La magia dell’aurora polare

Nei miei sogni di bambina c’era quello di scoprire il mondo e le terre lontane, nei miei sogni di viaggiatrice, c’è sempre stato quello di vedere l’aurora polare.. sapete, quando il cielo decide di illuminarsi improvvisamente di (quasi) tutti i colori?

E non a caso, il fenomeno dell’aurora accade ai poli del nostro pianeta, quei luoghi per me fra i più magici e che si stanno prendendo tutto il mio interesse, e molti dei miei voli aerei, da un pò. Aggiungiamo che è tutta questione di chimica, e potete immaginare quanto possa affascinarmi.

Mi sono spesso chiesta, da persona talmente appassionata di scienza da farne il suo lavoro, cosa devono aver pensato gli antichi, di fronte a questo fenomeno, che ti lascia senza parole, con un infinito oooooohhhhhhh, bloccato solo dal gelo che ti ghiaccia il fiato. Pensate che, fra i vari misteri della natura, beh.. l’aurora ha messo particolarmente a dura prova gli studiosi, che hanno impiegato 25 secoli per arrivare a definirla in modo preciso e corretto, solo dopo il 1900.

« … vi è qualcosa che pare sangue, e il più terribile fenomeno fra quelli che spaventano i mortali: un incendio che dal cielo cade sulla Terra, come avvenne al terzo anno della 107a Olimpiade (349 a.C.), mentre il re Filippo sconvolgeva la Grecia. Ora io penso che tutti questi eventi sorgano in tempi prefissati per forza naturale, come del resto ogni cosa, e non hanno quindi (come ritiene la maggior parte) motivazioni svariate, che si possono escogitare aguzzando la mente; è vero che sono stati forieri di disastri, ma io stimo non che i fatti siano accaduti perché quelle manifestazioni li avevano anticipati, ma, all’opposto, che quei fenomeni sono nati perché quei fenomeni stavano per verificarsi. Comunque la loro rarità ne oscura la comprensione, ed è per questo che le meteore non si conoscono nella misura in cui sono noti il sorgere delle stelle e le eclissi… e varie altre cose… », scriveva Plinio il Vecchio nel 77 d.C. (!) nelle Historiae naturalis (Liber II, 27)

O Seneca, fra il 62 e il 65 d.C. nelle Naturales Questiones (Liber I, XV 5-6):

« Tra questi fenomeni (meteore ingnee) puoi mettere anche ciò che spesso leggiamo nelle storie, cioè che il cielo è apparso infuocato e il suo fiammeggiare è talvolta così alto da sembrare proprio in mezzo alle stelle, talvolta così basso da avere l’aspetto di un incendio lontano. Sotto il regno di Tiberio Cesare (37 a.C.) le coorti (corpo dei vigili del fuoco, fondato da Augusto dopo l’incendio del 23 a.C.) accorsero in aiuto alla colonia di Ostia come se fosse in fiamme mentre si trattava di una vampa celeste brillante durata gran parte della notte, di un fuoco grasso e fumoso. Per queste meteore nessuno dubita che posseggano realmente la fiamma che mostrano: esse sono fatte di una sostanza ben determinata. »

Pare che uno dei primi a tentare una spiegazione scientifica dell’aurora sia stato Aristotele, nel 4° secolo a.C. Nella sua opera Meteorologia, attribuì le aurore boreali ai vapori che da terra salivano verso il cielo. Vi starete chiedendo come abbiano fatto questi filosofi greci e latini a poter vedere un fenomeno fondamentalmente rarissimo nelle zone in cui vivevano: la spiegazione è data probabilmente dal fatto che il polo magnetico terrestre, a quell’epoca, si trovasse molto più a sud di dove si trova ora. Gli antichi descrivevano l’aurora come “Luci del Nord” (come ancora oggi in inglese, Northern lights) ma il nome attuale invece, “Aurora Borealis”, lo dobbiamo a Galileo Galilei, che lo scelse per descriverla, unendo il nome della dea romana dell’alba, Aurora, a quello greco per il vento del nord, Borea (a quell’epoca si pensava fosse un fenomeno solo del nord del pianeta, quindi solo successivamente si definì aurora australe quella visibile nell’emisfero sud, per cui il termine più preciso per descrivere il fenomeno, in generale, è aurora polare).

