade, mi siedo lì davanti al bello e non vorrei più scendere.

Ad un certo punto, forse solo la fame riesce a smuoverci da questo primo di mille luoghi magici che la Norvegia ci regalerà, per cui rientriamo alla base, che stasera sarà il Flåm camping (https://www.flaam-camping.no/), e guardate che bella casetta abbiamo! Il fiordo è un pò distante, ma siamo immersi fra le montagne, i gradi Celsius superano di poco i 10 e le persone attorno a noi non fanno rumore: il camping è quasi pieno, eppure nessuno osa infrangere il silenzio.

La maggior parte delle sistemazioni che sceglieremo sono hytta: con questo termine, i norvegesi indicano la loro casa delle vacanze, situata di solito sulla costa o fra le montagne. Fino a pochi anni fa, hytta era rigorosamente una casetta spartana, senza acqua né elettricità, quasi sempre raggiungibile solo percorrendo un tratto a piedi, con il bagno esterno (utedass) e completamente immerse nella natura, dimensione essenziale per i norvegesi. I nostri hytter sono esattamente così, a parte l’elettricità e la macchina vicina. E questo ci permette di comprendere appieno la vera passione dei norvegesi per la vita all’aria aperta. “Ut på tur, aldri sur“, dicono, che in italiano diventerebbe qualcosa come “Zaino in spalla, andiamo in gita! Ci sorride già la vita”: come posso non amarli follemente?

Ecco il percorso (breve) di oggi

PS: se volete far bella figura con i norvegesi e soprattutto farvi capire, ricordate che la å, che è l’ultima lettera del loro alfabeto, si legge o, quindi oggi siamo stati a Flom.

Quando vivi in un luogo a lungo, diventi cieco perché non osservi più nulla. Io viaggio per non diventare cieco.

(Josef Koudelka)

Giorno 1 (ciao, sono tornata, per la terza volta)

Giorno 1 – 25 luglio 2021

Atterrare nel nord è sempre un’esperienza fantastica. Atterrare a Bergen significa vedere tante briciole di terra buttate da qualcuno, lassù in cielo, nell’oceano. Siamo (di nuovo) in Norvegia.

Subito rimaniamo stupiti, ma non troppo (vista l’analoga esperienza dell’anno scorso), dal vedere le persone in aeroporto, viaggiatori e vari operatori, senza mascherina. Ovviamente a nessun essere pensante può venire in mente che in Norvegia non vengano rispettate le regole, e scopriremo quindi che qui la mascherina non è più obbligatoria nemmeno nei luoghi pubblici al chiuso (lo sarà mai stata?). Ma attenzione, sono maniacali nel rispettare le distanze, nella disinfezione delle mani e nei bagni simpatici.

Se vi capiterà di incontrare, in Norvegia, delle persone vicine fra loro, senza mascherina, saprete di sicuro essere conviventi. Inoltre, il concetto di starsi addosso l’uno all’altro non esiste nella cultura norvegese, profondo rispetto per lo spazio vitale di ognuno (la signora che all’Esselunga ti sta così addosso da leggerti i messaggi sul tuo telefono, e annusarti l’alito, muta).

Cerchiamo la Hertz: è chiusa, saracinesca abbassata, bigliettino sulla parete: “per ritirare la macchina, chiamateci a questo numero” (quelle cose che ci fanno capire una cosa bellissima, e cioè che i viaggiatori saranno pochi, e mai dubitare di un disservizio… viene da ridere solo al pensiero!). 4’27” dopo, si presenta l’operatrice: a differenza di quanto viene segnalato dal sito di Rental Cars, ci danno la possibilità di pagare con una carta di credito diversa da quella utilizzata per la prenotazione e non per forza appartenente al driver principale. Però.. non accettano il pagamento se non con codice (quello usato per prelevare contante, per intenderci), quindi partite muniti di codice! Come anche l’anno scorso, la macchina è di gran lunga migliore di quanto scelto in fase di prenotazione (cioè sempre quella che costa meno): più grande, cambio automatico, 5 e non 3 porte. Si parte per Bergen, distante circa 20 km dall’aeroporto. Ci sono quasi 30°C (anche se senza umidità) e io sono un po’ scioccata. Ci immergiamo in Bryggen (“molo” in norvegese), lo storico quartiere antico, costituito da 280 casette di legno colorato, una accanto all’altra, che avrete tutti visto su qualche foto.