Come si diceva prima, bisognerà attendere i primi del Novecento per avere una corretta e completa spiegazione scientifica dell’aurora polare, quando cioè venne chiarita la struttura dell’atomo (si, solo dopo il 1900!) e gli astronomi iniziarono a capire meglio la natura del Sole e le sue complesse interazioni con la Terra.

Ma quindi, che cosa dà vita a questa luce danzante che illumina i cieli freddi dei poli terrestri? Tutto inizia a circa 152 milioni di km dalla Terra, sul Sole, appunto, il quale, nei periodi di maggiore attività, produce delle esplosioni di materia elettromagnetica dalla corona solare, chiamate coronal mass ejection (CME), costituite da bilioni di tonnellate di particelle elettricamente cariche emesse a velocità che possono raggiungere gli 8 milioni di km/ora.

Photo by Pixabay on Pexels.com

Quando questo flusso di particelle, detto vento solare, si dirige verso il nostro pianeta, avremo un’aurora polare sulla Terra, tre o quattro notti dopo. Una volta percorsi 152 milioni di km, queste particelle cariche vengono per la maggior parte deviate da uno scudo invisibile, che è il campo magnetico terreste (magnetosfera), allontanandosi da noi, mentre solo alcune vengono catturate dai poli terrestri.

In realtà, la magnetosfera viene prima compressa, portando alla formazione di tunnel che permettono a queste “poche” particelle di raggiungere i poli terrestri nella parte illuminata della Terra, dando luogo ad aurore non visibili (per colpa della luce). Questa danza di campi magnetici, che si uniscono e deformano, fa si che successivamente, altre particelle vengano rimbalzate indietro, andando a colpire i poli nella parte buia della Terra, illuminando finalmente il cielo di verde, rosso, blu, e anche giallo e rosa. Ma i colori come si formano?

Il fenomeno coinvolto è lo stesso delle luci al neon, o dei materiali fluorescenti: le particelle elettromagnetiche, provenienti dal Sole, collidono con ossigeno e azoto, i gas più abbondanti dell’atmosfera terrestre, causando un evento, chiamato eccitazione: si tratta di questioni piuttosto complesse, che potete ascoltare nel dettaglio nelle mie lezioni di chimica all’Università! Qui possiamo cavarcela dicendo che, per “calmarsi”, gli atomi di ossigeno e azoto emettono energia sotto forma di luce colorata. I diversi colori dipendono dall’altitudine alla quale avviene la collisione fra vento solare e atmosfera terrestre, la cui composizione cambia, in tipologia di gas e concentrazione, a seconda dell’altitudine appunto.

Però la maggior parte delle aurore, comprese quelle che ho avuto la fortuna di ammirare, e che condividerò con voi fra poco, sono verdi, perché? Oltre all’altitudine alla quale avviene la collisione, c’è un altro motivo, legato al fatto che il verde è il colore più facilmente percepito dall’occhio umano, ed è per questo che, nelle foto di aurore, a volte si vedono dei colori che il fotografo, ad occhio nudo, non aveva percepito, e lo stesso vale per l’intensità, molto più forte in foto che ad occhio nudo (la telecamera rivela più luce del nostro occhio).

Immagine riadattata da https://www.theaurorazone.com/

Prima di portarvi con me a vedere le mie aurore, ovviamente sopra il 60° parallelo nord, vi racconto di alcune leggende ad esse legate: è un fenomeno talmente incredibile, pur conoscendo quasi tutto su di loro, da prestarsi perfettamente a storie di maghi, elfi e terre fatate.