Nel 1702 ci fu un incendio che distrusse gran parte dell’area, per cui gli edifici vennero ricostruiti ma circa un quarto di essi sono ancora gli originali. Bryggen è stato classificato dall’UNESCO tra i patrimoni dell’umanità. In effetti è molto piacevole, così come il fishmarket che incontriamo, dove pranziamo con un panino con l’alce davvero squisito e preparato al momento (non puoi avere fretta, in Norvegia, non esiste qui, la fretta).

A proposito di alce e lingue straniere, il venerdì i norvegesi dicono “God helg!” – buon weekend – ma attenzione, nel caso vogliate imitarli, ad accentuare l’acca aspirata, onde evitare di augurare loro “buon alce”. Un po’ come l’acca aspirata inglese, che, se non pronunciata, vi fa dire che avete mangiato i gatti invece di dire che li odiate (I hate/ate cats). Qui le bandiere arcobaleno superano quelle norvegesi, e chi li conosce sa che se la porterebbero attaccati al polso sempre.

Ci accontentiamo di un paio d’ore per visitare Bryggen, ansiosi, come sempre, di fuggire dalle “città” (diciamo un quartiere del Milanese) ed immergerci nella natura. E qui parte il vero viaggio: quella luce che solo a queste latitudini splende così, di cui ne vorresti un po’ anche fra il cemento di Milano, o sulle nostre montagne, ma è solo qui, oltre il 60° parallelo nord (probabilmente anche sud, ma lo devo ancora verificare con i miei occhi). E poi il silenzio, il rumore più bello della Norvegia. E il vero viaggio inizia quando ti sei appena allacciata le cinture e già vorresti fermarti (e ti fermi ovviamente), perché di sicuro lì dietro, o laggiù, c’è qualcosa di cui vale la pena avere esperienza. Un viaggio in macchina a singhiozzo, ma non puoi perderti mondi del genere.

Percorriamo la Fv7 road, ma soprattutto le scenic route (fra le 18 più belle della Norvegia, trovi le altre qui https://nasjonaleturistveger.no/en/routes) n. 79 e 550 lungo il nostro primo fiordo del sud-ovest, l’Hardangerfjord. It’s not the destination, it’s the journey, scriveva Emerson: o l’ho sempre pensata allo stesso modo, ma qui in Norvegia questo pensiero rimbomba.

Dopo qualche ora di journey, raggiungiamo Ulvik, dove pernotteremo stanotte. L’idea iniziale era di prendere un paio di traghetti per raggiungere Odda, ma l’idea non era compatibile con gli orari dei traghetti, che in alcune tratte sono davvero numerosi quanto la metro rossa milanese, mentre in altri sono solo 3-4 corse al giorno (ve ne parlerò più avanti). Prendiamo quindi la via da Granvin, attraversando uno dei vari tunnel dentro le montagne che incontreremo, lunghi anche decine di km: questo, il Tunsberg tunnelen, ci regala uno spettacolo di luci all’interno, che spezza un po’ la monotonia scura. Raggiungiamo poi la parte opposta dell’Hardangerfjord attraversando l’Hardangerbrua (bru/bro significa ponte in norvegese), il più lungo ponte sospeso della Norvegia, che si fionda diritto nella montagna.

A Ulvik, abbiamo una casetta magnifica a metri 12 dal fiordo, con la bandiera norvegese davanti e un sole che non tramonta mai.

Siamo all’Ulvik camping (https://hardangerguesthouse.no), che fa parte dell’Hardanger GH, ma è la versione più economica (e soprattutto più vicina al fiordo!). Qui viene servita una colazione squisita e abbondante, ovviamente alla norvegese, quindi affettati, verdure, formaggi, pane di ogni tipo, uova, salmone, aringhe, ma anche yogurt e dei mini croissant da urlo. NB: l’Hardangerfjord è famoso per due luoghi iconici (pure troppo) della Norvegia: il Trolltunga, uno stretto dito roccioso sospeso nel vuoto, sopra il Lago Ringedalsvatnet e il Preikestolen (Pulpito di Roccia) una versione ridotta dell’omonimo belvedere sopra il Lysefjord, vicino a Stavanger. Ma questi posti così osannati e triti/ritriti non mi attirano mai, preferisco il trekking spettacolare che nessuno osanna (a parte quelli come me).

La giornata finisce, anche se non arriva il buio, così come fatica ad arrivare il sonno: sono già troppo felice.

Qui il percorso di oggi.

Una volta che hai viaggiato, il viaggio non finisce mai, ma si ripete infinite volte negli angoli più silenziosi della mente. La mente non sa separarsi dal viaggio.

(Pat Conroy)