Una delle mie preferite è quella dei fuochi della volpe, come vengono chiamate le aurore in finlandese (revontulet, che guarda caso, significa anche incantesimo). La leggenda narra di una volpe, non una qualunque, ma una volpe delle nevi, di nome Kettu, che viveva fra elfi, boschi e terre magiche. Qui si organizzava ogni anno una festa per l’arrivo dell’inverno, dove venivano addobbati boschi e foreste con lanterne colorate e luminose, con ghirlande di frutti e bacche, e con festosi campanelli per dare vita e colore a tutto ciò che li circondava. Kettu amava la festa per l’inverno e non se la sarebbe persa per nulla al mondo, ma tardò, per ammirare allo specchio il suo bellissimo manto candido. Quando si accorse del ritardo, iniziò a correre velocemente, tenendo la coda alta per andare più veloce, ma poi si stancò; non volendo fermarsi, continuò a correre ma lasciando che la sua lunga coda bianca e folta toccasse il morbido manto di neve per terra. Senza accorgersi, il tocco della sua coda provocò la formazione di piccole stelline di neve, che salirono verso l’alto illuminando l’infinitamente buia notte polare finlandese. Quando arrivò alla festa, tutti gli altri animali rimasero ammutoliti da quello spettacolo: dalla coda di Kettu partivano scie luminose di diversi incredibili colori, che illuminavano tutto il cielo.

Nella lingua Sami, la popolazione indigena che vive nelle parti settentrionali di Svezia, Finlandia e Norvegia, l’aurora ha diversi nomi (così come la neve), tra i quali “Guovssahas”, che significa “la luce che può essere udita”. Si dice infatti che quando inizia a danzare, l’aurora emetta un suono: io non ve lo so descrivere, ma so di aver sentito qualcosa, in mezzo al nulla infinito del silenzio delle notti polari artiche. Secondo un’altra leggenda Sami, non si deve far rumore, fischiare, applaudire o comunque richiamare l’attenzione dell’aurora boreale, quando sta danzando in cielo, per non disturbare gli spiriti, che potrebbero scendere e rapire i rumorosi. In ogni caso, tutto viene in mente, quando sei lì ad ammirarla, tranne fare rumore.

La mia prima volta è stata in Norvegia, gli ultimi giorni di gennaio, per la precisione nei boschi attorno a Tromsø, 69°40″N, che a quel tempo si presentava davvero come un una fiaba.

In questo periodo dell’anno, il momento più illuminato della giornata è blu, come vedete nelle prime foto, una luce che sembra impossibile da quanto è bella e inusuale, per noi sotto i 50°N. A fine gennaio, il sole sorge verso le 10 e tramonta verso le 14, ma in ogni caso, il momento migliore per l’aurora pare sia fra le 23 e l’una, quindi partiamo verso le 22 con una guida, che ci dice subito “per favore, non valutate male l’esperienza di stanotte se non vedremo l’aurora, perché decide solo lei se e quando e per quanto”. La stessa guida ci raccontò di aver visto aurore pazzesche con Kp* sotto il 2, e di non aver visto nulla con Kp a 4.

*Kp : indice dell’attività geomagnetica con valori da 0 a 9. Maggiore è il valore dell’indice, più elevato sarà il livello di energia solare e più possibilità ci saranno di vedere l’aurora boreale. Fondamentalmente, indica in che zona del mondo devi andare per avere buone probabilità (poi decide sempre e comunque lei) di vederla: con Kp di 9, ci sono buone probabilità di vederla in Francia!

Quella sera il Kp alla nostra latitudine era di poco più di 2, quindi siamo partiti comunque con poche speranze: guidiamo un’ora allontanandoci da Tromsø, ovviamente alla ricerca del buio (l’accoppiata imprescindibile per l’aurora è buio e freddo – nottate più limpide- ed il freddo certo non mancava – 22°C circa), ma poi la guida decide di allontanarsi ancora un pò di più rispetto all’idea originale per fermarsi in una baia, in attesa. Nonostante la calza di lana più seta, la calzamaglia e maglia della salute di lana merinos, i pantaloni imbottiti, il sottopile, il pile, la giacca imbottita, i guanti di seta più lana e forse solo gli occhi, liberi, dopo un’oretta gli arti erano persi chissà dove, senza dare segni di sensibilità.

Accendiamo il fuoco, per provare a riacquisire gli arti, e ci mangiamo pure qualche salamella notturna.

Ad un tratto, dopo quasi due ore di attesa e l’oscurità più buia mai vista, arriva la dama verde. Io ero girata di spalle, sento una voce gridare “It’s here! It’s here!” Forse anche i canali uditivi e i circuiti neuronali si erano ghiacciati insieme ai piedi, perché non sono riuscita a reagire immediatamente..dopo qualche secondo mi sono girata, ho guardato il cielo, e in molto meno, ho iniziato a piangere!

Perché è troppo, troppo per noi piccolissimi esseri umani, troppo!

Ho guardato il cielo e ho pensato a quanto fossi stata fortunata: la dama aveva deciso di farsi vedere da noi piccoli umani, e mentalmente le chiedevo di stare un pò ancora, di non andarsene subito. Ero immobile a guardarla (diciamo che il congelamento facilitava la questione) e mi sono dimenticata di fotografare. Mi sono dimenticata di tutto. Ha danzato davanti a noi per una buona mezz’ora, poi se ne è andata, senza salutare.

E nonostante fosse stata una giornata infinita, secondo voi sono riuscita a dormire quella notte?

Dopo qualche giorno raggiungiamo il mio sogno, le isole Svalbard, cioè la terra abitata più a nord del pianeta: ma a questa mia piccola gemma artica dedicherò un articolo tutto suo. Una notte (qui, a 78°N, è notte polare per 20 ore al giorno ad inizio febbraio, le altre 4 sono di quel blu, che sembra di essere sott’acqua ma senza bombole), eravamo in giro in motoslitta, e ad un certo punto la nostra guida si ferma, si gira a destra e accende la torcia, e ci troviamo due renne che dormono lì beate (in fondo eravamo solo a -30°C, percepiti meno molto di più, essendo in mezzo a nulla e ghiaccio), poi ci dice “ora guardate in cielo”. E c’era questo.

Scusate per la scarsa qualità delle foto, ma negli ultimi anni ho scoperto la bellezza del viaggiare leggera, e la macchina fotografica occupa troppo spazio/peso! Quindi cellulare e via: tanto è tutto tatuato dentro di me. E come saprete, per catturare più luce possibile nel buio totale, servono tempi di esposizione molto lunghi e quindi il cavalletto per fare foto nitide.

Non c’è due senza tre (ma per l’aurora non è mai abbastanza), quindi faccio il tris ad Abisko, in Lapponia svedese, poco prima di Natale di quello stesso 2019, poco prima che la pandemia sconvolgesse le nostre vite. Dopo 20 minuti, forse 25, di funivia ghiacciata (cioè lei era ghiacciata, figuriamoci noi), sbuco sopra le nuvole e già la intravedo sopra gli alberi!

Sopra i 60°N è appena iniziato il periodo più bello dell’anno, quello dell’aurora appunto! Già a settembre c’è abbastanza buio per riuscire a vederla, e proprio in questi giorni è prevista un’elevata probabilità di assistere a questa magia: nel week end infatti c’è stata una forte eruzione solare, che si aggiunge al fenomeno del solar tsunami, accaduto il 26 agosto 2021: onde d’urto di larga scala, sulla corona solare, causate da forti eruzioni solari.

Insomma, come in ognuno dei 365 giorni dell’anno, vorrei essere sopra il 60° parallelo NORD.

Noi vagabondi, sempre in cerca della via più solitaria, non iniziamo mai un giorno dove abbiamo finito il precedente, e nessuna aurora ci trova dove il tramonto ci ha lasciati.

Kahlil Gibran, Il profeta, 1923

3 pensieri su “La magia dell’aurora polare

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